Con il loro quinto album in studio, “Rushmere”, i Mumford & Sons mirano a un deciso ritorno alle origini. Lo fanno fin dal titolo: “Rushmere” è infatti il nome di un laghetto sito nell’area verde di Wimbledon Common, a sud di Londra, dove secondo il mito – adeguatamente pubblicizzato in occasione della release – la band venne “concepita” e prese forma per la prima volta, nel lontano 2007.
Da allora sono successe un po’ di cose: la popolarità mondiale dei Mumford & Sons con una serie di dischi indie folk molto amati dalla generazione millennial, per esempio; ma anche l’uscita dal gruppo di Winston Marshall, chitarrista e banjoista, avvicinatosi a certe posizioni della destra conservatrice nel 2021 e andatosene dalla formazione per poter adeguatamente esercitare la sua “libertà di espressione”.
Oggi, a sette anni dall’ultimo album, “Delta” (2018), e dopo una prima uscita da solista di Marcus Mumford nel 2022, la band torna come trio e lo fa non solo riscoprendo le proprie origini ma anche nel segno della tradizione. “Rushmere”, infatti, riesuma i più classici suoni folk e country, con poco rock e praticamente niente di indie.
Purtroppo, il risultato nel complesso è ampiamente deludente: funzionano la voce sempre possente di Mumford, specie se armonizzata con i colleghi in stile Fleet Foxes, e le atmosfere sono certamente nostalgiche e malinconiche. Ma quasi nessuna delle canzoni funziona, perché l’intera tracklist è intrisa di un mood languido-acustico davvero poco coinvolgente.
Nonostante il coinvolgimento dell’esperto produttore Dave Cobb (Chris Stapleton, Sturgill Simpson, Jason Isbell), di due moderne cantautrici country quali Natalie Hemby e Caitlyn Smith, più Justin Hayward-Young dei Vaccines e il mega-produttore Greg Kurstin in un paio di tracce, “Rushmere” risulta vuoto, spento e derivativo.
L’unico pezzo veramente interessante e intrigante, con un’atmosfera decisa e un accento rock ben più marcato è “Truth” – anche se, a dire il vero, suona più come una canzone di Orville Peck, ma va benissimo così. Il resto risponde a una canonica formula country-folk acustica, come si diceva, che nei due generi o nel loro connubio non riscopre nulla che non sia stato fatto già dagli albori, dal 1969 o giù di lì insomma, diciamo dai tempi di Gram Parsons.
Mentre, quindi, l’emotività e il sentimento in queste canzoni emergono appieno e non c’è dubbio che qualche fan del country potrà apprezzare questo disco per lo stile che propone, sembra che in quanto progetto “indie” i Mumford & Sons abbiano però perso la strada, o si siano dati una “pausa” per concentrarsi su una variante molto più tradizionale del loro repertorio. Il che va benissimo per il percorso di una band; ma speriamo che si tratti di una (nuova) partenza e non di un arrivo.