C’è qualcosa di quasi liturgico nell’ascoltare “Manual For Dying”: un rito del corpo e della mente, officiato tra synth che sibilano come rettili e voci che oscillano tra carezza e minaccia.
Con questo terzo album, i Patriarchy (duo losangelino formato da Actually Huizenga e AJ English) confermano la loro vocazione a trasformare l’eccesso in estetica, l’ironia in confessione, il pop in arma di seduzione di massa.
Se “The Unself” (2022) era il martirio del desiderio, “Manual For Dying” è la sua resurrezione su un dancefloor cromato, dove il dolore si veste di latex e il peccato si fa ritmo. L’apertura, “Boy On A Leash”, stabilisce subito le regole del gioco (“if you wanna keep your boy on a leash, the strategy is catch and release”). La voce di Actually scivola su un basso minaccioso come un serpente ipnotico dove ogni parola è un ordine e ogni respiro un colpo di frusta. È un manifesto sado-pop, ma anche una parabola sul controllo e sulla dipendenza, sulla libertà che si annida nella sottomissione.
Da lì in poi, l’album danza tra il club e il confessionale. “Coming Up” è una hit post-umana, metà “Erotica” di Madonna e metà industrial-metal, dove la sensualità si traduce in architettura sonora (synth che si avvitano, percussioni che pulsano e chitarre che graffiano).
“Bad Thing” gioca con il feticismo del pop più oscuro, un inno dark-electro travestito da torch song, mentre “Like Me” scende nei territori del trip-hop e della witch house.
C’è anche spazio per una sorpresa, perché “Die Like Everyone Else” trasforma l’angoscia esistenziale in un gesto di pura teatralità. È il momento più catchy dell’album e proprio per questo uno dei più autentici: l’atto di morire come performance, l’io che si dissolve nel riflesso dorato dello spettacolo.
Ma è con “Pain is Power” che l’album tocca il suo vertice. Una dichiarazione di principio e un atto di fede, in cui il dolore diventa ritmo e la vulnerabilità si fa motore erotico. Il brano, ispirato al parto come esperienza liminale, si apre su un battito liquido e cresce in un inno cyber-femminile, dove Actually sembra cantare non solo per sé, ma per tutti quei corpi che hanno imparato a fiorire dalle proprie cicatrici.
Pop e rituale, glamour e catastrofico, devoto e blasfemo, questo ultimo lavoro rende accessibile la decadenza, per un’esperienza mainstream che non perde il gusto dell’abisso. In un panorama dove la trasgressione è spesso un gesto vuoto, i Patriarchy riescono ancora a suonare interessanti. Forse è proprio questo il loro miracolo: insegnarci a danzare mentre impariamo a morire, con un sorriso sulle labbra.