Nell’ultima decade il tricolore verde bianco e arancione sventola sospinto da un fortissimo vento creativo. Fontaines D.C., Gilla Band e Gurriers hanno sfornato tutti un album quest’anno, e altre realtà come Murder Capital, Just Mustard e i Bleech 9:3. stanno crescendo con il tempo. È dunque chiaro che certa musica nasce dalla rabbia, mentre altra impara a trasformarsi in qualcosa di più scomodo: una domanda senza risposta, una crepa nel sistema di quelle certezze ereditate che poi non ci sembrano più così evidenti.
Con “Poor Advice”, debutto dei dublinesi Basht., il post-punk diventa ancora il linguaggio di una generazione che comincia a dubitare delle voci cresciute nella propria testa. Quelle della Chiesa, dello Stato e delle istituzioni. Quelle che insegnano a chinare il capo e che chiamano obbedienza la virtù.
Prodotto da Ali Chant (cito solo alcune delle tante produzioni: Yard Act, King Hannah e PJ Harvey), il disco si muove tra alternative-rock, ombre gotiche e tensioni grunge, alternando attese soffocanti a improvvise esplosioni di chitarra. La voce di Jack Leavey sembra arrivare da una stanza in cui qualcosa è andato storto da molto tempo: trattenuta, minacciosa, capace di trasformare la malinconia in un grido, ma anche tenera. I Basht. sanno dosare i silenzi e la detonazione, costruendo brani che non si limitano a sfogare frustrazione, ma cercano di darle una forma.
“Dive” apre il disco con un passo inquieto, lasciando che batteria e chitarre accumulino pressione prima di precipitare in un crescendo quasi apocalittico. “Perfume” e “Superchurch” affrontano l’eredità cattolica irlandese, quel sistema di colpa e disciplina che continua a insinuarsi nelle coscienze anche quando si prova ad abbandonarlo (come ci ricordava anche una certa Sinéad O’Connor). In “Keira Knightley” invece, il naufragio sentimentale diventa un’ossessione pop, mentre “Terror TV” nasconde sotto un riff ipnotico una critica feroce alla sovraesposizione mediatica e alla nostra progressiva anestesia davanti alla violenza.
“Poor Advice” trova però alcuni dei suoi momenti migliori quando lascia convivere fragilità e furia. “Moth” cresce lentamente, fino a trasformare la paura dell’altro in una confessione quasi disarmante. “Kids Vs Guns”, dedicata alla tragedia palestinese, abbandona ogni ambiguità: è un atto d’accusa doloroso contro un mondo capace di normalizzare la sofferenza di chi ancora la vita non l’ha vissuta. “Vermillion Reptilian” e “Circadia” ampliano il paesaggio sonoro, anche se in certi passaggi affiorano influenze fin troppo riconoscibili e una personalità ancora da consolidare. Ma è la titletrack, infine, a lasciare filtrare una luce attraverso il cemento. Non una soluzione, né una redenzione facile, ma la possibilità di resistere ancora.
“Poor Advice” si staglia nel panorama musicale alternative con sicurezza, la sua urgenza è autentica e gli impedisce di diventare semplice rumore di fondo. Ci racconta che a volte crescere significa riconoscere che i consigli ricevuti erano sbagliati, e ci invita a trovare finalmente il coraggio di disobbedire.
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23/10/2026