In un panorama come quello k-pop, che ti esalta un giorno e ti affossa quello dopo, trovare una girl-band che duri più di cinque anni (qualcuno ha detto NewJeans?) è un puro miracolo. Arrivare a dieci è un’aberrazione del sistema di cui può vantarsi solo chi ha avuto davvero un peso fuori scala. Twice, Red Velvet, adesso le BLACKPINK: a differenza delle controparti maschili, che anche a non godere di chissà quale successo riescono spesso e volentieri a costruirsi carriere di livello (con tutti gli annessi e connessi delle interruzioni per il servizio militare), la speranza di conseguire risultati di livello, si restringe considerevolmente per le ragazze. Non che i dieci anni di attività del quartetto ammiraglio di casa YG non sia arrivato senza le sue controversie: tra interminabili diatribe sui contratti e negoziazioni di ogni sorta, il sospetto che l’avventura a quattro potesse giungere al capolinea non era così peregrino. Mettiamoci poi l’affermazione mondiale da soliste di Jennie, Lisa e soprattutto Rosé (la sua “APT.” diventata un fenomeno globale) e non si rischia molto nel pensare che non ci fossero nuovi capitoli da aggiungere a “Born Pink”. Fast-forward al 2026, e dopo una trionfale tournée mondiale, “Deadline” arriva a provare a piazzare nuovamente la girl-band nel dibattito pop contemporaneo.
Provare, termine fondamentale: dopo che il concept da girl-crush sviluppato per loro è stato ripreso in lungo e largo dall’industria k-pop per tre quarti delle girl-band a venire, risulta davvero complesso comprendere cosa un’uscita quale “Deadline” miri a ottenere. Non se ne parla di certo come opportunità di business, quello è scontato, dal lato però della proposta emergono tutte le criticità di un progetto che ha perso completamente la presa con la contemporaneità e che prova a sfruttare la carta della legacy. Con un catalogo così striminzito, e con così tanti gruppi ad aver appreso la lezione a menadito (facendo anche meglio, vedasi LE SSERAFIM) il gioco non diverte sin dalle prime battute. Si prenda la title track, una “Jump” che vorrebbe riportare ai momenti più esplosivi del repertorio del quartetto, ma finisce con il presentarsi come confuso amalgama tra spunti trance, stab technoidi e parentesi drill: se anche solo nel 2020 un pezzo simile poteva vantare una certa freschezza, sei anni dopo è solo un confuso pastiche che può pochissimo rispetto alle produzioni ben più avveniristiche di NMIXX e realtà consimili.
Altrove è proprio la pochezza degli elementi a mettersi in risalto: su un loop old-school ripetuto ad libitum “Me And My” non riesce a proporre niente più di stanchi proclami di amicizia e notti brave.
Se il tocco pseudo-industriale di “Go” avrebbe potuto fungere da volta stilistica per l’intero progetto, ci vuole niente affinché ogni potenziale venga disperso e spinto verso il minimo comun denominatore: così le aperture post-punk à-la Artemas di “Champion” si annacquano in un enfatico ritornello che vanifica tutta la carica ribollente dei bassi, mentre la conclusiva “Fxxxboy” non fa niente per non scadere nel momento “riflessivo”, tutto tocchi acustici e generici j’accuse lirici.
Da qualunque punto lo si consideri, questo “Deadline” sa più di un ultimo colpo prima che la cartuccia si svuoti del tutto, di un gruppo bruciatosi in soli dieci anni senza avere dietro una mole di lavoro realmente giustificabile. Si potrebbero aprire tanti discorsi sul modo sempre più vorace e privo di progettualità con cui l’industria dell’intrattenimento coreana divora e risputa i suoi idol senza alcuna considerazione, resta il fatto che anche quando i nomi di punta non riescono a spingersi oltre un logoro campionario di tendenze predigerite, la situazione ha ormai superato il punto di rottura. Più che un termine ultimo questa sembra davvero una data di scadenza.
26/03/2026