E’ un producer (e cantautore) napoletano di ventidue anni colui che si cela dietro il moniker “Prima stanza a destra”, opzione per l’anonimato scelta forse perché troppo spesso gli ascoltatori si (pre)occupano più del personaggio che della musica. E allora meglio celarsi, lasciare spazio soltanto al suono, diffondere lavori contrassegnati dalla totale assenza di riferimenti, nessuna immagine dell’autore. In tempi di abbattimento delle frontiere fra gender, il fatto poi che la sua voce possa essere scambiata per quella di una donna è una situazione ancor più intrigante, che potrebbe generare proseliti.
Tante le domande che restano al momento senza risposta, ma i temi trattati nelle canzoni sono ben palesati, sin dall’Ep d’esordio, “Amanda” (2025), dove titoli come “Non siamo durati niente noi”, “Mi pensi ogni tanto?” e “Mi sento perso senza di te” non lasciano spazio a equivoci. Argomenti che restano centrali anche in “La ragazza che suonava il piano”, considerabile un Ep giusto per la durata, non certo per la densità e per il numero delle tracce contenute: otto, per venti minuti che disegnano un mondo interiore fragile e crepuscolare.
Dentro sono narrati i problemi di un ragazzo che affronta il proprio percorso di crescita, il bisogno di non restare soli, di avere una persona da amare accanto, le incognite riguardo un futuro ancora da decifrare, tutto reso fra trame elettroniche, idee sviluppate al piano, morbidi glitch, intermezzi acustici e una voce molto particolare, resa in falsetto (occhio a “Liszt”), che in prospettiva possiede indubbie potenzialità. I principali riferimenti potrebbero essere Madame, Venerus, Ariete, la vibrante tensione espressa da Le cose importanti.
Il pezzo forte del disco, “Tu non vuoi nessuno”, è co-prodotto con Dardust, la tenue “Infinito” con BRAIL, “2 am” ospita il featuring di Drast (Psicologi), la squadra Sugar/Universal muove i fili: Prima stanza a destra sembra aver intercettato un’invidiabile corsia preferenziale. Il progetto ha anche un profilo multidisciplinare: ogni traccia è accompagnata da un videoclip girato da Bianca Peruzzi tra le strade di Parigi, con protagonista l’attrice Rae Ilorin: potete guardarli sulla pagina YouTube di Prima stanza a destra.
In queste canzoni non è difficile percepire la presenza di un filo sottile che unisce l’introspezione cantautorale alle rarefazioni del dream-pop, in un'opera che fa del minimalismo emotivo il proprio vessillo, espresso in versi che veicolano una poetica del quotidiano che riesce a trasmettere la sensazione della pioggia sui vetri e di assenze ingombranti. Sorprende la maturità degli arrangiamenti, perfetti nel rappresentare immagini rarefatte di nostalgia urbana.
Un disco che schiude in pieno la sua morbosa bellezza nelle ore notturne, quando il silenzio si fa ancor più assordante e la malinconia attanaglia il cuore. Prima stanza a destra rifugge l'urlo, predilige il sospiro, cercando di sincronizzare i propri battiti con quelli di chi ascolta. Riascoltato diverse volte non lascia dubbi: è una delle sorprese più delicate e autentiche degli ultimi mesi. Un’immersione in apnea, un senso di inevitabile svanire, l’estetica del vuoto, il fascino discreto della penombra.
13/03/2026