Trigger warning: in questo articolo vengono discusse rappresentazioni di violenza sessuale, abusi sessuali e autolesionismo.
no devices no metaphors no technique
i don’t know if writing about violence
is helping me
am i helping you?
i keep trying to make, i keep trying to make my
i keep trying to make my pain mean something
L’atmosfera è distesa, rilassata, si sentono delle risate, bambini e bambine giocano fra loro. Alcuni di loro dichiarano quello che vogliono diventare “da grandi”: un(‘)astronauta, un’artista, un giocatore di football e uno di baseball, una proprietaria di un resort per gatti. C’è ancora una bambina che sta parlando, ma viene bruscamente interrotta da un arpeggio di chitarra elettrica accompagnata da una valanga di noise melmoso, sludge chitarristico rivoltante che si frange in una cacofonia di acuti assordanti e una sezione ritmica abrasiva. La traccia iniziale s’intitola “i wanted to be a singer”, ma, come suggerisce la voce narrante, per parlare di violenza sessuale e violenza di genere, cantare in maniera composta non sembra portare a nulla e le persone non tendono a credere al dolore incrostato sul corpo, al trauma iscrittosi nei tessuti cellulari e nel sistema nervoso. Per sperare di essere ascoltat* occorrerà piuttosto imparare a urlare e a farlo sanguinando: “this is not a song, it’s self-harm/ i learned some people only believe you when your knees are bleeding /i learned that some people only listen when you’re screaming / but i wanted to be a singer”.
Trasformare il proprio dolore, il trauma della violenza sessuale subita, in qualcosa di “utile”, oltre che “bello”, è l’obiettivo perseguito da Taylor Zantingh nel concepire “you made me / skin on linen”, un’opera transdisciplinare che si muove tra post-hardcore, DIY punk culture, poesia recitata, arti performative e visive e pratiche femministe. “Listen to me please” chiede, dunque, fin dall’apertura del disco la voce del quartetto di Vancouver. E non si tratta affatto di uno strumento retorico, di una perversa forma di captatio benevolentiae. Sappiamo infatti che le modalità con cui le testimonianze (e lo scrutinio altamente mediatizzato – e sessualizzato – a cui vengono sottoposte) delle donne e di tutte le persone che hanno subito violenze e abusi sessuali vengono deformate, rimasticate, reframed, silenziate, sono tanto numerose quanto diffuse e pervasive. L’invalidazione delle narrazioni, la loro delegittimizzazione, è del resto ripetutamente accompagnata dall’incapacità, che persiste ancora oggi, di parte dei media (compresa la stampa musicale) di accogliere quelle voci in maniera empatica e senza cornici sensazionalistiche e di vittimizzazione. Rimanendo da noi, giusto per fare un esempio, basterà ricordare l’ancora recente e disgustoso tentativo di recuperation attuato durante una trasmissione Rai in cui veniva intervistata la scrittrice e giornalista Valentina Mira (al cui articolo, apparso su Valigia Blu, rimando per una più dettagliata discussione di quanto accaduto).
La voce di Taylor Zantingh non è l’unica presente in “you made me / skin on linen”. I PISS lavorano infatti assemblando una moltitudine di prospettive grazie all’incorporazione di estratti di interviste e dichiarazioni di attiviste, autrici e filosofe femministe, le quali non sono necessariamente concordi nel modo di agire e di affrontare la presenza sistemica e strutturale della violenza sessuale e sessualizzata: Andrea Dworkin, Manon Garcia, Toni Morrison, Vikki Reynolds e il gruppo militante Rote Zora, attivo tra gli anni Settanta e gli anni Novanta nella Germania Ovest. I samples inframezzano la tracklist, offrono contesto storico alla poesia di Zantingh, incendiano l’ampliamento del discorso critico e di denuncia dal personale al politico/collettivo.
Il corpo è il centro delle canzoni, la materia da cui originano e quella con cui continuano a vibrare. Sia perché esso è utilizzato dalla cantante come “strumento” durante le impressionanti performance live della band, sia perché è sempre il cuore dei testi. Essere stat* violat* lascia delle cicatrici indelebili e l’esperienza e l’elaborazione che il corpo fa di questa violenza viene tematizzato lungo tutta la raccolta. In particolare, ricorrente è la dissociazione dal proprio corpo e l’incapacità di tornare a incarnarlo in maniera spontanea. Se l’anelito iniziale è quello di sentircisi al sicuro (“i wanted to feel safe in my body”), per sfuggire al malessere l’io lirico parla di una fuga da esso e del tentativo di mascherare un odore che non sembra andar più via. In “there was a door” il corpo violato assume le sembianze di un cadavere sanguinante immerso in una vasca da bagno, mentre la violenza viene rivissuta, graffiando le pareti della stanza con le urla immerse in scorie dissonanti. Poco più avanti, in “how can you act opposite to this emotion”, nel punto più brutalmente abrasivo del disco, mentre la voce stride e fischia nella distorsione parossistica, giunge, laconica, la constatazione finale: “i’ll never feel safe in my body again”.
Il climax emotivo della raccolta è raggiunto nel lungo pezzo successivo, “blocking a scene you can’t remember”. Quasi cinque minuti tra slowcore, post-rock e post-hardcore in cui l’io cerca di riportare alla memoria la violenza subita da ragazzina nella sua camera da letto. Il racconto procede frammentariamente perché la rimembranza è difficoltosa. Tuttavia, dopo pochi secondi diventa evidente come il titolo sia fuorviante o, meglio, antifrastico: non si tratta affatto di una scena che non si riesce a ricordare, ma di una che non si riesce a dimenticare. La voce, rotta prima dalla sofferenza e poi dalla rabbia, si interrompe ripetutamente e ricomincia ogni volta dall’inizio del paragrafo, mimando una nuova take:
interior, a girl’s bedroom, nighttime. a girl lies on her back in the dark, staring at the cut, sorry. i can do better. again. interior, a girl’s bedroom, nighttime. a girl lies on her back in the dark, staring at the ceiling. something has been cut, sorry. again. a girl lies on her back in the dark, staring at the ceiling. something has been weighing on her for a long time.
L’abuso è ripetuto, ogni notte, quando il corpo si dissocia dalla volontà di resistere e nel descriverlo in maniera così vivida l’io narrato, l’io narrante e l’io della persona che, fisicamente, sta recitando i versi, si mescolano, offuscando i livelli diegetici. Allo stesso modo i tagli, cut, nella registrazione si confondono con i tagli e con le ferite nel corpo, mentre la chitarra elettrica accompagna le urla ed esplode in barriti distorti.
“blocking a scene you can’t remember” mi ha lasciato sconvolto ogni singola volta che l’ho ascoltata. È il punto più straziante in un percorso che convoglia dolore dalla prima fino all’ultima nota, ma è anche un momento di profonda catarsi e c’è una speranza che sembra cominciare a germogliare nelle tracce conclusive. Si tratta di trasformare il dolore in qualcosa di utile e di bello, dicevamo all’inizio, ma qui esso diventa anche strumento di resilienza, self-empowerment e resistenza all’oppressione patriarcale. E infatti, presentando su Paste Magazine il singolo “Rote Zora. “Resistance is Possible.” Emma, no. 6, June 1984, pp. 39-41.”, Casey Epstein-Gross citava il saggio di Audre Lorde The Uses of Anger per parlare di una rabbia veicolata verso una azione politica con un intento emancipatorio. Certo, Lorde faceva riferimento alla rabbia rivolta al razzismo, ma il concetto mi sembra pertinentemente applicabile anche qui. “you made me / skin on linen” è un pugno di fuoco nelle viscera che non può non fare riflettere sulla violenza di genere sistemica e sistematizzata, sulla misoginia interiorizzata all’interno della rape culture che pervade gli spazi simbolici e materiali della nostra società occidentale. Allo stesso tempo, però, in particolare nella dimensione della performance dal vivo per cui è stato realizzato, offre anche uno spazio di connessione e di compassione, e regala un abbraccio conclusivo che funge da balsamo lenente. Infine, proprio grazie a questa rabbia che diventa forza trasformativa, incarna, forse anche involontariamente, un invito all’azione collettiva per smantellare le strutture eteropatriarcali: RESISTANCE IS POSSIBLE.
trying
i won’t bleed forever
horses
soft hands
singing bodies
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01/11/2026