Alla fine degli anni Ottanta, a Sherbrooke, nella provincia canadese del Québec, Luc Lemay era un ragazzo ossessionato dal death-metal, un genere che, nonostante fosse in carreggiata solo da qualche anno, continuava a mutare rapidamente. Come molti della sua generazione, Luc amava band quali Death, Morbid Angel e Possessed, ma già dai primi tentativi con la chitarra mostrò un’attitudine particolare: non gli bastava imitare, voleva capire come quella musica funzionasse, come potesse essere resa più estrema, più densa, quasi soffocante. Ciò che in essa lo aveva colpito era non soltanto l’energia, ma anche l’atmosfera oscura e il senso di apocalisse prossima ventura.
Avvertendo dentro di sé l’urgenza di creare qualcosa di suo, nell’estate del 1989 fece combutta con il batterista Stéphane Provencher, ma perché le cose andassero davvero a posto ebbe bisogno anche dell’apporto di Carlo Gozzi al basso e di Gary Chouinard alla chitarra, che andarono a completare il primo nucleo stabile dei Gorguts, nome suggerito da un amico di Provencher e subito accolto con favore dalla band, dato che si sposava a meraviglia con l’immaginario truce del death.
In breve tempo, arrivarono un paio di demo e qualche cambio di formazione (Éric Giguère e Sylvain Marcoux, al posto dei dimissionari Gozzi e Chouinard), ma soprattutto la chiamata della Roadrunner Records, con cui, nel febbraio 1991, la band firmò il suo primo contratto. Nell’ottobre successivo, “Considered Dead” li vide esordire sulla lunga distanza con una quarantina di minuti di musica feroce e tecnica, caratterizzata da un lavoro di chitarra potente, ma al tempo stesso elaborato. Col secondo disco, “The Erosion Of Sanity”, i Gorguts s’imposero in modo ancora più deciso come uno dei nomi più interessanti e creativi del versante “tecnico” del death-metal. Tra dissonanze e ritmiche intricate, la band canadese veleggiava ormai sicura verso la definizione di un sound sempre più personale, per quanto resistessero ancora le influenze degli alfieri indiscussi del genere, i Death di Chuck Schuldiner, e soprattutto dei più brutali Suffocation, il cui “Effigy Of The Forgotten” (1991) fu per Lemay così fondamentale da indurlo a dire, una volta, che senza quei solchi il secondo disco dei Gorguts non avrebbe mai visto la luce.
Peccato, però, che a quel punto – siamo nel 1993 – l’onda lunga del successo del death-metal fosse in netta controtendenza, per cui la Roadrunner (che invero si era già poco preoccupata di promuovere “The Erosion Of Sanity” e che aveva altre carte su cui puntare: Sepultura e Fear Factory, tra tutte) decise di fare a meno di loro.
Entrati in una situazione di stallo, i Gorguts cominciarono a guardarsi intorno, mentre Lemay non mollò la propria ambizione (inizierà a studiare addirittura violino al conservatorio!), ma con l’obiettivo, questa volta, di puntare ancora più in alto. Non venne meno, comunque, l’impegno in fase di scrittura, tanto è vero che nel novembre del 1994 dieci nuovi brani erano già stati completati (il primo fu “Rapturous Grief”, che richiese quasi un mese di lavoro), mentre un altro paio di altri (“Nostalgia” e “Obscura”) si aggiunsero al nuovo canzoniere intanto che la band si sbatteva senza sosta per trovare una nuova etichetta disposta a supportarla (Red Light e Hypnotic si erano dette interessate, ma poi non se ne fece nulla).
Nel frattempo, la line-up aveva subito nuovi scossoni, con Giguère sostituito da Steve Cloutier, mentre i posti di Marcoux e Provencher erano stati occupati rispettivamente da Steeve Hurdle e Steve MacDonald. Con questi nuovi compagni di viaggio (quelli con cui mise a punto tutti i nuovi brani), Lemay stabilì alcune linee guida per sperimentare soluzioni inedite. Oltre al rifiuto di riff suonati con picking velocissimo, si decise di fare a meno del cosiddetto “skank beat” (conosciuto anche come “thrash beat” o “Slayer beat”), di quel ritmo, insomma, caratterizzato essenzialmente da un tempo veloce, in cui si alternano cassa e rullante. “Decidemmo poi”, ricorda Lemay, “che avremmo usato o riff lenti e pesanti oppure blast beat, ma questo non significa che, solo perché c’è un blast beat, devi suonare duecento note al secondo. E poi c’era un’altra cosa importante: quando ci suonavamo a vicenda i riff in sala prove, prima di iniziare a scrivere un altro brano, non potevamo guardare il musicista per vedere come li suonava e questo per non giudicare le idee musicali pensando: ‘Oh, wow, è impressionante. Sembra molto tecnico!’. Magari si trattava di soli due accordi, ma molto dissonanti. Quello che contava era il modo in cui erano articolati, fossero stati anche i più semplici da suonare. Volevamo che solo le nostre orecchie giudicassero il materiale che veniva proposto. È lo stesso principio delle audizioni di musica classica: di solito si suona dietro una tenda o un separé, così non vedi l’esecutore e ti concentri davvero su fraseggio e musicalità. Era questo l’approccio che volevamo adottare per avere idee musicali fresche. (…) L’energia del songwriting è andata in un’altra direzione: nello sforzo di renderlo oscuro, di creare qualcosa di speciale. È come un disegno molto sperimentale: non servono un milione di linee per ottenere qualcosa di potente. A volte dici: ‘Wow, l’ha centrata in pieno con pochissimi tratti di matita’. È lì che un mestiere, dopo moltissimi anni — che tu sia pittore, scultore o altro — trova la sua sintesi. Ma ci vuole tanto tempo. Io vedevo la scrittura death-metal allo stesso modo: volevo renderla efficiente, darle una certa direzione. E per fare questo, non serve esagerare, perché è proprio lì che entra in gioco la difficoltà”. 
Nel 1995, la band si trasferì a Montreal, perdendo nel giro di qualche mese McDonald. Trovare un nuovo batterista, e per di più anche piuttosto tecnico, non fu facile. Ci volle quasi un anno, ma alla fine Patrick Robert entrò in organico, portandosi dietro la sua formazione jazz e consentendo ai Gorguts di mettere piede finalmente in studio di registrazione (il Victor di Montreal) per incidere il nuovo album in totale autonomia. Era l’estate del 1997 e ad aiutarli alla produzione c’era l’amico Pierre Rémillard, chitarrista dei conterranei Obliveon, che si era già occupato del loro primissimo demo. Tempo qualche mese e Martti Payne della Olympic Recordings si fece avanti dichiarandosi pronto a pubblicare quello che i Gorguts avevano, nel frattempo, deciso di intitolare “Obscura”.
Ora, alla vigilia della sua pubblicazione (23 giugno del 1998), il death-metal aveva già attraversato una parabola sorprendente: da forma musicale estrema e “primitiva”, con evidenti retaggi thrash, si era infatti poco alla volta trasformato in un laboratorio avanzato di sperimentazione ritmica, armonica e timbrica. Nei primi anni Novanta, il death-metal aveva conosciuto una rapida espansione geografica e stilistica, affermandosi anche in diverse nazioni europee, tra cui la Svezia (dove band come Entombed e Dismember definirono un suono più ruvido, caratterizzato dalla celebre distorsione ottenuta grazie al pedale HM-2 della Boss), e l’Olanda, dove i Pestilence incorporarono elementi jazz e soluzioni armoniche inusuali.
È però sul piano compositivo che il genere compì il salto decisivo. Con album come "Human" (1991) e "Individual Thought Patterns" (1993), i Death aprirono la strada a una progressiva sofisticazione del linguaggio: tempi dispari, strutture meno lineari, testi introspettivi. Parallelamente, Atheist e Cynic ibridarono il death-metal con elementi jazz/fusion, lavorando con basso fretless e una concezione quasi “colta” dell’arrangiamento. Fu proprio questa propensione alla complessità a definire appieno il technical death-metal.
Facendo tesoro di queste esperienze, “Obscura” guardò in faccia il futuro del death-metal, imponendosi come un disco ancora oggi alieno.
Clouded by the bliss obscura
“‘Obscura’ fu l’ultima canzone che scrivemmo. Penso sia quella con la geometria più scomoda e quella che definì il colore e il tono dell’intero disco, perché, senza questo brano, l'album avrebbe un’angolazione diversa. Si tratta del compimento del linguaggio a cui miravamo e penso che con esso abbiamo davvero fatto la musica che, come musicisti, avevamo in mente di fare. Ricordo la prima volta che ci sedemmo in salotto e prememmo ‘play’: quando finì, ci guardammo e dicemmo ‘Porca miseria! Ma che cazzo?’. Avevamo sorpreso noi stessi e quello fu un momento molto speciale”.
Brutale, matematico, sferzante: l’omonimo brano che apre il capolavoro dei Gorguts mostra subito cosa, nel frattempo, sono diventati Lemay e soci, ovvero una macchina da guerra in cui la sezione ritmica mastica e risputa groove disorientanti che imbastiscono una complessiva follia sincopata in tempi dispari, mentre intorno divampano riff brucianti, dissonanze che evocano armonie astratte, assoli atonali suonati con la tecnica del tapping, e pinch harmonics, uno dei pezzi forti di Hurdle. Messo da parte il growl tipico del death-metal, Lemay e lo stesso Hurdle si affidano a urla laceranti, veicolando immagini che rimandano a un tipo di esperienza mistica, sulla scorta dell'insegnamento del filosofo e mistico indiano Osho (nato Chandra Mohan Jain), che invita a vivere con consapevolezza, a coltivare la libertà individuale e a celebrare la vita attraverso la meditazione, l’amore senza limiti e il distacco dai condizionamenti sociali.
L’influenza di Osho (che filtrò all'interno della band grazie a Hurdle, un tipo, dirà Lemay, "ossessionato dalla spiritualità") è oltremodo sottolineata dalla citazione riportata nelle note interne del disco, dove fanno capolino anche alcune illustrazioni realizzate da Lemay: “Il viaggio è lungo e il sentiero è senza sentiero, e bisogna essere soli. Non c’è una mappa né qualcuno che faccia da guida. Ma non c’è alternativa. Non si può sfuggire, non lo si può evitare. Bisogna intraprendere il viaggio. La meta sembra impossibile, ma l’impulso ad andare avanti è intrinseco. Il bisogno è profondo nell’anima.”
Clouded by the bliss obscura
Covered by the frame of drama
Intra limpidus obscura
Limen ex nihilum... Opacitas
Trux omnillustrare...
Ex regnum de exsanguis
Lux absentia, funditus
Silenced, fragments of nostalgia
Laments, frailty of the mind
Bounded by the abyssal fence
Light cleanses the internal sense
Come ricorda il testo di "Obscura", l’uomo è in questo viaggio “offuscato dalla beatitudine oscura”, si proietta sulla “soglia del nulla”, nell’“opacità” del “feroce onnilluminare”, alla ricerca di quella “luce [che] purifica la percezione interiore”.
Una viola, suonata dallo stesso Lemay, rompe per qualche attimo, col suo sbilenco incantesimo, la tessitura altamente esplosiva di “Earthly Love”, un brano se possibile ancora più atomico nella volontà di spingere la collisione tra ferocia e raziocinio a livelli disumani. Tenendo fede a quanto Lemay si era imposto scrivendo i testi (a cui lavorò insieme a Hurdle), e cioè la volontà di affrontare la dualità tra anima (eterna) e corpo (mortale) attraverso l’esperienza di stati mentali estremi, di entità ignote e senza volto (“Faceless Ones” è uno dei titoli dei brani che analizzeremo fra poco), visioni oniriche o abissi di introspezione, “Earthly Love” si concentra sulle “dipendenze carnali dell’anima”, sulla “forma concreta del dolore”, con la consapevolezza che all’amore terreno, alla sua “beatitudine carnale” non si può sfuggire, perché essa sarà, urla Lemay, “dentro di me fino alla mia fine”.
L’eco del deathgrind geometrico e arty degli Human Remains (una band che Lemay, soprattutto alla luce del misconosciuto ma straordinario “Using Sickness As A Hero”, terzo Ep della band di Hazlet, New Jersey, imparerà ad amare sempre più) si allunga come un’ombra minacciosa sull’intro di “The Carnal State”, un brano che, se musicalmente procede tra spasmi e schiaffi virulenti, a livello tematico getta un ponte con “Earthly Love”, mostrando che la “limpida e pura quiete dell’estasi” sarà possibile solo quando il nostro passaggio su questa terra si concluderà col ritorno del corpo alla terra, a quella polvere che essenzialmente siamo. Mentre la vita va avanti, però, questa consapevolezza sfocia il più delle volte in stati di depressione acuta o, comunque, di una nostalgia così opprimente da escludere il Tutto, e allora “il fatto stesso di essere/ non ha più significato”. Ciò che quindi l’uomo sperimenta, cantano ancora Lemay e Hurdle in “Nostalgia”, travolti da una passione bruciante, è la “rêverie”, una fantasticheria che è l’unico baluardo contro l’“esistenza [che] crolla”. Pur risultando meno ottundente del solito, in “Nostalgia” la musica dei Gorguts guadagna in capacità narrativa, accentuando gli snodi lirici come mai prima d’ora.
Per certi versi, è quanto accade anche nella successiva "The Art Of Sombre Ecstasy", che ha un andamento ora ascendente, ora discendente, e che evoca il Sukshma Sharira, o “corpo sottile”, una dimensione energetica invisibile agli occhi, ma percepibile attraverso la pratica dello yoga e della meditazione. Costituito da energia sottile, il prana (forza vitale), il Sukshma Sharira si estende oltre i confini del corpo fisico. Al suo interno, si trovano i chakra, ovvero i centri energetici, e i nadis, i canali attraverso cui il prana scorre.
Inaspettatamente, “Clouded” (il brano più lungo del disco, con i suoi nove minuti e mezzo di durata, scritto dal solo Hurdle) vira su lidi death/doom, con Lemay pronto a offrirci una delle sue prove più commoventi, agonizzando in un mare di dolore, quel dolore che “crea la vita” e da cui ci si potrà allontanare solo quando ci separeremo “da questa terra offuscata”, una verità, quest’ultima, ribadita, poco più avanti, da “Rapturous Grief”, in cui Lemay ricorda a se stesso che la “trasparenza” e la “dormienza senza tempo” saranno la sua dimora eterna quando l'anima abbandonerà il corpo che la imprigiona.
As my soul rises, transparency I reach...
Far from this world, I'll be
Lost within darkness
Timeless dormancy is
Where now I shall dwell
Cast beyond mortals
The faceless ones, I meet
The faceless ones are cleansing me
“Corpo astrale, anima che viaggia, morte serena, luminosità e serenità, concetto di carne e anima”: sono queste, invece, ancora nelle parole di Lemay, le tematiche che dominano la rinnovata collisione di dissonanza, atonalità e strutture caotico-geometriche che recinta “Subtle Body”, laddove “La vie est prélude... (La mort orgasme)”, facendo leva anche su bizzarri e vagamente androidi inserti folk-metal (!), eleva il dubbio a sorgente primaria del dolore e della disperazione umana (“How can they love this life so miserable? (…) How can they trust this God so feeble?”).
“Illuminatus” non molla la presa, regalando uno dei momenti più ottundenti dell'album, tra riff come turbini ronzanti, progressioni sfiancanti, un breve ma bruciante assolo scolpito nella lava e oltre un minuto e mezzo di outro come una lenta, disturbante agonia in bilico tra l’evanescente “consistenza dei sogni” e “la vita mistificata attraverso la luce beatifica”. 
Il tormento di questa musica, quello che si respira a pieni polmoni anche nella conclusiva e strumentale “Sweet Silence”, è il tormento della carne dinanzi al miraggio della luce mistica. Da questo punto di vista, la figura seduta in posizione meditativa che campeggia sulla copertina è profondamente legata ai temi della ricerca interiore e, soprattutto, di quell’oscurità (si pensi al titolo dell’album!) che è vera sorgente di luce, di quella luce che, come la “lux caliginosa” di cui parlano i mistici, allude all’esperienza del Divino non come luce visibile, ma come un’oscurità fulminante, la quale, trascendendo ogni capacità di comprensione razionale, non può che accecare e oltraggiare l’intelletto umano.
Quando giunse nei negozi di dischi, alla stragande maggioranza degli addetti ai lavori “Obscura” apparve subito come un impressionante salto di qualità. Non mancarono quanti, invece, restarono perplessi dinanzi a una musica che, a loro dire, era fin troppo strana, se non addirittura inascoltabile. Tutto nella norma, quando si ha a che fare con opere di rottura. Comunque sia, se “Considered Dead” e “The Erosion Of Sanity” abitavano ancora il perimetro del death-metal, pur provando a farlo scricchiolare, col loro terzo album i Gorguts finirono praticamente per negarlo. Dove prima c’erano riff complessi ma riconoscibili, ora restavano schegge impazzite, ma di una follia calcolata nei minimi dettagli.
Procedendo come un organismo che rifiuta la propria forma, che si corregge continuamente fino a cancellarsi, "Obscura" finisce per generare il senso di un’instabilità sistematica, in cui la precarietà è elevata a principio. L’arrivo di Hurdle fu, in tal senso, fondamentale, come ebbe a ricordare Lemay in un’intervista concessa a Metal Insider qualche anno fa: “Dal punto di vista chitarristico, Steeve voleva sempre spingersi oltre i limiti, e ci è riuscito benissimo. Cercava continuamente nuovi suoni e nuove texture sulla chitarra”. Fu ancora l’ex-chitarrista dei Purulence (che si è spento nel 2012 ad appena 41 anni) a spingere i suoi sodali verso l'elaborazione di una sorta di caos musicale capace di disorientare l’ascoltatore sia a livello emotivo che intellettuale. E fu così che i Gorguts si lasciarono dietro la vecchia guardia del death, aprendo la strada a una miriade di band che, negli anni a venire, avrebbero continuato a seguire quei sentieri fatti di dissonanza, caos più o meno strutturato e brutalità ferocemente esistenziale, alla ricerca di un sound sempre più spaventoso, sperimentale e affascinante.