Fear Factory

Fear Factory

L'anima di una nuova macchina

di Antonio Silvestri

Meccanici e brutali, visionari e sperimentali, i Fear Factory sono stati la più creativa band dell'industrial-metal degli anni 90. Ripercorriamo una carriera ultraventennale di avvicendamenti, evoluzioni e ripensamenti, alla ricerca del metal del futuro

We are the new breed, we are the future
(da "New Breed")

Nel corso degli anni 80 la diffusione dell'estremismo musicale è sensazionale. Capita così che l'heavy-metal si trasformi in qualcosa di sempre più violento, lugubre e orrorifico grazie alle prime esperienze death-metal. Fra le band fondamentali di questo stile ci sono i Death e i Morbid Angel, che influenzano numerosi gruppi con il loro approccio sonoro. Su lidi affini i Napalm Death hanno invece battezzato un altro stile musicale estremo, forse quello estremo per eccellenza: il grindcore. Uno dei membri della nichilista e brutale formazione inglese, Justin Broadrick, suona la chitarra, canta con voce mostruosa e programma le drum-machine anche in un'altra band, una fra le più temibili fra anni 80 e 90: i Godflesh. Suoni meccanici, inumani fino al midollo, che raccontano di torture psicologiche e fisiche in un mondo distopico, già presentato agli ascoltatori nel capolavoro Streetcleaner (1989). Per i Godflesh si parla, a ragione, di sperimentazione e di industrial-metal.

Le origini dell'incubo

L'influenza di Napalm Death e Godflesh è tale che dall'altra parte dell'oceano nasce una band, gli Ulceration, che prende le mosse dal death-metal (Death, Morbid Angel), dal thrash più estremo (Slayer, Sepultura), dal grindcore (Napalm Death, Terrorizer, Carcass) e dall'industrial-metal (non solo Godflesh ma anche Ministry e Skinny Puppy). Nel 1990, per riflettere ancora di più la passione per il mondo distopico descritto dai Godflesh, gli Ulceration abbandonano un nome tanto immediato quanto scarsamente carismatico e optano per un ben più evocativo Fear Factory. Inizialmente si contano quattro membri: Dino Cazares (chitarra), Raymond Herrera (batteria), Dave Gibney (basso) e Burton C. Bell (voce). La formazione è pronta per registrare i primi demo, incisi nel 1991 e raccolti nel 2002 in Concrete, cronologicamente la prima documentazione del sound della band. Per chi non fosse abituato all'impatto travolgente del grindcore e dell'industrial-metal, è un biglietto da visita spaventoso. "Big God/Raped Souls" inietta in una mattanza death-metal voci angeliche, come appartenenti a eteree creature digitali e inumane. "Concrete" si apre con una scarica grindcore appena stemperata in un death-metal furibondo. "Echoes Of Innocence" si dimostra più varia: partenza doom, scariche death-grindcore e desolanti divagazioni industriali. Almeno "Self Immolation" si dimostra, già in questa versione, una matura fusione di industriale, violento e sperimentale, una terrificante filiazione fra Einstürzende Neubauten, Godflesh e Napalm Death.
Progettato per essere il primo album della band, Concrete unisce l'influsso di una produzione, quella di Ross Robinson, realizzata negli studi di Steven Edward Duren, che non sembra esaltare come dovrebbe le peculiarità stilistiche della formazione. Oltretutto, il contratto non soddisfa appieno gli ispano-americani, che così decidono di rompere con Robinson. Ne nasce una breve controversia legale che si risolve con i Fear Factory che mantengono i diritti sui brani in quanto tali, e Robinson che li conserva sull'album registrato. L'unica soluzione è rinunciare alla pubblicazione e ri-registrare il materiale, e difatti questo accade per otto brani che andranno a confluire sull'esordio vero e proprio: per la precisionne sono "Big God/Raped Souls", "Arise Above Oppression", "Crisis", "Escape Confusion", "Dragged Down By The Weight Of Existence" (con il nuovo nome "W.O.E"), "Desecrate", "Suffer Age" e "Self Immolation".

L'anima di una nuova macchina

Ad agosto 1992 il minaccioso ed evocativo titolo Soul Of A New Machine, preso in prestito da un libro di Tracky Kidder, presenta la fabbrica della paura al mondo. Quel che l'album rappresenta è più che un semplice disco di metal estremo. Trattasi infatti di un seminale crocevia fra l'aggressività del thrash-metal (in primis quello dei Dark Angel, soprattutto per quanto riguarda la batteria), la violenza e il marciume del death-metal e del grindcore, con l'immaginario claustrofobico dell'industrial più oscuro ed efferato. Questa miscela trova esaltazione a cominciare dai testi: una caratterizzazione che sarà sempre basilare nelle varie evoluzioni del sound fearfactoryano è l'inquietante concept-album fantascientifico. Soul Of A New Machine dà il via alla narrazione del gruppo introducendo un mondo in cui l'umanità ha creato una società iper-tecnologica dove le macchine stanno lentamente prendendo il sopravvento, a partire dagli enti governativi. In questo contesto avviene la creazione di una macchina senziente dotata di un'anima, con chiari riferimenti all'immaginario distopico e cyber-punk.
Non tutti i brani però si concentrano, per il momento, sulla tematica dominante, che invece assume più il ruolo di sfondo in cui ambientare le canzoni, che arrivano a trattare la protesta contro la guerra, gli abusi delle forze di polizia e persino le relazioni interpersonali tossiche. Il risultato è straniante: come se la caratterizzazione tipica dei testi del thrash-metal venisse rivestita delle tonalità da incubo dei Godflesh.
Burton C. Bell ha modo su questo esordio di mettere alla prova l'alternarsi del ruggito death-metal con parti cantate più tradizionali, anche filtrate. Dino Cazares si afferma come il leader della band, rivestendo il ruolo di chitarrista, arrangiatore, addetto al mixing e persino alle registrazioni del basso, strumento dal vivo suonato da Andrew Shives. Il suono di Cazares è spesso marcatamente ritmico, di grande influenza nell'ambito dell'alternative-metal che andava sviluppandosi a inizio anni 90 e per le nuove attenzioni al "groove" di tanto metal estremo. Raymond Herrera dietro le pelli si alterna fra meccanico e furioso. Il nuovo produttore è Colin Richardson.
Sin dall'iniziale "Martyr", è un mondo musicale nuovo, di sorprendente violenza e di asfissiante modernità post-industriale. Quando interviene la voce flebile nel contesto apocalittico che si è andato a costruire, è come la visione onirica di una algida dimensione inumana nell'atroce carnaio di un bombardamento. Anche quando sono più proni al death-metal e al grindcore, i Fear Factory lo declinano con piglio meccanico ("Leechmaster", "Scapegoat", "Crisis", "Scumgrief"), con momenti di pazzoidi esplosioni di rabbia schizofreniche, come "Lifeblind", tour de force ritmico.
Le nuove versioni dei brani di Concrete sono decisamente più centrate sul far comprendere il suono peculiare della formazione, basti ascoltare "Big God/Raped Souls", che mette in mostra l'anima meccanica e quella brutale, il sangue che si mischia con il micro-chip. La conclusiva "Manipulation" rimarca l'influenza della band su nuove prospettive ritmiche nel metal estremo, un ruolo che in quest'album permette loro di affiancare i Meshuggah come grandi influenze sul thrash-metal e sul death-metal evoluto degli anni 90. Igor Cavalera, storico batterista dei Sepultura (i cui primi album thrash/death sono pure tra le fonti d'ispirazione del gruppo), senza trattenersi commenterà questa uscita definendola "il futuro del death-metal".

Una delle tendenze stilistiche che i Fear Factory prendono dal mondo industrial-metal è il dialogo, per quanto subdolo e meditato, con la composizione elettronica. Questo si palesa nell'uso dei campionamenti, elemento centrale della cultura industriale dai tempi dei Throbbing Gristle, ma anche con l'apertura al concetto di remix. Fear Is the Mindkiller (1993) rilegge proprio i brani di Soul Of A New Machine, in chiave decisamente più ballabile, ma senza rinunciare alla potenza devastante. Il "pigfuck mix" di "Scapegoat" sembra l'ideale per far scatenare dei metallari appena usciti da un pogo che ha fatto contusi e feriti. Col senno di poi, è l'antipasto della rivoluzione industrial-metal che la band avrebbe scatenato un paio di anni dopo, con il capolavoro Demanufacture (1995).

Il manifesto della nuova razza

Per il secondo album ufficiale Burton C. Bell scrive i testi mentre Dino Cazares compone. Il primo si concentra su un concept più solido, che ripercorre la vita di un uomo che combatte un governo controllato dalle macchine. Lo stile di canto si allontana dal death-metal dell'esordio, verso un aggressivo grido più affine al thrash che si alterna alle più frequenti parti cantate con la voce pulita. Quest'ultima diverrà col tempo uno dei tratti più distintivi di Bell, di intonazione molto personale, lievemente malinconica, e che influenzerà i cantanti di numerose formazioni anche molto diverse, come Machine Head o Soilwork, ma soprattutto nell'ambito nu-metal.
Cazares sviluppa il suo stile chitarristico, anche in questo caso distanziandosi dagli elementi death-metal dell'esordio per avvicinarsi più alla tradizione thrash. Il riffing di Cazares al contempo incorpora i suoni marcati e bassi del groove-metal nato in quegli anni (Pantera, Sepultura, Machine Head e, in una variante più industriale, i Prong) e si sviluppa tramite ritmiche ottundenti e meccaniche, marcatamente industrial-metal per l'ossessività e per la loro ripetitività dura, con cui il chitarrista si sbizzarrisce e che fra l'altro arricchisce con elaborate creazioni dal sapore matematico. Raymond Herrera e Cazares formano una sezione ritmica disumana, che punta su potenza e precisione per restituire un amalgama spaventoso di assordanti battiti e scariche meccaniche. Herrera si mostra un batterista portentoso, veloce, chirurgico, degno erede di Gene Hoglan (Dark Angel, Death) e Igor Cavalera (Sepultura) quanto a capacità di coniugare potenza e precisione. In teoria ci sarebbe anche un bassista elencato nei crediti del disco, Christian Olde Wolbers, che va a completare la formazione classica del gruppo, ma alcuni anni dopo Cazares avrebbe rivelato che ogni linea di basso è stata registrata da lui in persona e che Wolbers era entrato troppo tardi nel gruppo per partecipare alle registrazioni.

Questa volta il concept è maturo e costituisce interamente il cardine delle composizioni: ispirato dai due film di "Terminator" (dai quali provengono alcuni campionamenti), il disco racconta la storia della rivolta di un uomo contro un governo formato da macchine, che controlla un distopico e spietato stato di polizia.
Colin Richardson produce una prima versione dell'opera, ma non trova il consenso della band, decisa ad allontanarsi dal sound dell'esordio. Interverranno a tal proposito Greg Reely e Rhys Fulber, capaci di assecondare lo spirito sperimentale del gruppo. Tale scelta potrebbe aver influito su uno dei principali elementi di discontinuità con Soul Of A New Machine: il ruolo più importante della componente elettronica, che qui si fonde completamente con i suoni di matrice thrash, death e groove-metal.
La title track apre su un ritmo meccanico e inquietante, scarta verso un thrash-metal industriale e infine esplode in estremismi metallici e rallentamenti atmosferici. Umano e disumano, fusi insieme, anche in "Self Bias Resistor", questa volta con il cantato filtrato e asettico a fungere da straniante contrasto. Uno dei vertici di un album essenziale come questo si trova in "Zero Signal", aperta da una sinfonia meccanica aliena, che fa contrastare placide melodie astratte con l'intreccio ritmico mostruoso di chitarra, basso e batteria. Il canto mansueto invece di rasserenare l'atmosfera rende disturbante il tutto, poi arpeggiatori supersonici intervengono e solo una diradazione dei battiti possenti di Herrera lascia trapelare, anche grazie a un pianoforte, qualche raggio di luce nell'apocalisse.
Neanche a dirlo, quello che segue è un'estasi della violenza: "Replica" riprende anche le scariche grindcore degli esordi, mentre "New Breed" supera in eccentricità tutto il resto dell'opera. Pesanti effetti elettronici, voci filtrate, scariche ritmiche devastanti, chitarre meccaniche che sembrano ruggiti di macchinari inumani e tutta un'intelaiatura elettronica a sostegno di uno dei brani più potenti della storia del metal, tre minuti scarsi di ragionata violenza. Un'intensità tale che il finale, con coro a sostenere le urla di Bell, lascia tanto tramortiti quanto bramosi di altra devastante violenza musicale. A totale sorpresa, invece, arriva una cover, "Dog Day Sunrise" degli Head Of David, mezzo tributo e mezza appropriazione di un pezzo che ha influito proprio sull'industrial-metal tanto amato dai Fear Factory. L'equilibrio instabile fra ciò che umano e ciò che non lo è, il cui unico punto di scontro è una violenza intollerabile, sembra sul punto di far collassare brani come "Flashpoint", ed è per questo sorprendente che un afflato commovente traspaia nel finale di "Pisschrist".
"A Therapy For Pain" (quasi 10 minuti) conclude l'opera con un nuovo colpo di scena: una desolante sinfonia galattica, chiusa da allucinazioni aliene che nulla hanno a che fare con industrial o qualsiasi forma di metal. Il sigillo ideale di un album creativo e spaventoso, un concentrato di innovazione e potenza che ha pochi paragoni e quasi tutti a loro volta, in un modo o nell'altro, debitori dell'influenza di quest'album (si pensi agli Strapping Young Lad per citare i più significativi in ambito estremo).

Il remix album Remanufacture – Cloning Technology (1997) suona questa volta meno sorprendente, visto che l'anima elettronica era già ben sviluppata in Demanufacture. Il risultato è spesso pasticciato, anche perché intervenire sugli ordigni chirurgici che la band ha creato significa doversi accontentare di soluzioni imperfette, che mal veicolano la potenza e la forza visionaria degli originali. Il momento più curioso è "Bound For Forgiveness" (il remix di "A Therapy For Pain"), ma troppo spesso sembra che i vari artisti intervenuti si siano limitati a un compitino senza grande estro creativo.

La trilogia distopica e l'incubo dell'obsolescenza umana

Il seguito di Demanufacture inizia a essere progettato nel tardo 1997, quando la divinità del metal Ozzy Osbourne chiede alla band di aprire per i padri fondatori Black Sabbath a due concerti sold-out nella loro Birmingham. Dopo questa entusiasmante occasione di farsi conoscere, la band inizia a immaginare un futuro artistico dopo un'opera che era sia creativamente che contenutisticamente definitiva: un seguito della cronaca apocalittica e distopica, l'ulteriore evoluzione di un sound terminale e sperimentale. La soluzione viene dall'idea di proseguire la storia iniziata con Demanufacture nel nuovo album, intitolato Obsolete (in copertina °BSΩLE+e), pubblicato nel giugno 1998.
Le macchine hanno definitivamente preso il sopravvento, secondo una visione pessimistica che ha più di qualche contatto con l'immaginario del "Terminator" di James Cameron ma che per toni e spunti distopici si ricollega anche all'Huxley di "Il Mondo Nuovo" e all'Orwell di "1984". Così lo descrive Bell: "Siamo arrivati al punto nella storia in cui l'uomo è obsoleto. L'uomo ha creato queste macchine per rendere la sua vità più facile, ma a lungo andare lo hanno reso obsoleto. Le stesse macchine che ha creato ora lo stanno distruggendo. L'uomo non è più il cittadino principale sulla Terra." Solo una persona si oppone a questo incubo tecnologico, alla quale il gruppo dà il nome di Edgecrusher.
L'illustratore Dave McKean ha il compito di restituire in immagini le idee narrative della band nel booklet. Anche trascurando la trama piena di rivolta politica e fantascienza, l'opera contiene alcuni elementi innovativi. Cazares ha ribassato la sua chitarra, ora a sette corde, e può dar sfogo all'ossessione ritmica che ha portato la band a non contare neanche un assolo fino a questo momento della carriera. Il nuovo suono più cupo, ostinato, cadenzato e terrificante si fa in parte ispirare dal riffing sincopato del nu-metal (Korn, primi Deftones) ma a sua volta influenzerà i gruppi più aggressivi della scena. Bell segue la sempre maggiore attenzione al ritmo finendo per avvicinarsi quasi al rap, per quanto aggressivo, quando non canta con toni asettici come sempre. Herrera ha già sfoggiato una sempre maggiore passione per la doppia-cassa, ma è in Obsolete che mette a punto ritmi sempre più meccanici e angolari, che sembrano provenire da una drum-machine in rivolta contro l'umanità.
Pur non replicando lo spessore di Demanufacture, che sarebbe stato un atto quasi miracoloso, l'album contiene alcuni dei loro brani maggiori. La devastante opener "Shock" riesce a farsi cantare nonostante la mattanza messa in scena, mentre "Edgecrusher" annovera un contrabbasso, una tempesta di scratch, un canto rabbioso e in definitiva tutti i crismi che caratterizzano il disco. Le mitragliate ritmiche di "Securitron (Police State 2000)" riconducono alle epilessi grindcore degli esordi, inserite però nel maturo amalgama multiforme che la band ha coniato. La tensione di "Hi-Tech Hate" è alimentata da un ritmo incespicante, anche se Herrera e Cazares danno il meglio nel meccanico battito della title track. Complessivamente meno brutale, seppur relativamente a una discografia di efferatezze, l'album contiene anche una "Resurrection" dove Bell canta rinunciando a ruggiti e urla, anticipando il futuro più melodico della band.

Sorprendentemente, Obsolete diventa uno dei bestseller del metal, grazie a un singolo atipico come "Cars", remix della canzone di Gary Numan cantata da lui in persona, inserita nella versione digipak. Saliti fino al numero 57 della classifica inglese con questo stravagante esempio di hit, i Fear Factory riescono a raggiungere le 750mila copie vendute dell'album nel 2001.

La trilogia distopica si chiude con Digimortal (2001), un album più immediato e melodico ma comunque capace di soddisfare chi sia in cerca di emozioni forti. Il disco segna la definitiva fusione fra industrial-metal, groove-metal e l'ormai popolarissimo nu-metal, e proprio per quest'ultimo motivo va incontro al disdegno del pubblico metal, incassando deludenti risultati in termini di vendite. Il disco però ha frecce in faretra e sfoggia diversi momenti interessanti. Vicini ai Sepultura nell'accattivante opener "What Will Become" e ai Korn nella sincopata title track "Digimortal" e nell'industrial-rap-metal di "Back The Fuck Up", i Fear Factory si scoprono insolitamente diretti in brani come "No One", seguendo un processo di semplificazione già intravisto in Obsolete, che purtroppo fa rima con banalizzazione nel singolo "Linchpin".
C'è persino una ballad da manuale come "Invisible Wounds (Dark Bodies)" e per ritrovarsi nell'incubo industriale di un tempo ci si deve accontentare di "Byte Block" e "Hurt Conveyor". Se nella loro versione più fruibile i brani fanno emergere alcuni limiti compositivi, "(Memory Imprints) Never End" chiude con una urlatissima ballata che fa ancora sperare in una evoluzione che non sacrifichi eccessivamente la creatività della formazione.

La crisi creativa e la scissione

Peccato che dopo la conclusione di una trilogia che già mostrava segni di prolissità, la band sia destinata al tracollo. Inizia infatti a manifestarsi una evidente tensione fra Bell e Cazares che sembra irrisolvibile, al punto che quest'ultimo (che si era stufato di suonare metal estremo e voleva fondare una band indie-rock, con grande sconcerto dei compagni) nel marzo 2002 lascia all'improvviso il gruppo che conseguentemente si scioglie. 
La situazione è messa così male che i membri dell'ex-gruppo si fanno scaricabarile reciproco e si lanciano frecciatine tramite le interviste. Cazares accusa Wolbers e Herrera di essere interessati solo ai soldi, Herrera gli risponde facendo specchio-riflesso delle critiche (al punto da accusare Cazares di avere cercato di prendere accordi con la label e il management alle spalle degli altri) e aggiungendo che lui si comportava da mini-dittatore respingendo sempre con arroganza tutte le idee musicali proposte dagli altri musicisti, spesso mancando apertamente di rispetto alle persone. 

Comunque sia andata, per rispettare i vincoli contrattuali con la Roadrunner arriva intanto la pubblicazione del già analizzato Concrete (2002) e della compilation Hatefiles (2003), un calderone di B-side e remix che farà la felicità dei completisti. Bell nel frattempo decide di formare gli Ascensions of the Watchers con John Bechdel, che però richiederà tempo per mettersi in moto. Non che invece Cazares sia stato poi impegnato soltanto nella "fabbrica della paura": il chitarrista partecipa da tempo anche al progetto grindcore Brujeria (si segnala in particolare l'esordio "Matando Gueros" del 1993) e fonda a inizio millennio la band death-grind Asesino, oltre a impegnarsi come unico membro stabile nei devastanti Divine Heresy. Ed è proprio con gli Asesino che Cazares si concentra, mentre Herrera e Wolbers a fine 2002 si incontrano e decidono di rimettere in piedi i Fear Factory per conto loro.

Nel 2004 una formazione con Burton C. Bell alla voce (convinto dai due a rientrare all'ovile nonostante il disinteresse per il metal), Raymond Herrera alla batteria e Christian Olde Wolbers a chitarra e basso, supportata da John Bechdel alle tastiere, pubblica Archetype. Chi avesse perso la speranza per un ritorno alla veste corazzata di un tempo troverà una gradita sorpresa nell'impatto fisico annichilente di brani come "Cyber Waste" e "Act Of God", per intensità degni di Demanufacture, mentre "Bonescraper" sembra uscire da Obsolete. Ed è un ritorno anche alle scariche ritmiche, come dimostra "Drones", anche se un più orecchiabile esempio di electro-metal come "Archetype" palesa che qualcosa comunque è cambiato e le ballatone "Bite The Hand That Bleeds" e "Human Shields" continuano a mostrare il fianco in quanto a creatività, scadendo nel cliché.
Se non fosse l'album di una band con un passato tanto notevole, Archetype farebbe la figura di un'opera da ricordare, quantomeno fra i contemporanei. Ha persino in "Ascension" (7 minuti) una rarefazione ambient e cosmica degna di Klaus Schulze e, in chiusura, una cover dei Nirvana, "School".
Per la prima volta i Fear Factory sembrano voler interpretare se stessi senza azzardare granché, facendo fruttare le invenzioni di quello che sembra già a questo punto essere diventato il loro periodo "classico", quello della trilogia distopica dell'industrial-metal.

Con Transgression (2005), però, la musica cambia. "Echo Of My Scream" e "New Promise" contengono i primi assoli di chitarra dell'intera carriera e l'elemento industriale si è andato affievolendo, fino a diventare difficile da rintracciare in molti brani. Sembra che le pressioni per una pubblicazione abbiano negativamente influito sul risultato finale, portando a un'uscita fin troppo affrettata, approssimativa e impoverita rispetto al passato, con una produzione scadente e un numero eccessivo di cover a riempire la tracklist. Mettere a confronto la title track con i brani degli album precedenti evidenzia arrangiamenti meno densi di eventi sonori, che invece di risultare complessi meccanismi industrial-thrash-metal suonano spesso come dimostrazioni di potenza incapaci di spaventare chiunque abbia anche solo ascoltato la discografia precedente. Ma parte della responsabilità è anche dovuta alla scarsa sinergia tra il produttore Toby Wright e Bell da una parte - con quest'ultimo che prende le redini della produzione e degli arrangiamenti prediligendo le composizioni più melodiche e scartando quelle più aggressive - e gli altri membri del gruppo dall'altra.
Se il quartetto iniziale sembra soprattutto una poco creativa aggiunta a quanto già ascoltato, "Empty Vision" mostra una tendenza a melodie orecchiabili di matrice pop, in primo piano con brani come "Supernova" e "I Will Follow", cover degli U2. La ballata "Echo Of My Scream" non è solo poco graffiante, ma scade nel cliché di tante band metal che tentano la carta più emotiva. La conclusiva "Moment Of Impact" chiude una seconda parte dell'album altalenante e apparentemente raffazzonata, dove oltre alla citata cover degli U2 si annovera anche "Millennium" dei Killing Joke.
Wobers in seguito criticherà l'approccio del duo Bell/Wright e le pressioni della nuova label sulla consegna, definendo l'album un lavoro da schifo fatto a metà ("I am not proud of at all. It's crap", dirà senza peli sulla lingua). Bell per contro se ne mostrerà fiero.

Di nuovo insieme e di nuovo separati, con le proprie fedeli ossessioni

A seguito del discusso Transgression, la formazione entra nuovamente in crisi e viene posta in uno stato di sospensione a tempo indefinito. Bell partecipa a "The Last Sucker" dei Ministry (2007), senza nascondere nelle interviste il suo entusiasmo per la collaborazione con uno dei suoi idoli musicali, e poco dopo riesce a pubblicare l'esordio e fino ad ora unico album degli Ascension of the Watchers, "Numinosum", un disco soffuso e atmosferico, all'insegna di un gothic-rock con venature dreamy, industriali, elettroniche e persino prog. Il risultato è discontinuo, ma svetta una bella cover di "Sounds Of Silence". Nel mentre, Bell inoltre annuncia platealmente che non vuole più contribuire alla violenza nel mondo con la musica aggressiva dei Fear Factory (sic!). Wolbers e Herrera decidono di badare ai fatti loro e fondano gli Arkea, una band metalcore che pubblica il solo "Years In The Darkness" (2009), contenente molte idee che i due inizialmente intendevano utilizzare per un nuovo album dei Fear Factory.

Passano gli anni senza che all'orizzonte si materializzi un ritorno, poi nell'aprile 2009 Cazares (che nel 2007 aveva lanciato anche i Divine Heresy all'insegna del deathcore tecnico) e Bell, un po' a sorpresa, si dichiarano di nuovo amici di punto in bianco. Herrera e Wobers non vogliono avere nulla a che fare con Cazares e declinano l'invito di Bell a una reunion, inducendolo ad assumere il controllo dell'operazione. Viene presentata così una nuova line-up, con Byron Stroud al basso e nientemeno che Gene Hoglan alla batteria (già in Testament, Death, Strapping Young Lad e Dark Angel). La decisione causa anche alcune difficoltà contrattuali al punto da spingere i nostri a cancellare diversi concerti perché, in teoria, Herrera e Wobers erano ancora parte del gruppo e detenevano metà dei diritti sul nome. Per un periodo c'è anche la grottesca eventualità che i due blocchi contrapposti decidano di procedere ciascuno per proprio conto usando lo stesso nome. "È come se loro due avessero deciso di fondare un nuovo gruppo e chiamarlo anch'esso Fear Factory, senza comunicarcelo", pungola sarcastico Herrera nelle interviste. Cazares nuovamente accusa i due di essere interessati solo al denaro e ne viene su una mezza telenovela combattuta a distanza, a suon di frecciatine nelle interviste e nei messaggi sui social network. Alla fine Herrera e Wobers decidono di non procedere per vie legali e così Bell e Cazares proseguono per la propria strada.

Con i due amici ritrovati, unici membri storici, Mechanize (2010) cerca di riconquistare la posizione di rilievo che la band ha nel metal più assordante. Si presentano con la title track, il brano più urlato della discografia e gloriosamente infarcito di elementi elettronici. Pur conservando l'uso sporadico del cantato melodico, nuove mattanze come "Industrial Discipline" e "Powershifter" riportano alla mente i primi due album, compresi gli eccessi death-metal e le scariche grindcore. "Designing The Enemy" tenta una fusione di violenza e melodia decisamente più creativa delle ballate presenti nelle opere precedenti, mentre "Metallic Division" regala 90 secondi di clangori industriali su uno dei loro groove assassini: è un ritorno a forme musicali meno canoniche che riconduce al periodo classico della formazione, quello della "trilogia".
Sarà stato forse il ritorno di Cazares, o forse l'aver ritrovato con il cambio di line-up nuovi stimoli, ma anche la conclusiva "Final Exit", con i suoi otto minuti abbondanti, si chiude su un inaspettato soliloquio di pianoforte in diradati riverberi dark-ambient.
Un gradito ritorno, quindi, della Fabbrica della paura, che se non stupisce, quantomeno fa ritornare con la mente alle opere fondamentali degli anni 90.

Con The Industrialist (2012) si torna persino al concept-album, con l'ennesima deriva distopica che porta una macchina a diventare minacciosa e letale per l'umanità. Questa volta Bell e Cazares sono gli unici membri ufficiali, con l'utilizzo di una drum-machine programmata grazie all'aiuto di John Sankey. Produzione e altri interventi musicali di contorno al collaboratore, peraltro di lungo corso, Rhys Fulber. Se si esclude l'anno di pubblicazione, l'album potrebbe essere un credibile seguito di Demanufacture, del quale replica l'impressionante potenza ("The Industrialist", "Recharger", "Difference Engine"), l'ossessione ritmica ("Depraved Mind Murder") e la passione per stravaganti scelte di arrangiamento dai toni cyber-punk.
L'anima groove-metal e quella thrash-metal sono unite dalla passione per i suoni industriali in un album che non contiene nulla di davvero nuovo, neanche nella conclusiva dark-ambient di "Human Augmentation" (9 minuti), ma sembra piuttosto la conferma che Bell e Cazares sono capaci di dare agli amanti di Demanufacture e Obsolete altre canzoni in quello stile.

Tutto il travagliato tentativo di evolversi che i Fear Factory hanno portato avanti dall'inizio del millennio trova in Genexus (2015) una sua sintesi. In parte è tornata la batteria suonata, anche se da Mike Heller, ed è anche questa volta il caso di un album che ripropone i temi di un'intera carriera: meccanizzazione, incubi cyber-punk, violenza e distopie. La melodia che aveva preso il sopravvento su Transgression è qui presente senza essere invandente, sempre accoppiata con quella fusione di industrial-metal, groove-metal e thrash-metal che accompagna la formazione da qualche lustro. "Soul Hacker" potrebbe uscire da Obsolete, mentre "Genexus" tenta la via di un'orchestrazione industrialoide che ha i sapori del sinfonico più che del cyber-punk: è un ritorno al proprio passato che diventa a tratti uno sguardo a soluzioni che sembrano appartenere al metal di dieci o venti anni prima. Una delle poche novità risiede nei beat di alcuni brani, che non imitano più le batterie tradizionali e si abbandonano invece a suoni tipicamente elettronici, come è il caso della lunga "Expiration Date", quasi 9 minuti di ballata androide chiusa da minacciosi rumori meccanici.
Sono poco più che dettagli di un nono album di studio che conferma i Fear Factory come musicisti ormai lontani dal periodo più sperimentale e creativo, ma ancora decisi a far valere il proprio ruolo di sperimentatori, innovatori e leggende della scena industrial-metal.

Grazie ad Alessandro Mattedi per le correzioni e i contributi migliorativi.



Fear Factory

L'anima di una nuova macchina

di Antonio Silvestri

Meccanici e brutali, visionari e sperimentali, i Fear Factory sono stati la più creativa band dell'industrial-metal degli anni 90. Ripercorriamo una carriera ultraventennale di avvicendamenti, evoluzioni e ripensamenti, alla ricerca del metal del futuro
Fear Factory
Discografia
Soul Of A New Machine (Roadrunner, 1992) 
 Fear Is The Mindkiller (Roadrunner, remix, 1993) 
Demanufacture (Roadrunner, 1995) 
 Remanufacture (Roadrunner, remix, 1997) 
Obsolete (Roadrunner, 1998) 
 Digimortal (Roadrunner, 2001) 
 Concrete (Roadrunner, 2002) 
 Hatefiles (Roadrunner, compilation, 2003) 
 Archetype (Liquid 8, 2004) 
 Transgression (Calvin, 2005) 
 The Best Of Fear Factory (Roadrunner, compilation, 2006) 
 Mechanize (Candlelight, 2010) 
 The Industrialist (Candlelight, 2012) 
 The Complete Roadrunner Collection 1992–2001 (Roadrunner, compilation, 2012) 
 Genexus (Nuclear Blast, 2015) 
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