Dreamboat Annie

Heart

Dreamboat Annie

1975 (Mushroom)
arena-rock

In quel regno dorato del maschilismo che è sempre stato il music business, il debutto delle sorelle Wilson irruppe come un fulmine a ciel sereno alla metà dei 70’s. Chi erano mai quelle due fricchettone californiane che pretendevano di firmare testi e musiche di un disco – rock, per di più – mettendo in riga i restanti quattro membri maschili della band? Visto che a ispirarle era l’hard-rock targato seventies, non si trovò di meglio che liquidarle come “piccole Led Zeppelin”, nella migliore delle ipotesi, o “Led Zeppelin con le tette”, in quella più pecoreccia. Lilith Fair poteva attendere, insomma.

Ma Ann e Nancy Wilson – figlie di un militare della marina statunitense, un’infanzia sempre con la valigia in mano prima del trasferimento a Seattle - sono due tipe molto toste e decisamente testarde. Figurarsi se poteva bastare qualche appellativo sessista a spegnere il loro sacro fuoco rock. Tanto più dopo aver affrontato una gavetta fatta di concerti nelle bettole della provincia americana e canadese, di contratti stracciati da proprietari di locali notturni e di impresari spregiudicati e inaffidabili. Uno di loro, però fa eccezione. Anzi, è proprio un “Magic Man”. Si chiama Michael Fisher ed è il compagno di Ann, nonché l’attuale manager della band al tempo dell’esordio su Lp. Il suo piano per le Heart prevede di tirare la corda prima di arrivare al successo negli Stati Uniti, girando mezzo Canada a caccia di date utili per suonare dal vivo, tra taverne, locali notturni, addirittura balli scolastici. Ma sarà proprio su quel duro fronte del palco che Ann e Nancy Wilson forgeranno il loro formidabile affiatamento sonoro, approdando alla pubblicazione dell’album d’esordio, “Dreamboat Annie” (1975), in distribuzione limitata sul solo mercato canadese, grazie allo sforzo di una etichetta indipendente locale, la Mushroom.

Poi ci sono i momenti decisivi, le sliding doors che fanno la differenza. Quella delle Heart si apre in quel di Calgary, Canada, quando Ann Wilson riceve una telefonata da parte di Shelley Siegel, promotion manager dell’etichetta Mushroom, che la informa della possibilità di aprire due date di Rod Stewart a Montreal. Le Heart, che solo qualche giorno prima sono state licenziate da un locale notturno a Calgary, non credono ai loro occhi. Com’è possibile? A quanto pare, quel debutto semiclandestino su Lp sta facendo proseliti in Canada grazie all’heavy rotation sulle radio locali.
Dopo anni di sacrifici e umiliazioni, le due sorelle sono pronte a prendersi la prima rivincita. Al loro fianco, quattro musicisti: Roger Fisher (chitarra), Howard Leese (chitarra, tastiere, cori), Michael DeRosier (batteria) e Steve Fossen (basso). È questa la formazione che si presenta sul palco del Forum di Montreal. Davanti ai circa 18mila spettatori presenti, Ann Wilson può finalmente presentare il suo “Magic Man”, chiamandolo in francese “L’Homme Magique”, dando l’abbrivio ufficiale alla saga Heart nella storia del rock.

Magic sisters

“Magic Man” è proprio l’incipit di “Dreamboat Annie”. Ed è subito una folgorazione: un gioco cangiante di chiaroscuri elettro-acustici, che oscilla costantemente tra dolcezza e irruenza. Aperto dagli arpeggi di una chitarra sinuosa, il brano vira presto verso un rock sincopato, con fulminante assolo di chitarra di Roger Fisher alla sua Gibson Les Paul Goldtop, poi squarciato dalla voce potente di Ann Wilson, e con inaspettata coda para-prog propulsa dal sintetizzatore di Leese. Il testo, invece, è il romanzo (rosa) della love-story tra la cantante/compositrice e il suo Mike Fisher, di due anni più grande, fuggito per due anni in Canada per sottrarsi alla chiamata obbligatoria alle armi: per raggiungerlo in Canada, Ann abbandonerà il suo gruppo dell’epoca (gli Hocus Pocus) e salirà su un bus Greyhound, decisa a intraprendere una nuova vita hippie a Vancouver. Una scelta che preoccuperà non poco la madre Lois. Da qui i celebri versi: 

Mama says she's worried, growing up in a hurry
"Come on home, girl" Mama cried on the phone
"Too soon to lose my baby yet, my girl should be at home"
But try to understand, try to understand
Try, try, try to understand, he's a magic man, Mama, ah
He's a magic man

Sarà anche questo vibrante appello sentimentale a trainare al successo “Dreamboat Annie”: uscito su 45 giri, “Magic Man” venderà infatti 30.000 copie in Canada negli ultimi mesi del 1975. Ma il vero colpo da ko del disco giunge qualche solco dopo. Preceduto dal fugace acquerello acustico “Dreamboat Annie (Fantasy Child”), “Crazy On You” si apre con una splendida introduzione acustica in fingerpicking che mette in risalto la tecnica di Nancy Wilson (musicista di formazione folk) alla sua Guild Jumbo, mentre la strumentazione si sviluppa in modo articolato: l’acustica costruisce un tappeto morbido su cui le chitarre elettriche, dinamiche, si inseriscono con linee melodiche incisive, in un affascinante – e temerario - mix di funky ballabile, riff oscuri e aperture quasi pastorali. Perfetta si rivela anche l’intesa vocale tra Ann e Nancy, che alterna melodia e vocalizzi più spinti, con la prima a spingersi su vette quasi inesplorate. Non diremo che è la loro “Stairway To Heaven” solo per non alimentare l’abusato paragone, ma l’influenza di Page e Plant è evidente, benché trasfigurata in una nuova concezione dell’hard-rock al femminile, praticamente senza precedenti. “Crazy On You” resterà probabilmente la vetta assoluta della gloriosa epopea delle sorelle Wilson, ma sarebbe ingiusto legare il successo di “Dreamboat Annie” solo alla magica adrenalina di quel memorabile singolo.

Sogni folk-rock

Ann e Nancy riescono infatti ad alternare magnificamente momenti morbidi e scudisciate elettriche, mostrando un’ispirazione debordante, unita a un controllo assoluto sulle loro composizioni. Firmata da Nancy, con gli arrangiamenti raffinati di Howard Leese, la trasognata title track è una perla di soft rock seventies: assecondata dai dolci ricami di chitarra acustica di Nancy e da un banjo country suonato dal vecchio amico Geoff Foubert, Ann Wilson offre una magistrale interpretazione, tutta giocata sul lato più vellutato e soffuso del suo canto. La vocalist si supera anche nell’evocativa “Soul Of The Sea”, una dolce e misteriosa ballad in cui Nancy l’assiste con un'acustica Ovation 1992, sfoderando un altro incredibile assolo, al servizio della storia di una donna che sa ciò che vuole, nonostante si senta terrorizzata in un bar sperduto (esperienza autobiografica?).

Il ritmo si scalda su “White Lightning And Wine”, robusto blues-rock alla maniera dei Rolling Stones, guidato dal basso pulsante di Fossen e dai sensuali vocalizzi di Ann, mentre la successiva ballad elettro-acustica “(Love Me Like Music) I'll Be Your Song” mette in mostra tutta la stima provata dalle due sorelle Wilson per Joni Mitchell, lasciando trasparire bagliori country attraverso i ricami acustici di Nancy e i languori della slide guitar di Leese.
E se "How Deep It Goes" si mantiene su binari acustici attraverso un’altra ballata suadente, che si snoda tra eleganti passaggi di basso, suggestivi inserti di synth e armonie ben costruite, “Sing Child” torna su territori hard-rock, con fraseggi infuocati di chitarra elettrica inframezzati da una vena progressive grazie al flauto suonato da Ann, che strizza l’occhio al più celebre “pifferaio” del prog-rock: Ian Anderson dei Jethro Tull.
A chiudere, la nuova proposizione in formato soul-ballad della title track, che rinnova la magia di quelle fatate linee melodiche.

Ma la reiterazione della title track non è un mero espediente per allungare il brodo. Le tre diverse versioni di "Dreamboat Annie", infatti, seguono una traiettoria narrativa in cui la protagonista sembra maturare a ogni ripresa. All’inizio, Annie è poco più che una ragazza, sospesa tra stupore e aspettative, mentre "cavalca le onde del diamante". Nella seconda incarnazione - la più nota - il clima si fa più articolato: le armonie si stratificano progressivamente e la chitarra acustica di Nancy Wilson introduce un disegno più complesso e rifinito. Nell’ultima versione, il tono si incrina in modo evidente: la leggerezza iniziale lascia spazio a una malinconia più marcata, quasi un senso di disillusione. Annie appare ormai segnata, probabilmente da una delusione sentimentale, mentre si muove sola tra la folla cittadina – “No one knows the lonely one whose head's in the clouds” - in un contesto emotivo più cupo e disincantato.

Scalata al successo

Prodotto da Mike Flicker, "Dreamboat Annie" fu pubblicato da Mushroom in Canada nel 1975 e poi ripubblicato negli Stati Uniti il giorno di San Valentino nel 1976. Nel frattempo, il successo delle Heart si propagò rapidamente: l'album conquistò il numero 7 nella Billboard Top 200 statunitense, dove rimase per 100 settimane, piazzando anche due singoli fra i Top 40 con “Magic Man” e “Crazy On You”.
Ma “Dreamboat Annie” segnò soprattutto un passo rivoluzionario, il primo album hard-rock di successo di una band a guida femminile. "Fu veramente la prima volta che due donne non fossero solo ornamentali, ma anche le autrici, le cantanti e le musiciste - dichiarerà Nancy Wilson - Penso che se qualcosa abbiamo dato alle donne nel music business è stato un sacco d’incoraggiamento e tanta speranza".
"Una volta terminato il disco, guardammo indietro stupite di ciò che avevamo fatto, perché non c'era stato un vero schema da seguire - racconterà invece Ann Wilson - Non era simile a nulla di ciò che passavano le radio, era un'altra cosa, non avrei mai immaginato che l’avrebbero capito a Detroit... ma ci riuscirono!". E unica resterà negli anni anche la vocalità esplosiva di Ann, degna erede della potenza e dell'estensione di Janis Joplin e Grace Slick.

Con il suo accattivante mix di dolcezza ed energia, folk e hard-rock, blues e prog, l’esordio delle Heart ha rappresentato realmente uno spartiacque: rappresentò uno dei momenti fondativi del cosiddetto arena rock (noto anche come adult-oriented rock, definizione invero non molto azzeccata considerando il grosso seguito giovanile di cui godette) e mostrò da subito l’indubbio talento delle due sorelle, che le avrebbe portate a essere quasi costantemente ai vertici delle classifiche americane, e non solo, per i successivi vent’anni. Con una progressiva virata verso il pop avvenuta durante gli anni Ottanta, ma forse meno gradita ai fan della prim’ora ma di grande successo. La loro lezione resterà comunque cruciale per tutte quelle band desiderose di sposare una sincera vocazione rock con l’appeal melodico tipico del pop-rock radiofonico.
Oggi, dopo che ci è voluto un festival tutto al femminile come il Lilith Fair per far cambiare il vento, con le classifiche che (finalmente) iniziano ad affollarsi di presenze femminili, è importante ricordare la tenacia primordiale delle sorelle Wilson. Perché, come dice Nancy, “We were the original gangsters up there”.

(Contributi di Mauro Vecchio)







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