I
My Bloody Valentine sono uno di quei casi, alquanto rari (tra i quali, per esempio, i
Sex Pistols, i
Joy Division e gli
Stone Roses) di band in grado d'imporre uno standard e un'impronta sonora con un risicatissimo numero di uscite. Due, per la precisione, i loro album sulla lunga durata - entrambi capisaldi di quell'ibrido, crudo e sgraziato prima, elegante e ipnotico poi, di melodia e distorsioni rumoristiche che sarebbe passato alla storia sotto la definizione di
shoegaze. Ma oltre a questi lavori la discografia della band vanta anche la presenza di sei
extended play: i primi tre ancorati alle radici
dark-punk che segnarono l'inizio della loro carriera, i restanti, invece, cronologicamente e stilisticamente contemporanei ai due
long-playing.
A ventun anni di distanza dall'uscita del capolavoro "
Loveless", apice probabilmente della produzione
shoegaze tutta, la Sony pubblica questa raccolta che riunisce i brani inseriti negli ultimi tre (cronologicamente) Ep, assieme a una selezione di rarità e a tre brani inediti, in un'operazione non troppo dissimile da quella attuata per i
Cocteau Twins in "
Lullabies To Violaine", né per tipologia né per importanza. Se il valore storico dei due album in studio è infatti innegabile, per lo sviluppo, la diffusione e la trattazione dello
shoegaze, le tracce "relegate" negli Ep di quello stesso periodo riescono per la gran parte a raggiungere un livello quasi eguale, risentendo di notorietà minore solo per via del formato di pubblicazione.
Il primo dei due
compact disc che compongono la raccolta si apre con le
track provenienti dall'Ep "You Made Me Realise", di un anno antecedente l'album di debutto "Isn't Anything" e ancora marcatamente pervaso di nevrotiche radici punk, dove a svettare, nonché ad allontanarsi da queste tendendo maggiormente al
sound del futuro, sono soprattutto la
title track (nell'evidente memoria dei
Sonic Youth), il
pop-folk della sublime "Cigarette In Your Band" e l'odissea di echi
beatlesiani "Slow". Dopo alcune
b-side del singolo "Feed Me With Your Love" (uscito come lancio di "Isn't Anything") tocca a un altro Ep, "Glider" - vero e proprio spartiacque per le sonorità della band - proporre quattro dei momenti migliori dell'intera loro produzione, sulla strada che li condurrà un anno più tardi a "
Loveless": un ipnotico sentore
dream prende il sopravvento, stuprato nuovamente dalle stesse sonorità applicate in precedenza alle oscure trame punk. Così, "Soon" prevede con circa cinque anni di anticipo quel che sarà il
sound dei
Radiohead, l'alterata visione di "Don't Ask Me Why" va ad applicare scenari psichedelici ai sogni eterei dei Cocteau Twins, "Off Your Face" interpreta inquietudini claustrofobiche con accezione garage e la
title track si getta di petto nel mondo del
noise puro, sfiorando molto da vicino il caos fonico dei
Dead C.
Il secondo cd presenta per primi i componenti dell'Ep "Tremolo", una sorta di "apripista" di "Loveless" e dalla cui magniloquenza dista ben poco. La catarsi eterea di "To Here Knows When" è la quintessenza dello
shoegaze, presentata peraltro in una versione registrata su un'audiocassetta del 2006, molto più pura e diretta. "Swallow" riporta di nuovo ad armonie dolci e lugubri al contempo in un incontro tra
Xtc e
Jesus And Mary Chain. "Honey Power" risucchia in vortici di rumore silenzioso un cabaret
à-la-Bauhaus, mentre il dramma caustico di "Moon Song", epico nel suo essere dimesso, affianca ed interseca una languida malinconia decadente con le costellazioni
folkedeliche dei
Charalambides.
È ora il turno delle rarità e degli inediti: prima due strumentali estratti da un 7'' allegato alla
bonus edition di "Isn't Anything", radicalmente opposti fra di loro: delicato, ambientale e quasi "pulito" il "No. 2", schizofrenico e rumoroso il "No. 1"; poi la versione completa di "Glider" dall'Ep omonimo (già presente nella sua versione originale nel primo cd), che dilata per dieci minuti le abnormi distorsioni surrogate nei tre della versione canonica, e "Sugar", una rara ma non eccezionale
b-side del singolo "Only Shallow". Infine, i tre inediti per la prima volta disponibili per l'ascolto, quasi tutti probabilmente risalenti alle
session di "Isn't Anything": "Angel", una spensierata e melodica
psych-pop-song circondata da muri di
feedback, "Good For You", un non brillante ritorno alla minimale crudezza di un punk scanzonato, e il conclusivo e trattenuto urlo di "How Do You Do It".
Al di là dell'inequivocabile qualità che ha contraddistinto praticamente ogni uscita della band, il vero cuore di questo
doppio sta, molto più che nelle (non)-"sorprese" degli inediti, nella riproposizione di brani di caratura sopraffina, che non avrebbero sfigurato in nessuno dei due album della band e pubblicati invece in un formato non in grado, forse, di donare loro la visibilità che avrebbero meritato, ovvero la stessa riservata ai due
long-playing. Questa raccolta mette in risalto, a distanza di due decadi, una collezione di piccoli tesori nascosti dall'enorme ombra dei due fratelli maggiori, figurandosi come una vera e propria guida all'ascolto, un'enciclopedia sonora in grado di descrivere al meglio il breve percorso di una delle band più importanti degli anni 90, e di farlo escludendo dalla
tracklist ogni riferimento ai due unici, meravigliosi dischi da essi prodotti, ma servendosi esclusivamente di una serie di gemme fino ad oggi mai così valorizzate.