Neil Young + Promise Of The Real - The Visitor

2017 (Reprise)
alt-rock, songwriter

Dire che il secondo opus in studio spartito tra Neil Young e i giovani Promise Of The Real capeggiati dai figli di Willie Nelson, “The Visitor” - seguito di “Monsanto Years” (2015) - ha risultati misti, è dire nulla. Rimane di certo lampante, anzi cristallina come non mai, la direttrice attivista, dapprima ambientalista e poi via via anti-Trump, dunque ora persino apertamente patriottica.

Se “Already Great” si limita ancora a riciclare il suo classico boogie elettrificato, la combinazione nell’anti-inno “Children Of Destiny” (pubblicato come singolo il 4 luglio, ndr) è letale, talmente orrida da divenire per contrasto contagiosa: passo bombastico da marching-band esplosiva, fanfare trionfali, liriche paternalistiche e, colpo gobbo, una strofa in stile musical per bimbi. Le ballate acustiche, più sciolte, da “Almost Always” alla scanzonata “Change Of Heart”, fino a culminare nella chilometrica “Forever”, a metà via tra visione commossa e parodia della sua “Ambulance Blues”, suonano decentemente ispirate.

Questo saliscendi scenico-stilistico-emotivo genera una sorta di mostriciattolo, “Carnival”, ibrido di latinoamericano alla Santana e vaudeville sardonico alla Tom Waits, di certo poco avvincente e di certo male organizzata, ma anche armata di uno humour inedito, per il Loner, colto in una rilettura tagliente del nuovo mito americano. E poi viene il solito, palloso avvertimento ecologista, ancora debitore del disco  predecessore, “Stand Tall”; anche questo numero in qualche modo ne esce comunque bene, la furia che lo riporta al “Ragged Glory” dei suoi Crazy Horse è tutta neilyounghiana.

Per quanto sgraziato polpettone di stereotipi, d'invettive da opinionista corrivo incapace di guardare in profondità il momento storico (ma non è nemmeno colpa di Young), e nonostante i Promise non suonino nemmeno vagamente all’altezza della E-Street degli anni ruggenti, è un disco che, specie nell’ultimo periodo del canadese, si fa ricordare e cerca di replicare il “Born In The Usa” di Springsteen (si giustifica così: "I'm Canadian By The Way/ And I Love The Usa"). Come “Peace Trail” (2016), ma con un tono maiuscolo e qualche punta di delirio. Pubblicato nello stesso giorno dell’apertura del “Neil Young Archives”, il sito streaming del suo intero corpus (ma i sospirati lost album ancora mancano), come aveva anticipato il live d’archivio “Hitchhiker” (2017).

Tracklist

  1. Already Great
  2. Flying By Night Deal
  3. Almost Always
  4. Stand Tall
  5. Change Of Heart
  6. Carnival
  7. Diggin’ A Hole
  8. Children Of Destiny
  9. When Bad Got Good
  10. Forever

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