Il fascino del downtempo sta nel raccogliere sotto di sé tutta la materia vischiosa, pachidermica: uno spettro vasto, capace di celare scrigni esotici e derive intercontinentali, di condensare climi glaciali e torpori febbrili. Pieter Kock, resident berlinese del club O Tannenbaum, ne è una delle incarnazioni più recenti nell'underground. Già con "Facial Recognition" del 2022 aveva mostrato una mano capace di forgiare inni al rallentatore, tra chillout indemoniata e artigianato digitale da culto sotterraneo.
Ne esce un'opera cangiante e multicolore. Animato da innesti post-dub e minimal-synth, Kock costruisce un universo ai margini del genere, intriso di fuoco analogico. Un equilibrio claustrofobico tra retaggi anni Ottanta e percussioni di ispirazione gamelan. "Trance Europe" scivola in un valzer cosmico alla Klaus Schulze, mentre "Siehst Du?" avanza con passo svelto tra dub e disco music. Una piccola gemma irregolare, che vale la pena di attraversare per intero.
Kock si conferma magnate del tempolento. Tra tribalismi oppressivi e grammatica illbient, i sedici episodi dischiudono un eclettismo dai chiari connotati fourth world: tanto Muslimgauze perturbante e catartico, quanto dub di matrice psichedelica e house per spiriti contemplativi. Sedici tracce sono una scommessa: i momenti di distrazione sono il prezzo di un eclettismo che, quando centra il bersaglio, produce qualcosa di genuinamente imprevedibile.