Potente e inatteso. Sono i primi termini a venire in mente ascoltando "Dreams Of Being Dust", sesto album degli statunitensi The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid To Die. Un disco che - abbracciando un suono muscolare, spesso apertamente metalcore - segna un'ulteriore svolta nell'ormai più che decennale storia evolutiva della band.
La svolta verso un suono roccioso e segnato dai contrasti spiazza le aspettative del pubblico indie
Chissà quanti degli attuali fan (quasi ottantamila, stando ai numeri di Spotify) sono fra coloro che hanno incontrato il gruppo ai tempi del primo Lp "Whenever, If Ever", che con i suoi delicati intrecci Midwest emo aveva stregato il pubblico alternativo globale. E chissà quanti degli allora
indie kid riconoscerebbero la band che li aveva colpiti al cuore nei chitarroni graffianti che aprono l'iniziale "Dimmed Sun". Anche per chi ne avesse seguito le sorti fino al precedente "Imaginary Walls", brillantemente sospeso fra
emo-
prog e
post-rock, l'impatto con il nuovo corso potrebbe essere spiazzante.
Certo, qualche asperità
screamo il
sound del sestetto di Philadelphia l'ha sempre presentata, ma il panorama proposto fin dalla
opening track è ora ben più roccioso e tagliente di qualunque crinale esplorato in precedenza. Non sono solo gli accordi fondissimi, al limite dello
sludge, né i toni aggressivi dei controcanti in
scream. Ci sono guizzi chitarristici in
tapping, poliritmi a tutto andare, armonie vocali strette modello
Mastodon,
Haken o Solefald. A dieci anni dall'approdo su Epitaph Records, gli un tempo
enfant prodige dell'
indie sound hanno abbracciato il metallo, senza ritrosie.
Sotto la produzione del chitarrista Chris Teti e di Gregory Thomas della band metalcore End (chitarrista anche lui), le sei corde si prendono la scena, ma l'ampiezza dello spettro stilistico risulta più che mai vasta. "Captagon" sembra rubare il fosco dinamismo post-prog di
Anathema e
Katatonia circa "
The Great Cold Distance", mentre le architetture di "Auguries Of Guilt" incrociano hardcore ipercinetico e
quiet/loud stile
Explosions In The Sky in un vertiginoso slancio ascensionale. Allargando ulteriormente il raggio, "Oubliette" plana su un
post-britpop dolce e ombroso, che non sarebbe sfigurato su "
In Absentia" o "
Deadwing" dei
Porcupine Tree. E "December 4th, 2024" - forse il brano più trascinante del disco - scarica la sua tensione metallica in un’esplosione
shoegaze dal respiro quasi celestiale, sospesa tra
Mew e
Sigur Rós.
Un linguaggio coeso e analitico per scagliarsi contro le asimmetrie del potereGli elementi sul piatto sono molti, ma il dato davvero notevole è che non si disperdono. Al contrario, convergono in un linguaggio compatto, stratificato, che la band maneggia con sicurezza rara. Le tessiture vocali – maschili e femminili, clean e harsh – non funzionano per contrasto decorativo ma come vero dispositivo narrativo, mentre la scrittura strumentale si muove con naturalezza dal post-rock alle ramificazioni più ambiziose dell’emo, senza mai sembrare un esercizio di stile. Ne esce una forma a suo modo unitaria, attraversata da rimandi interni e tensioni ricorrenti, che dà al disco un respiro più ampio del semplice susseguirsi di brani.
È su questo impianto che “Dreams Of Being Dust” articola un discorso politico e sociale tutt’altro che generico. “Captagon” prende il nome dalla droga sintetica utilizzata dai guerriglieri in Siria, trasformando un riferimento concreto e scomodo in materia sonora densa e inquieta. “Beware The Centrist” affonda il colpo contro le echo chamber e i meccanismi di radicalizzazione che si travestono da equilibrio, mentre “Oubliette” mette in scena un isolamento che non è solo individuale, ma strutturale: l’incapacità di vedere le oppressioni perché se ne è protetti. Anche quando il disco tocca episodi di cronaca aspramente divisivi – come l’uccisione del Ceo di UnitedHealthCare Brian Thompson per mano di Luigi Mangione – il centro non è mai lo shock dell’evento, ma l’asimmetria di potere e l’ingiustizia sistemica che lo rendono pensabile. La rabbia, qui, non è istintiva: è analitica, sedimentata, e proprio per questo più penetrante.
Con un quasi-concept affilato, che seziona i nervi scoperti della contemporaneità, i The World Is A Beautiful Place rinunciano a qualsiasi comfort zone sia stilistica che tematica. Anche a costo di spiazzare una parte del proprio pubblico. “Dreams Of Being Dust” non cerca consenso facile né una sintesi pacificata delle sue anime: preferisce restare teso, irrequieto, attraversato da fratture. Non è un album fatto per rassicurare, ma per vibrare della forza di chi ha scelto di non voltarsi dall'altra parte.