Kim Gordon - Play Me

2026 (Matador)
avant-art-rock, dark-trap

Lo abbiamo già scritto in altre circostanze: nessuno – neppure i suoi stessi ex-compagni di band - avrebbe mai potuto immaginare che dei quattro Sonic Youth, tutti maestri di avanguardismo sonoro, sarebbe stata Kim Gordon a realizzare i lavori solisti più intransigenti (ripensate un po’ a quelli registrati come co-protagonista del duo Body/Head) e aperti ai suoni della contemporaneità (nel caso dei tre album pubblicati a proprio nome). “Play Me”, rispetto ai precedenti “No Home Record” e “The Collective”, vede ridursi in maniera drastica l’effetto sorpresa (ormai la Gordon ci ha “abituati” a quello che fa), compensato però da una visione ancor più lucida e compiuta, grazie al dissolvimento della caotica componente industrial-noise in favore di un mood profondamente urban, retto da una robusta impalcatura dal taglio hip-hop. Non certo una novità per chi già nel 1990 tracciò una via duettando con Chuck D dei Public Enemy in “Kool Thing” (da “Goo”) e tre anni più tardi con i Cypress Hill in “I Love You, Mary Jane”, nella colonna sonora di “Judgement Night”, una delle più riuscite fusioni fra rock e rap.

“Play Me”, fra i tre finora incisi a proprio nome, è anche il disco di Kim Gordon con la componente ritmica più spiccata, nonché quello completato con maggiore velocità: se “No Home Record” sembrava non dovesse uscire mai, se “The Collective” arrivò dopo un’attesa di quattro anni e mezzo, ne sono invece bastati appena due per arrivare al terzo capitolo. Va veloce Kim, in tutti i sensi: è consapevole di quanto la capacità media di attenzione dell’ascoltatore oggi sia sempre più limitata, sa che se un articolo di giornale supera i due minuti di lettura nessuno lo leggerà, sa che viviamo nell’epoca dello scrolling e del mordi e fuggi, tutto è ultra-rapido. Con grande lungimiranza opta quindi per la compressione di messaggi e canzoni, racchiudendone dodici in soli trenta minuti netti, in modo da non concedere mai il tempo di annoiarsi. Canzoni concepite di nuovo insieme al produttore Justin Raisen, tornando sulla scena del delitto, a calpestare i territori di un’elettronica mutante, la miglior bussola possibile per orientarsi fra le macerie delle odierne metropoli digitali.

Il profilo spigoloso e lo sguardo imperturbabile dell’audace Kim continuano a farsi baricentro della sperimentazione art rock: proprio mentre molti suoi coetanei si rifugiano nel revival, fra infinite reissue e dischi sempre uguali a sé stessi, lei mette al bando il glorioso passato per vivere nel presente, sporcandosi le mani con la trap e la drill, decostruendole per poi riassemblarle secondo un’estetica personale, barattando definitivamente i feedback delle chitarre con la violenza chirurgica dei beat e delle distorsioni digitali.
Fra bassi super-potenti (“Subcon” è una vera goduria) e spoken word minimalista, Kim Gordon legge i titoli di coda di una civiltà al collasso, continuando a esercitare quel ruolo di osservatrice distaccata e tagliente che l'ha resa un’icona. Mai aspettarsi da lei narrazioni lineari o confessioni sentimentali: i suoi testi funzionano come collage dadaisti, frammenti di conversazioni intercettate, slogan pubblicitari svuotati di senso, istantanee di una realtà iper-connessa: scrive come se stesse scorrendo un feed infinito sui social media, con un mix di cinismo, ironia e spaventosa lucidità, mentre tutto intorno il mondo va progressivamente in frantumi. Un nuovo manifesto sul declino dell'American dream. Versi contro il consumismo, contro Trump, contro Musk, contro l’intelligenza artificiale, contro le spersonalizzanti playlist Spotify, contro l’appiattimento della cultura nel secondo millennio.

Kim Gordon ha affermato di non intendere lavorare come in passato in altri progetti, vuole percorrere nuove strade: è sempre la stessa persona, ma con un’idea completamente diversa riguardo la missione da compiere. In “Play Me” decide di partire con le seducenti interferenze jazzy della title track, glamour nichilista, e di lì a poco sono i beat aggressivi di “No Hands” e l’incedere dark-trap di “Black Out” e “Dirty Tech” a conquistare il centro della scena.
Le uniche concessioni ai suoi anni Novanta sono concentrate dentro “Busy Bee”, fra il campionamento accelerato di un estratto da una conversazione televisiva fra lei e Julia Cafritz delle Free Kitten e l’unica guest star del progetto, Dave Grohl, che mette a disposizione il proprio drumming iper-propulsivo.
“Not Today” è il solo momento davvero rock oriented della scaletta: con le chitarre post-punk e un bel tiro rotondo, è proprio il tipo di canzone che molti fan si sarebbero aspettati da Kim Gordon dopo la messa in stand by dei Sonic Youth. E’ uno dei pezzi forti di “Play Me”, l’album meno spiazzante di Kim Gordon, ma al tempo stesso quello ancor più spiazzante…





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