A due anni di distanza dall'ottimo "
Until Death Comes", e a circa un anno dalla prima esposizione del progetto neoclassico "
Frida Hyvonen Gives You", torna alla ribalta la nuova reginetta del
female songwriting svedese in salsa
indie. Due anni trascorsi in esibizione
live, girovagando per l'intero globo in compagnia delle amicizie di sempre,
Jens Lekman (suo primissimo fan),
Josè Gonzales e Sarah Assbring (
El Perro Del Mar), hanno contribuito a modellare ancor di più l'arte melodica della bella Frida. In questo breve lasso di tempo la giovane promessa è diventata a pieno regime una stellina del panorama svedese, e non solo. I suoi concerti, sempre più intimi e penetranti, rappresentano un
must per chi cerca nuovo conforto nelle pregevoli melodie del gentil sesso. Nei suoi spettacoli, solitamente allestiti in piccoli teatri, trovano spazio solo l'amatissimo piano e la sua voce: potente, penetrante fino all'ultima corda, sorta di crocevia tra una Judee Sill più corposa e una Regina Spektor diventata mamma.
Se in "Until Death Comes" l'attitudine era quella di coinvolgere e coinvolgersi senza pompare più di tanto, avvalendosi magari solo di un antico
Muchard bianco a muro, e in "Pudel" nascevano delle nuovissime esigenze, tese al raggiungimento di un'esaltazione più orchestrale, in "Silence Is Wild" tutto è addensato con impressionante consapevolezza. Nessuna virgola fuori posto, né una nota eccessiva, a contraddistinguere la prima vera grande opera della pianista di Robertsfors.
In questo suo secondo disco la cantautrice svedese apre le ali al mondo. L'inquietudine essenziale di "Until Death Comes" e gli sfarzi sinfonici di "Pudel" vengono frullati in un unico impasto.
Frida pone spesso il silenzio come veicolo emozionale: pause pianistiche e ripartenze melodiche d'antologia soffiano come tramontana all'imbrunire, mentre una danza sporca con tanto di
déjà vu nel ritornello centrale (Bonnie Tyler!) apre il sipario di quella che sarà un'accurata mostra di autentiche gemme
pop.
L'
opening track mostra a pieno titolo l'autoreferenzialità narrativa della Hyvonen. Nei primissimi anni Novanta una giovanissima Frida incrocia il suo primo amore. Una passione nata a suon di lettere dolcissime, fiori di maggio, imbarazzanti contatti al pianoforte ("Dirty Dancing"); e mentre "Enemy Within" mette tutti in fila con il suo trotto mieloso e avvolgente, è la commozione canora raggiunta in "Highway 2 U" ad assumere quel non so che di epocale. Il suo crescendo estatico acquista energia con lo scorrere lento sul piano delle lunghe dita affusolate dell'adorabile cantautrice.
L'impatto con "Silence Is Wild" è possente. Si evince fin da subito che il disco difficilmente avrà cali. Difatti, il successivo omaggio a Londra (scritto mentre Frida era in
tournée nel nostro paese), con i suoi
club frequentati da gentiluomini, le sue pipe e il suo fascino grigio, spiazza sia noi che la stessa Hyvonen. Trattasi di una marcetta pop penetrante, di quelle che la radio di qualità non può farsi sfuggire. L'impostazione autobiografica corre di pari passo con le note: "My Cousin" è un intarsio focoso di ricordi familiari e constatazioni ovvie. Nel disco c'è spazio per tutto. Si prenda ad esempio la stravagante "Scandinavian Blonde", posta come una lattina d'aranciata dopo aver salito le faticose scale di "Science".
D'altronde, l'assenza di flessioni significative in "Silence Is Wild" è clamorosamente inoppugnabile. L'agiata "Pony" è
rickieleejonesiana in ogni sua variazione, così come "Oh Shangai" richiama la seconda
Mitchell, prima che un sospirato interrogativo chiuda i battenti. È l'estrema inquietudine in dissolvenza amorosa a urtare ancora una volta la giovane Frida. La paura di perdere nuovamente la persona amata, di sciupare tutto per frettolose conclusioni o eccessive donazioni ripiomba nel cuore di questa tenera fanciulla. Ad accompagnare questo suo infinito tormento, l'ennesimo giro di note al piano e quel silenzio profondo che riempie l'anima.