Trenta secondi appena nell'ascolto di "Black Messiah" e un
groove di chitarra ruvido e sanguigno attacca alle ginocchia e fa scuotere la testa a ritmo: "Ain't That Easy"? Domanda retorica, visto che al caro
D'Angelo sedurre con la propria musica è sempre venuto naturale. E allora lasciamo girare il disco nel piatto come una giostra multicolore, la successiva "1000 Deaths" dispiega una pletora di suoni industriali densi come pece e
blacksploitation, mentre "The Charade" e "Sugah Daddy" spolverano coretti
princeiani, ottoni e ritmi sfasati, tradendo passionalità analogica sotto un velo d'eleganza. Una commovente chitarra flamenco anima "Really Love" veramente da lacrime, mai sentito un D'Angelo così romantico, ma ci sono anche lo spensierato fischiettare di "The Door", un dolce pugno allo stomaco come "Betray My Heart", cantata col cuore in mano, e una forbita suite in due parti: "Back To The Future I" e "II", riscossa personale nella quale l'autore riversa tutto se stesso. Si sente anche l'eco di
J Dilla nelle allucinazioni
psych di "Prayer" e "Till It's Done (Tutu)", mentre a chiudere l'ascolto sopraggiunge l'estatico crescendo di "Another Life", nel quale torrenti di piano s'intrecciano alla voce in una sorta di fuga alla rincorsa di
James Brown. Insomma, c'avrà impiegato anche 15 anni, ma D'Angelo è tornato davvero.
E dire che ai tempi del monolitico "
Voodoo" (2000) il ragazzo aveva già tutto - talento, successo, figa a secchiate e lodi sperticate da parte di critica e colleghi. Invece, in contrasto col tipico copione del sogno americano, il ragazzo che era sorto dal ghetto nel ghetto ci tornò davvero, non tanto in termini geografici quanto di prigione mentale. La verità è che D'Angelo era semplicemente troppo sensibile per fare il
sex symbol, troppo introverso per portarsi sulle spalle la responsabilità dell'intera comunità afroamericana, che in lui aveva posto le speranze di un riscatto sociale manco fosse Malcom X. Droga, alcol, pessima salute mentale, oscenità in pubblico e un incidente d'auto quasi mortale, negli anni immediatamente successivi al tour di "Voodoo" il figaccione di "Untitled (How Does It Feel)" subì un calo psicofisico talmente profondo che l'allora fidanzata, la cantante
neo-soul Angie Stone, fu costretta a mollarlo.
La risalita è stata travagliata e l'album più volte rimandato, anche a causa di un misterioso ricovero in ospedale che nel 2012 interruppe quello che doveva essere il tour del ritorno, ma finalmente il giorno è arrivato. Una volta
spiegato quell'impegnativo titolo, sintomo dell'aria che si respira attualmente in America dopo gli episodi di Ferguson e la polizia, "Black Messiah" è un album muscolare ma dolente di vecchie ferite, aggressivo e suadente ma a tratti acciaccato, certamente lento, frammentario e non a presa rapida, ma che sprigiona vita da tutti i pori ed è intriso della viscerale passione di un uomo che ne ha passate di tutti i colori, ma ha conservato intatto l'amore per la propria arte. Le note di copertina confermano che il disco è stato registrato in analogico come una vecchia produzione Muscle Shoals, e poggia quindi tutto sulla perizia dei musicisti presenti che qui fanno davvero la differenza (
Palladino, Sharkey, Hammond).
Questlove ha rivelato che D'Angelo stesso costruisce a mano i circuiti dei synth che utilizza, per ottenere esattamente il suono desiderato. Ne risulta un lavoro di trame possenti legate da esili filamenti elettrici, richiami di jazz e vecchio
rhythm'n'blues, linee di basso di provenienza dal Delta, strumentazioni intricate, sovrapposizioni di voci e una produzione che (ri)destruttura decenni di
black music in un unico, affascinante magma sonoro.
Chiamiamolo ancora
neo-soul dunque, funky oppure
slow jam. Mettiamoci dentro echi di
Parliament/Funkadelic,
Marvin Gaye e
Jimi Hendrix, e reclamiamo il ritorno di
Lauryn Hill, Maxwell ed
Erykah Badu. Poco importa, in realtà; "Black Messiah" non è un salto né avanti né indietro, bensì direttamente al di fuori del tempo, verso un'isola immaginaria dove musica come questa scalda ed emoziona senza bisogno di troppe parole di contorno. Pur non concedendo un briciolo d'attenzione a quel che sta succedendo alla musica nera da un decennio a questa parte, D'Angelo si riconferma un vero
crooner dell'anima, e avere un suo nuovo album tra le mani è emozionante come non mai.