Tempi dispari, ritmi esotici, chitarrine frizzanti, archi che spuntano mesti all’improvviso quasi a rompere con sarcasmo le uova nel paniere di una scrittura avvincente, imprevedibile. Tutto questo e molto altro ancora in “Laveno”, goliardica, ma non troppo, open track di “Post-Amarcord”, primo album di Gaspare Pellegatta, “musicista ma non solo, illustratore, creativo, giovane artista poliedrico” da Laveno Mombello in provincia di Varese. Una formula bizzarra, la sua, che non rinuncia all’elettronica da tappeto quasi come se Bonobo, di cui Pellegatta è un dichiarato ammiratore, incrociasse per caso la saudade di Joao Gilberto (“Varazze”).
Anticipato dai singoli “Dippel”, “Yashica” e “Laveno”, fin dal titolo “Post-Amarcord” è un album sui generis in cui i ricordi privati di una vita vissuta in giro per il mondo, tra Amsterdam, Milano e Toronto, sono l’asse di rotazione di un sound coloratissimo, crocevia futuribile di una serie imprecisata di stili e influenze, come l’avvolgente trama acustica e ritmica di “Toronto Panda Eyes”, canzone cantata in inglese e composta ascoltando i Kings OF Convenience e il sopracitato Bonobo; oppure “Cene naif”, scritta, invece, inseguendo il ricordo di una “cena da dimenticare”: una ballata “scomoda” con i violini che prendono il posto dei fuochi d’artificio, melanconica quanto basta per inserire il cantautore lombardo tra le nuove leve più singolari della (fu?) scena indie italiana.
“Vedere la Gioconda è una cosa orrenda. Tu dimmi oppure quando torneremo a stare in tenda”. Con “Dippel” Pellegatta chiude con ironia i battenti di un’operetta (appunto) amarcord in cui non mancano anche riferimenti ad Andrew Bird e Lianne La Havas. Un concentrato di soluzioni solo in apparenza stravaganti, ben articolate in profondità, che attestano la bontà artistica di un piccolo grande talento. Ma soprattutto un nome da segnare immediatamente sul taccuino, onde evitare di perdersi otto intriganti bozzetti indie-pop cantautorali.