Poor Creature - All Smiles Tonight

2025 (River Lea)
avant-folk
Ruth Clinton (Landless), Cormac MacDiarmada (Lankum), John Dermody (batterista della formazione live dei Lankum): tre protagonisti della scena avant-folk oltrepassano un’altra frontiera e danno forma e vita al gruppo Poor Creature.

“All Smiles Tonight” è un’epifania che sconvolge l’etica e l’estetica della musica folk con una drammaturgia ambigua e sinuosamente tenera. Come novelli This Mortal Coil e con John ‘”Spud” Murphy nelle vesta di novello Ivo Watts-Russell - più che produttore, Murphy è un artigiano che tesse vesta strumentali di rara e pregiata fattura - i Poor Creature cantano di marinai e cowboy solitari, di vita e di morte, parole e suoni sono avvolti da polvere e nebbia, e anche gli ultimi residui armonici della tradizione sono immersi in droni d’archi e voci stregate.
Inclini non solo alla sperimentazione ma anche all’improvvisazione, i Poor Creature si ergono a difensori del romanticismo gotico e viscerale con una processione di voci, tempi ritmici ripetitivi, organi e progressioni armoniche che sembrano pulsare come il cuore di un animale ferito, per poi trovar sponda in ruvide alterazioni elettroniche (“Adieu Lovely Erin”).
Nel frattempo, ignari di tanta aulica poesia, i tre musicisti si dilettano con le più rigorose e tradizionali trame melodiche di “Bury Me Not”: il tono è lugubre e minaccioso, sottolineato dal suono ingannevole del theremin, fino a quando voce e strumenti diventano un unico grido di dolore sempre più tenue e lontano.

A dispetto del titolo, “All Smiles Tonight” è un disco costruito con le lacrime, come quelle che grondano in “An Draighneán Donn” fino a divenire tempesta che non trova mai luogo sul quale abbattersi, bastano pochi istanti ed è buio pesto. C’è comunque luce nell’oscurità e c’è grazia nelle grevi pagine dei Poor Creature: la dolce e misurata “Lorene”dei Louvin Brothers è terapeutica, un'isola felice in un mare di avverse situazioni emotive.
Non è l’unica traccia dove riaffiora la tradizione country e folk: la title track, infatti, è una ballata resa famosa dei Chieftains ed è oggetto di una mutazione estetica che, anche se ricorre a strumenti tradizionali come violino e fisarmonica, perde qualsiasi collocazione tipica: il suono della batteria è martellante eppur straniante e lontano, la musica è simile a un sortilegio dal quale non è necessario fuggire.
Restando nei dintorni del paragone con i This Mortal Coil, la “Song To The Siren” dei Poor Creature è la splendida “The Whole Town Knows”, un brano irlandese molto noto in patria, che la band doma a suon di roboanti e apocalittici groove ritmici che crescono selvaggiamente, confondendo l’emozione con il sentimento.

La trasfigurazione di un brano bluegrass di Doc Watson (“Hicks’ Farewell”) compie l’ennesima alterazione narrativa: il tempo rallenta, presagi e morte prendono il sopravvento, ed è la perfetta introduzione per la potente catarsi emotiva di “Willie-O”, ossia dieci minuti di evoluzioni cicliche dove prima organi vintage e canto, e poi un turbinio di gemiti e stridii sonori, si trasformano in uno strepitio shoegaze dai toni mesti, per un ulteriore esempio di innovazione che si nutre anche di manufatti vintage (un hohner organetta, un vecchio sintetizzatore giapponese, il già citato theremin), proiettando i Poor Creature nel futuro.




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