Tre anni dopo “Femmina”, Rareș Gabriel Cîrlan porta al suo terzo step la traiettoria cominciata nel 2020 con l’esordio Curriculum vitae, che già gli aveva guadagnato attenzioni per quel suo modo imprevedibile di riformulare e svecchiare l’itpop. L’album successivo era una produzione efficace sul piano sonoro, sicuramente ad oggi la più osata del nostro, ma il discorso appariva a volte non perfettamente a fuoco. Questo nuovo repertorio, nello sposare con schietto trasporto le ragioni del pop, mantiene quel tocco di eccentrica, inquieta fragilità, che è forse l’aspetto più attraente dell’autore e del suo songwriting.
Si tratta di canzoni d’amore. Davvero una indagine introspettiva e in qualche modo anche filosofica sul sentimento, sui suoi sintomi, sulla sua fenomenologia.
Rareș osserva soprattutto il punto in cui l’amore smette di corrispondere alle aspettative e crea dipendenza, ansia abbandonica, fragilità e contraddizioni. Non c’è luogo a romanticismi astratti. “L’amore è un’altra cosa/Ti prendе e ti sposta/Dal posto alle ossa/L’amore è un’altra cosa”.
Quando, insomma, una relazione finisce, lo strumento elettivo per elaborare il lutto diventa quello di abitarne l’evoluzione alla ricerca della parte più vera di sé.
Questo percorso non isola la sensibilità del suo giovane autore, ma la mette al centro di un desiderio riguardante il mondo.
Una scaletta così leggera e toccante insieme genera afflato. Le canzoni di “Sincero!” vi somiglieranno, chiunque voi siate, ed è proprio nella apertura implicitamente dialogata con l’ascoltatore che consiste la loro più sostanziale bellezza.
Il consiglio è di ascoltarle prestando attenzione alle parole, al loro registro confidenziale, lucido e frastornato, filosofico e irrazionale insieme.
La musica è tutt’uno con tale ricerca di empatia dell’essenziale, dunque il lavoro di sottrazione deve essere stato davvero certosino, nonostante la vena compositiva rimanga obliqua, tanto negli episodi più accattivanti come “Gatti” e “Robina”, quanto in cose più astratte e sospese come “Giorni di sole” o “L’amore è un’altra cosa”, prodotta insieme al sempre più bravo Okgiorgio. Accanto al titolare durante la stesura del disco ci sono stati anche il fido Novecento e Marco Giudici; Giovanni Truppi duetta invece in “Strappacuore”, mentre Faccianuvola (un altro ascolto consigliato, che ammiriamo moltissimo) compare nella splendida “Hanno previsto pioggia”.
È un mondo che piacerà molto a tutti coloro che amano ed ascoltano l’intimismo digi-folk di Bon Iver, ma c’è anche, ed è cosa molto italiana nel senso cantautorale del termine, una grazia crepuscolare, fitta di microeventi, di simboli, di, per dirla con le parole dell’autore, robine. Ed è così che le cose quanto più minuscole, tanto più ti esplodono battiti in petto ancora senza nome. Diventano dunque “robine” rilevanti e con esse le parole che le narrano. “Non so cosa ho fatto, quanto ti ho dato, se ti ho dato, almeno/Spero ti rimanga di me qualcosa, almeno una cosa sincera/Ti sento urlare, vedo è un riflesso fermo dentro alla sera/Il coltello dalla parte del manico/Fammi del male che almeno io mollo la presa”.
Rareș riesce a cantare e scrivere di interiorità in modo credibile e coinvolgente, ma a rendere ancora più peculiare il racconto c’è, in filigrana, il dato generazionale. Le aspettative sentimentali ereditate dal mondo adulto sono altrettanto fallaci quanto quelle riguardanti il lavoro, il denaro, le possibilità di realizzare i propri sogni e obiettivi. Troppe certezze si sono disgregate ovunque. Per sempre? Questo disco suggerisce di no: tocca rimboccarsi le maniche e ricominciare da capo. Dall’amore per la vita, da sé stessi, e conseguentemente da un sé che faccia da presupposto al noi collettivo da ricostruire. Step orientati a un domani che ci vengono suggeriti dal sostrato interiore di un disco giovane e necessario.
Dal punto di vista interpretativo l’album segna poi uno stacco individuabile rispetto alle prove precedenti dell’autore, determinato dall’urgenza espressiva. “Con la Madonna davanti/Ho detto a tutti i santi/Che tengo una strada a memoria/Dеntro il cuore, a memoria/Non so più mica ascoltarmi/Se non mi piaci o mi piaci/Lo dеvo chiedere agli altri/C’ho un avvocato nei campi per/Arrivare e partire/Arrivare e partire/Arrivare a dire il vero, Sincero!”
È come se i saliscendi riprocessati di Bon Iver incontrassero l’elegia scombinata del Pop X più sentimental-freak e la dolorosa grazia di una “Arrivederci”, o di una “Se ti perderò” cantate in italiano da Chet Baker. Ascoltare per credere.
Canzoni che ascoltano e non spiegano, il cui linguaggio abita un livello più profondo ed esposto rispetto a quello della elaborazione razionale.
La loro fragilità è anche la loro forza, la loro solitudine il più corale degli stati d’animo.
17/08/2026