Diamond Head

Diamond Head

Le meteore del metal

di Tommaso Franci, Antonio Silvestri

Influenti come pochi nel metal, ma destinati a scomparire subito, come la più veloce delle meteore, i Diamond Head sono più un caso antropologico che musicale.

Am I evil? Yes I am!

Gli inglesi Diamond Head sono più un caso antropologico che musicale. Come i Sex Pistols. Nessun altro nella storia del rock è riuscito a essere così influente con una produzione tanto esigua. Differentemente dagli inventori del punk, e a loro discredito, i Diamond Head hanno tristemente tentato per oltre venti anni di ri-propinare il medesimo materiale costituito di 7 canzoni 7, riuscendo soltanto a infangare la rispettabilità di queste, oltre che la loro. D'altra parte siamo di fronte a un gruppo fantasma, un gruppo che nacque morto: e la discretamente scarsa popolarità è dovuta soltanto ai complessi più famosi che lo hanno, nel corso di 20 anni, pubblicizzato ai propri fan, i quali così sono diventati fan anche dei Diamond Head. L'immensa popolarità dei Metallica è stata per i Diamond Head una vera e propria manna dal cielo. Nel 1998 i re del metal inserirono nel loro album di cover Garage Inc. ben 3 brani dei Diamond Head, che peraltro sia dal vivo sia in singoli eseguivano da tempo immemorabile.

Per questi motivi basilari sarebbe più opportuno parlare di Lightning To The Nations anziché di Diamond Head. Un cenno ai secondi tuttavia servirà a contestualizzare il primo.

I Diamond Head (classica formazione a quattro) si formarono nel 1976 a Stourbridge in Inghilterra, inserendosi assieme a Iron Maiden, Saxon, Angelwitch e tanti altri, nel filone del nascente metal inglese, inaugurato da Judas Priest e Rainbow e definito dallo specialista Geoff Barton "New Wave Of British Heavy Metal". I Diamond Head erano però tra coloro che si rifacevano più all'hard-rock di Deep Purple e Led Zeppelin (nemmeno Black Sabbath) che agli eccessi di Judas Priest e Rainbow; tra coloro che vedevano lo stile metal come uno sviluppo (inferiore) di quello hard-rock e non come una rottura o rinnegamento di questo (cosa che invece facevano a vario titolo Iron Maiden e Motorhead). A formare la band è Brian Tatler, insieme al compagno di scuola Duncan Scott. Si unisce a loro il cantante Sean Harris, mentre è più difficile trovare il giusto bassista: ne cambiano tre, prima di stabilizzarsi su Collin Kimberley nel 1978. I primi demo arrivano nel 1979, e arrivano proprio a Geoff Barton, che scrive sulla rivista Sounds. Attraverso l'aiuto di amici e familiari, dei Diamond Head ancora inesperti si ritrovano ad aprire per gli Ac/Dc e persino per gli Iron Maiden. Nonostante questo, la formazione non arriva a firmare per una casa discografica di peso, rimanendo saldamente nel circuito indipendente.

Quattro anni dopo, nel 1980, proprio come gli Iron Maiden (nati anch'essi nel '76), i Diamond Head riescono a far uscire il loro primo album, che, come il primo degli Iron Maiden, va considerato uno dei dieci album più importanti della musica metal. Lo fanno in fretta e furia, lavorando in modo anche approssimativo, e quei nastri non incontrano l'interesse di nessuna casa discografica. Alla fine, l'esordio sarà pubblicato da una piccola etichetta indipendente, la Happy Records. Di queste prime 1000 copie, 250 sono persino firmate dai membri della band. L'unica vera pubblicità è quella su Sounds, ma la formazione neanche paga per l'inserzione e finisce anche in guai legali. A coronare una gestione confusionaria arriva la perdita dei master originali, che saranno ritrovati nel 1990 da Lars Ulrich dei Metallica. Solo la fantasia dell'appassionato di ucronie può immaginare cosa avrebbero potuto fare questi inglesi con una gestione appena più professionale del loro talento. Di fatto arriva sul mercato il solo singolo "Sweet & Innocent", per la Media Records, a rendere appena più tangibile la loro presenza sul mercato. In una disperata e pedestre mossa di marketing imbastiscono un ingiustificato tour, con tanto di Hells Angels a gestire la sicurezza: ovviamente è un fallimento, che affossa ancora di più la situazione finanziaria già precaria del baraccone Diamond Head. A credere in loro, nonostante tutto, sarà Charlie Eyre, che firmerà un contratto per cinque album, a partire dal secondo.

Ligthning To The Nations: il capolavoro (quasi) dimenticato del metal inglese

Ma torniamo all'esordio, che è poi il motivo per cui i Diamond Head meritano trattazione. Con Lightning To The Nations i Diamond Head sono riusciti nella non facile impresa di scrivere 7 canzoni formidabili una dietro l'altra e di farlo nel pentagramma di quel metal che stava inventandosi. C'è un però, ed è questo a rendere molto inferiori i Diamond Head agli Iron Maiden. Tale però sta in un abisso di dieci anni o più. Infatti l'esecuzione di un qualsiasi brano era compiuta dai Diamond Head, e non solo a causa dei limiti di registrazione e mixaggio dell'epoca, secondo gli stilemi e i volumi dell'hard-rock di fine 60-inizio 70; dagli Iron Maiden invece con una velocità e potenza mai sentite o immaginate prima (ad eccezione, anche se su altri piani, dei Motorhead) e che troveranno piena enucleazione solo nel corso degli anni 80. Siamo su due mondi diversi il cui stato è tanto più contraddittorio quanto l'opera dei Diamond Head fu compositivamente fondamentale per i posteri. Come se due epoche fossero ovviamente irriducibili eppur cercassero di comunicare per telefono.

Concretamente: Sean Harris cantava come Robert Plant, Brian Tatler suonava la chitarra come Jimmy Page, eccezion fatta per un'innata rudezza e pesantezza aliena al secondo ma che fortunatamente riportano il primo nell'alveo dei chitarristi metal; la sezione ritmica (soprattutto il basso, perché la batteria è ancora in secondo piano e troppo confinata nell'accompagnamento, era l'unica a essere aggiornata alla dimensione dei Judas Priest. Quello che più conta è che c'erano i testi e le canzoni su cui si impianterà tutto il metal avvenire, compreso quello di oggidì: e in ogni sua branca o variazione.

Non rimane che analizzare i capolavori di Lightning To The Nations,sapendo che erano scritti come le più moderne canzoni metal, cioè sinfonici brani oltre i cinque minuti pervasi di ritmi ossessivi e violenti e di tematiche manichee, depravate e lugubri, ma che furono letti con le più vetuste pronunce hard-rock.I Metallica prenderanno questi brani e faranno vedere che erano già chiaramente degli esempi di heavy-metal: bastava saperli interpretare correttamente. Su questa interpretazione gli inventori dell'heavy-metal baseranno non piccola parte della loro fortuna.

"Lightning To The Nations" troneggia subito con riff violentissimi, velocissimi e tristissimi. L'armonia è toccante e scorata. Nessuna tregua. Una corsa verso una fine che ci ha già colto e finito. I Diamond Head si presentano come l'anello mancante tra il doom-hard-rock dei Black Sabbath e quello heavy-speed dei Mercyful Fate.

"Prince" arriva a passo di carica: impianto molto diverso dalla precedente composizione, ma non meno devastante: poi tutti fermi per una coppia di riff memorabili che si innalzano graniticamente. La più profonda vena rock consente un'altra armonia coinvolgentissima. Traspirano disperazione e rassegnazione infinite che la spensieratezza estetica sempre più difficilmente può far sopportare. La blueseggiante coda di riff centrale è memorabile, come volesse nostalgicamente portarsi con sé tutte le storie dei secoli umani. Harris, quando abbandona i panni di Plant, riesce anche a essere mefistofelicamente evocativo (ed è nella parte della vittima-complice del male).

"Sucking My Love" potrebbe essere un classico pezzo hard-rock-blues (jam da 9 minuti) se non fossero le ruvidissime, e per questo anti-blues, chitarre di Tatler a fungere d'antidoto alla ridondantemente panica ed edonista voce di Harris (con tanto di obsoleti sibili orgasmici). Il fraseggio blues chitarristico pre-finale è così primigenio che, nonostante il "plan-eggiare" di Harris, coinvolge e commuove di necessità.La dimensione è manco a dirlo notturna: più Blue Oyster Cult che Black Sabbath però.

"Am I Evil" è il brano metal per eccellenza. I Metallica ne faranno la bandiera del genere. Introduzione da batteria da campo di battaglia, irrompere del basso; e poi la leggendaria fuga della chitarra, per ripiombare infine (ed è passato un minuto e mezzo) nelle zampate di nichilismo e potenza (fino a raggiungere la coralità, sentimentale e formale) del resto del manifesto. C'è anche spazio per un opportunissimo cambiamento di tempo, dal veloce al velocissimo ovviamente, con una grande prova della sezione ritmica. La frase "Am I evil? Yes I am" potrebbe essere sottoscritta da James Hetfield come testamento spirituale della sua carriera artistica. Il finale spetta a un'epica e alienata chitarra che ha dell'incontenibile e sostituisce la free-form classica con un inquadramento autoreferenziale nel pessimismo e malessere più puro. Classe da vendere. Ancor oggi una scuola per tutti.

"Sweet And Innocent" costituisce l'altro, troppo smaccato, cedimento all'hard-rock, assieme alla lunghissima "Sucking My Love"; tuttavia un ritornello beatlesiano alla Aerosmith, odorando d'America, affranca almeno in parte dal plagio ledzeppeliniano. "It's Electric" torna nella religione del non-si-dà-scampo. Harris cambia intonazione preludendo quasi a Hetfield, un'ottava più basso rispetto a Plant. Il gruppo si assesta in un ricorsivo percuotere e pestare. Debole, perché privo di fantasia, l'assolo di chitarra; chitarra che per il resto risulta molto metal. Inutile fare la lista di chi ha attinto da questi brani: basti dire che chi fa metal parte da questi brani. "Helpless" ripropone lo schema di "Lightning To The Nations", "The Prince" ed "Am I Evil", cioè i capolavori dei capolavori: andamento pesante e devastante di tutto l'impianto generale, intermezzo catartico dell'armonia; tuttavia non riesce, esteticamente-sentimentalmente, a raggiungere quei vertici. Il finale è ossimoricamente al cardiopalma con mitragliate sincopate; dimostrando ancora una volta l'originalità e fantasia di un lavoro, per il genere, d'avanguardia.

Tentativi di successo commerciale: Borrowed Time e Canterbury

Nel 1982 la band registra l'Ep Four Cuts, sostituisce in un concerto i Manowar sulla BBC e giunge al suo secondo album. Borrowed Time (1982) replicava con un sound più commerciale e professionale le idee dell'esordio, regalando soprattutto la title track, con i suoi spunti prog, e ricicliando due brani dell'esordio. Dei semi thrash-metal rimane poco, e nulla si distingue granché nella scena di quell'anno, già animata da ben altre novità. La MCA, che pubblica l'album, cerca così di sfruttare le potenzialità di una band che per ora ha promesso senza mantenere molto, a livello commerciale. In qualche modo, arrivano al numero 24 delle classifiche inglesi. Canterbury (1983) li vide allinearsi al pop-metal e all'hard-rock più radiofonico e pomposo, avvicinandoli a tratti ai Queen nei loro slanci più progressivi. Scott ha abbandonato durante le registrazioni, Kimberley dopo aver registrato il suo basso. Harris e Tatler lo hanno completato in autonomia, con grande sforzo. Colmo della sfortuna, le vendite, partite niente male, sono tarpate da alcuni problemi nella stampa dei vinili. Arrivano comunque a un modesto numero 32 della classifica Uk. I Black Sabbath li inseriscono nel loro tour europeo come ospiti speciali.

Nel 1984 esagerano con un tour nel Regno Unito di 18 date che acuisce i problemi finanziari. Nel 1985 si sciolgono, inevitabilmente. Dopo quasi dieci anni di iato, il ritorno con Death And Progress (1993) presenta una formazione più aggressiva ma anche infinitamente più prevedibile: è il loro album più professionale e meglio suonato, anche più musicale e meglio prodotto, ma è contemporaneamente infinitamente meno interessante, originale e seminale dell'esordio, perché nel frattempo l'heavy-metal è andato da tutt'altra parte. Il fatto che partecipino Dave Mustaine dei Megadeth e Tony Iommi, però, dimostra che nel frattempo sono diventati un culto. L'ultimo concerto lo fanno come opener dei Metallica: è il coronamento di una carriera da influenze nascoste di uno stile che non hanno mai sviluppato pienamente. La reunion dura comunque molto poco, così i Diamond Head ritornano nell'ombra.

La prima reunion: All Will Be Revealed e What's In Your Head

Nel 2000, Harris e Tatler si riavvicinano per suonare in acustico, nel 2002 suonano per la prima volta negli Stati Uniti e partono per un nuovo tour in patria. Il nuovo album sembra imminente, ma le tensioni fra Harris e gli altri lo rendono impossibile. Arriva Nick Tart, già nei Cannock, a sostituire Harris, e finalmente arriva il ritorno, All Will Be Revealed (2005), che presenta una formazione dedita ad un heavy-metal post-grunge melodico e banale, che appartiene storicamente all'inizio degli anni '90 più che al 2005. What's In Your Head (2007) non farà molto meglio, seppure un suono più potente e aggressivo cerchi di rinverdire una originalità perduta. Vuoi per la dimensione classica dell'heavy-metal inglese, conquistata dopo i canonici 4-5 lustri, e vuoi per una più quadrata attività promozionale, è questo il momento in cui i Diamond Head sono più funzionali come azienda: due tour statunitensi, date in Giappone e in Europa e alcuni singoli importanti eventi del mondo metal portano finalmente l'attenzione sulla band inglese, anche se fra gli anni Zero e Dieci non suona più quello per cui è stata ritenuta influente e importante. Nick Tart si trasferisce in Australia, rendendo dispendioso il rposeguimento dell'attività live. Nel 2013 anche questa reincarnazione della band si conclude.

La seconda reunion: Diamond Head, The Coffin Train e... un sacrilegio


Nel tentativo di rifondarsi, decisamente fuori tempo massimo, Tatler recluta Rasmus Bom Andersen alla voce per pubblicare il settimo album, Diamond Head (2016), che graffia e diverte, ma solo a costo di considerarlo puro intrattenimento hard'n'heavy. Sorprendentemente, è il loro ottavo album, The Coffin Train (2019), a ottenere il miglior posizionamento nella classica Uk degli album rock e metal: un discreto quinto posto, ma in un mercato ormai minuscolo.


Sono incredibilmente sopravvissuti a molti altri colleghi, senza mai diventare davvero famosi e attraverso numerosi cambi di formazione, scioglimenti e riavvicinamenti. La band inglese avrà anche scritto un capolavoro e tanti inutili e inferiori seguiti, ma ha dimostrato di avere la pelle dura e una rara testardaggine che porta a perdonare anche le pubblicazioni sotto forma di compilation, live album ed Ep nell'arco della carriera. L'ultimo, goffo, tentativo di vendersi è stato Lightning To The Nations 2020 (2020), una nuova registrazione del loro unico classico con Rasmus Bom Andersen alla voce e la nuova lineup: per i canoni del metal, sempre così rispettoso degli album di culto, è quasi un sacrilegio.

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Le meteore del metal

di Tommaso Franci, Antonio Silvestri

Influenti come pochi nel metal, ma destinati a scomparire subito, come la più veloce delle meteore, i Diamond Head sono più un caso antropologico che musicale.
Diamond Head
Discografia
Lightning To The Nations (Fan Club, 1980)

8

 Borrowed Time (MCA, 1982) 
 Canterbury (MCA, 1983) 
 Death And Progress (Blackheart, 1993) 
 All Will Be Revealed (Cargo, 2005) 
 What's In Your Head? (Cargo, 2007) 
 Diamond Head (Dissonance Productions, 2016) 
 The Coffin Train (Silver Lining, 2019) 
 Lightning To The Nations 2020 (Silver Lining, 2020) 
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