Uno scatto d’ira da parte del più pacifico dei Beatles, che avrebbe potuto avere conseguenze clamorose per la storia della band di Liverpool. La vicenda è emersa tra le pagine del libro "The Beatles: Get Back", realizzato dal critico musicale britannico John Harris trascrivendo le 120 ore di registrazioni che Peter Jackson ha trovato negli archivi del quartetto di Liverpool per realizzare l'omonima serie sulle session di "Let It Be", andata in onda su Disney+. Le immagini emerse dal documentario testimoniano con chiarezza inedita il clima che si respirava tra le pareti degli Apple Studios durante le sessioni del gennaio 1969, quando i Beatles registrarono l'album che avrebbero poi pubblicato l'8 maggio del 1970, quando la band aveva già ufficializzato lo scioglimento. Non mancano momenti di allegria e ilarità, tra John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr, che hanno già alle loro spalle dieci album in studio e hanno appena pubblicato la colonna sonora di "Yellow Submarine". Ma affiorano anche i segnali di una tensione che lascia intuire come il gruppo fosse ormai minato da un progressivo logoramento dei rapporti interni, con equilibri sempre più precari tra leadership, ruoli e riconoscimenti. La parabola dei Fab Four stava insomma giungendo al termine.
Le prove iniziano ai Twickenham Film Studios con un’idea precisa, sostenuta soprattutto da Paul McCartney: tornare a suonare dal vivo, recuperando una dimensione diretta dopo anni di lavoro in studio. Ma il progetto si scontra subito con resistenze interne. George Harrison è il più scettico, mentre John Lennon appare meno coinvolto rispetto al passato. Le riprese mostrano un attrito crescente, in particolare tra Harrison e McCartney. Il confronto, documentato anche nel film, non è soltanto musicale: riguarda il modo stesso di stare nei Beatles. Harrison si sente lasciato ai margini, costretto a eseguire più che a contribuire. E la sua frustrazione esplode pochi giorni dopo.
Il 10 gennaio 1969 Harrison lascia gli studi. Non è un gesto teatrale, ma una decisione maturata in un contesto di tensioni reiterate: discussioni con McCartney sulla direzione dei brani, attriti con Lennon, percezione di scarsa considerazione per il proprio lavoro compositivo.
È in questo momento che emerge l’ipotesi blasfema: licenziare il chitarrista. Lennon è infuriato e ipotizza apertamente una sostituzione, coinvolgendo un altro asso della sei corde: “Quello che ha fatto George – dichiara - è una ferita purulenta. Gli abbiamo permesso di andare in profondità senza neppure mettere delle bende sulla ferita. Se entro la prossima settimana non torna, chiederemo a Eric Clapton di suonare nel disco”.
L’idea è meno surreale di quanto possa sembrare. Clapton, infatti, orbitava già nel mondo dei Beatles, avendo suonato in "While My Guitar Gently Weeps", proprio il capolavoro firmato dall’amico George Harrison e incluso nell’Album Bianco.
La proposta, tuttavia, non trova consenso. McCartney e Ringo Starr si oppongono, segno che, nonostante tutto, la coesione del gruppo non è ancora del tutto compromessa. Dopo alcuni giorni — circa una settimana — Harrison rientra. Le sessioni proseguono, spostandosi agli Apple Studios e assumendo finalmente una forma più strutturata. Registrano centinaia di ore di musica e improvvisazioni, da cui nascono decine di canzoni, molte delle quali saranno poi usate poco dopo per "Abbey Road". Il ritorno di Harrison consente di portare a termine il progetto discografico, che inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi "Get Back" e che alla fine si intitolerà "Let It Be".
Ma i segni della frattura non scompariranno del tutto. Quella marginalizzazione percepita dal chitarrista durante gli ultimi anni nei Beatles - il predominio del tandem Lennon-McCartney, la difficoltà a far emergere le proprie composizioni - troverà una risposta immediata dopo lo scioglimento. Harrison accumula materiale per anni e lo riversa nel 1970 nel monumentale “All Things Must Pass”, un doppio (più un terzo disco strumentale) che rilancia le sue quotazioni come autore e solista. Il disco non è soltanto una prova di maturità, ma anche una presa di posizione implicita: dimostra quanto spazio creativo fosse rimasto compresso all’interno dei Beatles. Brani come "My Sweet Lord", “Beware Of Darkness” e "What Is Life" rendono evidente come Harrison non fosse più una figura laterale, ma un autore ormai pienamente maturo e ispirato.
In seguito allo scioglimento dei Beatles, il rapporto tra George Harrison e John Lennon resterà complesso. Legati da un’amicizia profonda fin dagli esordi, i due avevano vissuto tensioni crescenti già dalla fine degli anni Sessanta, accentuate dall’uso dell’Lsd e dal logoramento interno alla band. Il dissidio esploso durante le session del 1969 si riaccese nei primi anni Settanta, nonostante collaborazioni come quella sull’Lp "Imagine" di Lennon. La rottura si consuma progressivamente. Lennon arriva a ridimensionare pubblicamente il ruolo di Harrison, mentre quest’ultimo, nella sua autobiografia "I, Me, Mine", ometterà di fatto l’amico. Un segnale che Lennon interpreterà come un affronto. La morte di Lennon nel dicembre 1980 impedirà purtroppo ogni possibilità di chiarimento. L’anno successivo, tuttavia, Harrison scriverà "All Those Years Ago", coinvolgendo anche McCartney e Starr. Una sorta di riconciliazione collettiva tardiva, per un dialogo postumo che restituisce, almeno in parte, la complessità di quel legame. Una storia condivisa troppo forte e importante per lasciarsi intaccare dai conflitti che l’hanno attraversata.