Gorillaz, possibili traiettorie di un album immaginario

23-04-2026
C’è un momento preciso in cui la musica smette di avere confini: non è un’idea, è un suono, è quando un beat africano incontra il flamenco, quando una voce araba si intreccia con l’elettronica, quando un violino diventa ritmo e diventa club; i Gorillaz hanno costruito tutta la loro carriera esattamente su questo punto di incontro, non un genere ma una geografia, non una scena ma un sistema di connessioni.





Il pianeta dei Gorillaz: le possibili traiettorie di un album immaginario

Marco e Davide, alla ricerca della bussola perduta, si lasciano prendere la mano dalle strategie world di Albarn e soci e propongono la loro idea per... un possibile nuovo album gorrillesco, costruito con il mondo intero, traccia dopo traccia, lingua dopo lingua, identità dopo identità. Gambe in spalla, ci sarà da camminare, anzi da scalare.

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Sulla cima di una montagna ("The Mountain") mai come in questo caso incantata, i Gorillaz - al nono album in studio, il primo per l'etichetta casalinga Kong - ci arrivano in compagnia di tanti ospiti, come da consolidata abitudine. Stavolta, però, non tutti in carne e ossa: il disco è popolato di fantasmi di vecchi amici e colleghi, presenze tuttavia più reali e vive che mai. Tony Allen, ex-compagno di scorribande musicali scomparso nel 2020, apre "The Hardest Thing" in una nuvola ambient che si trasforma in un piccolo complesso orchestrale, e che fa il paio concettualmente con la successiva "Orange County". Lo spirito di Dennis Hopper aleggia nella title track, la prima di una serie di canzoni in cui il sitar suonato da Anoushka Shankar rievoca un altro spirito, quello del padre, il grande Ravi Shankar. A trasformare "Delirium" in un baccanale dance-pop ci pensa Mark E. Smith, con il suo inconfondibile e rimpianto stile.
Registrato tra Londra e diverse città americane e indiane, "The Mountain" alterna continuamente sacralità e spensieratezza, musica tradizionale e pop, declinato nelle più svariate forme. Se è indubbio che il primo riferimento sia qui proprio l'India, per evidenti motivi, non mancano inflessioni africaneggianti in "The Happy Dictator", ottimo singolone a braccetto con gli Sparks, già sdoganato nelle scorse settimane e riferito a un viaggio compiuto da Albarn insieme alla figlia in Turmenistan, o il Medioriente sintetico di "Damascus", nel quale spuntano Omar Souleyman e Yasiin Bey, o ancora il Sudamerica che fa da sfondo all'hip-hop di "The Manifesto", magistralmente condotto per mano dal rapper argentino Trueno. Una presenza ricorrente in scaletta - tra le tante - è Johnny Marr, al quale nella chiaroscurale "Casablanca" si affianca un'altra leggenda del rock britannico: Paul Simonon.
(Dalla recensione di "The Mountain" di Fabio Guastalla su OndaRock).

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