Autori: AA.VV.
Titolo: Cose spiegate bene. La musica che gira intorno
Editore: Iperborea
Pagine: 280
Prezzo: 21 euro
Un dizionario sparso del pop - e non solo
I plagi più famosi del pop, la storia della copertina di “Abbey Road”, il modo in cui le playlist Spotify stanno rendendo obsoleto il concetto di genere musicale. E poi Woodstock, il segreto del gated drum anni Ottanta, l’acustica di una sala da concerto, l’eterno dibattito attorno al critico musicale italiano più famoso del web, Piero Scaruffi. Questi alcuni dei temi affrontati nei 34 brevi saggi che compongono “La musica che gira attorno”, quindicesimo volume della collana “Cose spiegate bene”, pubblicata dalla casa editrice Iperborea in collaborazione con la testata giornalistica online Il Post.
Come gli altri numeri di “Cose”, anche questa uscita dal titolo fossatiano ha le sue carte vincenti nella varietà e nel formato dei testi che la compongono. Il taglio divulgativo – leggero ma mai semplicistico – e l’ampiezza di spettro degli argomenti trattati assicurano l’adeguatezza della lettura a un pubblico ampio: gran parte dei capitoli ha qualcosa da svelare sia agli appassionati incalliti sia a chi avesse a che fare con la musica solo occasionalmente, ma fosse incuriosito dal mondo che ci sta attorno e alle sue evoluzioni. Sfogliando le 280 pagine del volume, ci si può imbattere in sguardi sulle dinamiche del mercato musicale corrente (qual è il ruolo delle piattaforme di streaming e quali alternative esistono a Spotify? Come vive e come campa un dj? Perché ci sono meno band di successo di una volta?) come in curiosità su figure storiche note o meno note, oppure approfondimenti sull’universo sonoro delle altre specie animali (è il caso degli articoli sull’impatto sociale delle prime registrazioni dei canti delle balene e sulle caratteristiche e funzioni dei canti degli uccelli).
A come Abbey Road, R come riccardone
No, i contributi non sono ordinati alfabeticamente. Ma sono chiari e di lettura agile: dal paio di pagine alla decina scarsa di pagine. E, come le voci dei dizionari e spesso gli articoli del Post, sono tendenzialmente non firmati. Fanno eccezione alcune pagine curate da personaggi noti: Dalia Gaberscik (figlia di Giorgio Gaber e titolare dell’agenzia di comunicazione Goigest), il direttore editoriale del Post Luca Sofri che indaga sulla componente soggettiva dell’apprezzamento musicale, la cantautrice Paola Turci che condivide in modo brillante sensazioni legate al rapporto con la sua prima chitarra.
Fra excursus sociologici sul perché in Finlandia il metal sia diventato mainstream e spiegoni sul termine “riccardone” o sui sottogeneri della musica latin, i passaggi più riusciti sono quelli che affrontano la materia musicale da punti di vista inconsueti nel nostro giornalismo pop: evidenziandone gli aspetti economici e quelli più tecnico-scientifici, dal funzionamento meccanico di un giradischi all’eccellenza delle imprese artigianali che fanno di Istanbul la capitale dei piatti per batteria. Passando anche per il business dei “tour d’addio” (che spesso non lo sono davvero), le ragioni che fanno del flauto dolce lo strumento-simbolo dell’educazione musicale nella scuola italiana e la parabola commerciale della marchigiana Farfisa, le cui tastiere furono negli anni Settanta apprezzatissime da musicisti come Elton John e Pink Floyd (il classico “Time” deve molto della sua atmosfera proprio a un organo Farfisa).
Tra i molti riferimenti citati c’è anche quello di OndaRock, che compare con il suo redattore Francesco Nunziata nell’articolo su Piero Scaruffi (poteva non?). D’altra parte, uno degli articoli riportati nel volume – “I dischi dal vivo sono quasi scomparsi”, già edito sul Post nel giugno 2024 – era stato spunto proprio per un approfondimento di OndaRock, che evidenziava alcuni limiti della chiave di lettura proposta e mostrava come, a ben vedere, il numero di uscite di album live sia decisamente aumentata negli ultimi decenni.
Non manca anche qualche passo falso: pochi, per fortuna. L’articolo sulle tastiere Farfisa insiste nel considerare l’organo Hammond come uno strumento elettronico (è elettromeccanico, che non è la stessa cosa) e il pezzo affidato a un commerciante di dischi non riesce, nonostante la buona penna e l’autoironia, a celare un marcato retaggio snobistico – tale per cui “Music” di John Miles è un oggetto kitsch da trattare con bonaria condiscendenza, "The Dark Side Of The Moon" il simbolo della standardizzazione degli ascolti, mentre totem come Belle And Sebastian o Joy Division servono all’autore per autoproclamarsi vero intenditore, ricadendo in fin dei conti in un cliché alternativo almeno altrettanto prevedibile.
Un dono per chiunque voglia andare a fondo (con leggerezza)
Al netto delle piccole imperfezioni, “La musica che gira attorno” offre spunti preziosi e ben elaborati, perfetti per una lettura stimolante senza risultare impegnativa oppure – perché no – per un regalo. All’amico fissato su un artista, un filone o uno strumento (uno qualunque va bene uguale!), o a chi non si sia mai davvero appassionato all’ambito musicale, ma sia sempre stato curioso di cosa mai potessero trovarci gli altri di così speciale.