Fennesz - "Endless Summer"
(dall'Lp "Endless Summer", 2001)
Nel 1991 i Pearl Jam lanciavano il loro primo singolo, “Alive”, con un video che alternava ritagli di alcuni concerti della band con sequenze di un mare in tempesta. Era in bianco e nero, nessuna sfumatura, niente mezze misure, solo tanta energia, un’ondata di gioia e giovinezza che, si prometteva, da Seattle avrebbe travolto il globo. Passano dieci anni, e nel mondo quella voglia di godere non viene meno, ma la gioia non sarà più un’ondata travolgente. All’inizio del nuovo millennio la felicità toccherà cercarla nelle sfumature. Quasi a compensare l’immediatezza a cui ci avrebbe condotto l’ipertrofia delle nuove forme di comunicazione, ora sarà necessario moltiplicare l’opacità, stendere strati e strati di pura densità sulle cose, fare del mondo una nebulosa per poter starci dentro.
Da questo punto di vista “Endless Summer”, l’album che Christian Fennesz pubblica nel 2001, assorbe e rilascia come meglio non si potrebbe le tonalità emotive di inizio millennio. L’epicentro si sposta da Seattle all’Austria, da una città piovosa e scoppiettante, al cuore della Mitteleuropa, col suo secolare peso di passioni incendiarie, imbrigliate in merletti, lacci, corsetti, sbuffi. Quello che parte da qui non è un maremoto: il mare di Fennesz è calmo, appena increspato, quasi immobile. Non è fatto per il surf, come quello di Brian Wilson, autore idolatrato dal musicista austriaco, che nel 1999 gli dedicava lo straniante rifacimento di un classico come “Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder)”. È invece un mare che culla e lascia affiorare cose, come si vede nella cover di “Venice” (2004), o addirittura ghiacciato come quello che si ritira e fa emergere la terra scura nella copertina di “Black Sea” (2008). Mare da cartolina quello della reissue (2007) di “Endless Summer”, velato dalla luce di un tramonto seppia che ha solo sfumature, non contrasti.
Quest’ultimo disco, dunque, segna il passo di un nuovo tempo in cui ciascuno deve costruirsi una bruma in cui aver cura di sé. Qui Fennesz si allontana dalle pratiche glitch: la cattura dell’errore che trasforma l’alea in poesia d’ora in avanti lascia spazio a una produzione di suono ex novo; infatti nella sua musica acquisterà sempre più centralità la chitarra elettrica, alienata attraverso laptop e diavolerie varie. Anche per questo avvicendarsi di acustica ed elettronica questo album centra perfettamente il punto di equilibrio di un processo: dalle chitarre dei Novanta ai pc e alle manopole del nuovo millennio; e, di conseguenza, dal divano gomito a gomito (iconico quello dei Cranberries), alle bolle da condividere a distanza.
Quella di Fennesz non sarà mai esattamente una musica ambient: quest’ultima si posa sulle cose, senza apparire essa stessa come una cosa. Il sound di Fennesz, invece, è concreto, a volte ostico, a volte molto delicato, ma è sempre un supplemento, una cosa in più: non copre l’ambiente, produce un mondo. Tra bordate di droni e passaggi delicatissimi che sfiorano il silenzio, si tratta di assemblare un’alcova: come nell’immagine finale di “Melancholia” di Lars Von Trier, la gioia, d’ora in poi, non è travolgere, ma non essere travolti dal disastro imminente.
Incastonata in questo disco, ancora al riparo come una perla in un guscio, la title track, “Endless Summer”. Quella senza fine è, in realtà, un’estate che volge al termine: gli otto minuti e mezzo del brano sono un saluto all’estate, per prolungarla indefinitamente, un arrivederci al mare per portarsi un po’ di calore e rendere bella la stagione che viene. Ma c’è mai stata questa estate il cui andarsene ci riempie di malinconia? Al netto dell’adagio, confermato pure dalla crisi climatica, per cui non ci sono che mezze stagioni, si direbbe di no, questa estate che ci manca non c’è mai stata. È piuttosto l’estate del mito quella che salutiamo, una stagione mai iniziata e che, dunque, mai finisce. In effetti “Endless Summer”, seconda traccia dell’album, è tutta costruita sul vero topos della musica contemporanea, forse persino il suo cliché: il loop, un circolo che non ha né inizio né fine. A scandire l’eterna ricorsione di questo brano sono due accordi per chitarra elettrica, Fa maggiore settima e Do maggiore con la nona aggiunta, che girano placidamente, a un Bpm né lento né veloce, “andante moderato”, si direbbe. Il suono della chitarra è chiaro, cristallino, luccica come le increspature del mare al tramonto. Il giro si ripete senza sosta, in un 4/4 a sua volta regolare e rotondo. A volte sparisce, affonda in grumi di crepitii elettronici, gorgoglii subacquei, a volte le correnti portano l’eco di un’altra melodia lontanissima, memoria di un’altra estate. Ma poi il loop riaffiora portandosi dietro tutte le incrostazioni della sua immersione. Continua a ripetersi, meno lucido e cristallino, ma continua a ripetersi.
Non c’è alcun crescendo in questo brano, e neanche, come accade nel maggiore poeta dei loop, William Basinski, una consunzione, una ripetizione che disintegra. C’è solo la vicenda di questo resistere, di questo ripetersi senza fine. Viene in mente un brano diversissimo per stile e tecniche, ma simile per tonalità emotiva: “Pictures Of You” dei Cure, dove incontravamo fotografie che a forza di guardarle non si consumavano, ma prendevano vita. È splendido e struggente.
Stiamo chiedendoci che fare della nostra malinconia, se non dovremmo semplicemente rifiutarla come una passione triste. Ma poi, esattamente a metà del brano, al minuto 4, accade qualcosa. Il nostro loop, che con nome antico potremmo ormai chiamare sostanza, con un salto e uno sbuffo emerge completamente, resta a fior d’acqua, e continua ad avvolgersi nel suo rifinirsi. Continua a trasformarsi modulandosi in frequenze sempre diverse, ma adesso non è più nascosto, è esposto in tutte le sue sfumature. È qui, pienamente e assolutamente qui. E possiamo immergerci, possiamo avvolgerci in esso, come gli amici di Ulisse lasciarci andare a un suono mostruoso, farci dilaniare, farci dissolvere. Per 4 minuti siamo nella cosa, siamo nella sostanza, siamo nella sua pienezza che si avvolge per perfezionarsi, siamo nell’assoluto.
“Endless Summer” è una canzone stupenda perché è molto emozionante, ma anche e soprattutto perché è un riparo dalle emozioni. Per un verso, la malinconia che esprime non è mollezza, ma, al contrario, irregolarità, non conformità col mondo, inesausta capacità trasformativa. Per un altro verso, e soprattutto, questo brano non è il dolce cullarsi nelle nostre emozioni, non è lo specchio pop dei nostri vissuti quotidiani. È un salto – che dura 8 minuti ma che lascia tracce – in una dimensione non umana, una dimensione straniante, mostruosa. Piuttosto che il pathos della meraviglia, Fennesz ci dona lo straniamento: è forse il nostro modo più intenso di stare al mondo, quando, proprio come Justine in “Melancholia”, non sappiamo dove siamo, ma in questo non sapere mettiamo radici.