Mauro Sabbione

Mauro Sabbione

I miei Matia Bazar

intervista di Marco Bercella

Ho preso contatto con Mauro Sabbione all’indomani della recensione di “Tango”, il disco che Onda Rock ha celebrato con una sacrosanta pietra miliare nel decennale dalla scomparsa di Aldo Stellita, che di quei Matia Bazar fu letteralmente il verbo. Da allora, Mauro e io ci siamo scambiati qualche e-mail, poi siamo passati alle telefonate, fino al giorno in cui sono andato a prenderlo alla stazione, qui a Milano, di passaggio e di ritorno da un debutto teatrale in terra spagnola.
Ci siamo avviati a casa mia, per quella che si è rivelata più una chiacchierata confidenziale che un’intervista, stante la grande affabilità dell’interlocutore.
Nei Matia Bazar, Mauro è entrato nel 1981 con l’irruente passione del musicista di razza, che non si accontenta di occupare la seggiola del tastierista di una band famosa giusto per sbarcare il lunario (con quel background tecnico lo troveremmo ancora là, statene certi), ma che arriva per lasciare il segno. E che se ne va dopo due soli album, perché le logiche del successo da gestire e conservare gli appaiono troppo preponderanti sul resto. Ci sono cose più importanti della popolarità, e hanno a che vedere con la libertà espressiva, e con nuove vie da percorrere, magari lontane dalle classifiche di vendita, ma sempre e comunque vicine alla pulsione creativa dell’artista vero. Un istinto sempre assecondato da un entusiasmo che lo ha dapprima portato a stravolgere il sound tradizionale dei Matia, quindi ad aprire nuovi cantieri nel pop d’avanguardia (i Melodrama), e infine condotto nell’habitat della rappresentazione teatrale. Il tutto passando attraverso una non secondaria esperienza coi Litfiba. Abbiamo parlato di questo e di altro ancora, davanti a un caffè, proprio come due vecchi amici. E abbiamo finito col diventarlo davvero.

Mauro, come nasci artisticamente?
Ho studiato per anni pianoforte al Conservatorio, quindi  ho cominciato da giovanissimo l’attività di orchestrale.
Ho sempre diviso questa attività da quella di musicista: devi sapere che Genova, essendo una città di mare, negli anni 60 e 70 aveva una gran tradizione in questo campo, visto che c’era una forte richiesta per suonare tanto nei locali che sulle navi da crociera. La musica per night-club era il Philadelphia Sound, il soul di Barry White, tutte cose che dovevi saper suonare, anche perché non c’erano le macchine ad aiutarti. Questa esperienza, oltre alla preparazione classica, mi ha aiutato molto a crescere come artista.

C’è qualche aneddoto che mi puoi raccontare di quel periodo?
Ce ne sono diversi, dal momento che Genova, a metà degli anni 70, era una vera e propria vetrina. Una sera, ad esempio, venne Fabrizio De André a cenare con degli amici nel ristorante dove mi esibivo. Di fronte a un pubblico del genere, attaccai a suonare le cose dei Genesis, ma soprattutto l’intera suiteTubular Bells” di Mike Oldfield. La cosa sembrò finire lì, senonché qualche anno dopo, quando ero già nei Matia, rincontrai Fabrizio in un locale: ebbene, parlando del più e del meno, dimostrò di ricordarsi perfettamente della mia performance, mi disse che spesso rammentava ai suoi amici quel mio repertorio così inusuale per quel contesto.

Mauro SabbioneRaccontaci com’è avvenuto il tuo primo contatto coi Matia Bazar...
Fu per il tramite di un amico comune. Io ero un pianista giovane ma già esperto e inoltre possedevo delle ottime tastiere che avevo comprato proprio grazie al mio lavoro di orchestrale. Sulle prime ero scettico, ma a convincermi a contattare Antonella furono le rassicurazioni sul fatto che il gruppo era deciso a cambiare radicalmente sound. Fu così che incontrai dapprima lei e successivamente, a casa mia, Aldo Stellita e Carlo Marrale, le due teste pensanti della band, che rimasero favorevolmente impressionati tanto dalla mia preparazione che dalla mia immagine. Questi fattori, uniti al mio gran desiderio di passare al professionismo, furono decisivi per il mio ingresso nel gruppo. Dopo nemmeno una settimana ero già a Milano a provare i vecchi brani per il tour, e ad attingere dall’incredibile strumentazione che mi era stata messa a disposizione della casa discografica Ariston:  Mellotron, Polymoog, Minimoog, Yamaha cp70, insomma ogni bendidio!

Com’è stato il tuo impatto col vecchio repertorio? Trovo che fra le canzoni degli anni 70 vi fossero dei brani bellissimi, affiancati a cose francamente bruttine...
Si sentiva molto la mano di Piero Cassano, un grande professionista, uno della vecchia guardia, molto abile a costruire melodie di successo, ma a cui la ricerca sonora interessava poco. Tutti quegli strumenti che ti ho citato non erano mai stati utilizzati prima: Piero usava per lo più i preset della Roland Juno 60. 

Quali erano le dinamiche all’interno della band?
Chi componeva i pezzi con la chitarra era Carlo Marrale, ma io mi trovai subito molto bene con lui perché riuscivamo con naturalezza a completare e a integrare con la tastiera le sue idee, tanto che questo lavoro di arrangiamento lo svolgemmo anche su parte del vecchio repertorio. E poi c’era Aldo Stellita che si occupava dei testi e che spingeva verso quella che diventò la svolta post-moderna. E  naturalmente sia Giancarlo Golzi che Antonella Ruggiero davano il loro contributo. Un particolare non di poco conto era che trascorrevamo gran parte del tempo assieme, come fossimo una famiglia, quindi si era creato un forte affiatamento e dei buoni equilibri. In fin dei conti, credo che sia difficile attribuire dei meriti specifici ai singoli, perché era tutto il gruppo a funzionare. Vedi, io credo che quando se ne va un componente di una band il problema non è tanto riuscire a rimpiazzarlo dal punto di vista tecnico, quanto l’acquisire dei nuovi automatismi che sono comunque diversi dai precedenti a prescindere dall’abilità dei musicisti.

E Antonella che ruolo aveva?
Lei in quel periodo stava assieme ad Aldo e quindi seguiva molto le sue idee, diciamo...

...sembra un personaggio molto riservato...
Antonella è essenzialmente una primadonna, e come tutte le primedonne aveva bisogno di un pigmalione, qualcuno che la proteggesse e allo stesso tempo le desse la possibilità di esprimersi. Questo è avvenuto prima con Cassano, quindi con Aldo e infine con Roberto Colombo. Diciamo che il compagno che l’affiancava di volta in volta ne condizionava un po’ gli orientamenti.

I Matia Bazar erano un gruppo di punta della musica leggera italiana, per cui rappresentavano un patrimonio per la loro casa discografica. Di fronte a un così forte cambiamento, a quel salto in avanti rappresentato dal synth-pop, quale fu la reazione della label?
Tieni presente che il disco precedente, “Il Tempo Del Sole”, vendette solo ventunomila copie, quindi molto al di sotto degli standard, e paradossalmente questo determinò l’assenza di una grande pressione su di noi. Il fatto che avessimo a disposizione una sala d’incisione dedicata era un altro elemento molto importante, unito alla tranquillità di non avere nessuno nell’etichetta che interferisse nelle nostre scelte artistiche. Il nostro affiatamento fece il resto e ci permise di realizzare un album come “Berlino, Parigi, Londra...”.

Ecco, parlami un po’ di questo disco, in realtà un ibrido fra il sound storico dei Matia e la virata elettronica...
Questo fu dovuto al fatto che, per contratto e per evitare un contenzioso legale, fummo costretti a inserire alcuni brani firmati da Piero Cassano. Il che non c’impedì di realizzare un buon album, perché tutte le canzoni risentivano del clima di cui ti ho parlato, oltre che degli ascolti dei vari Ultravox, Omd, e The B-52’s, e anche della musica lirica. Di primo acchito la critica rimase spiazzata, ci vedeva come dei non meglio precisati “punkettoni”, ma poi il movimento del nuovo rock elettronico che stava prendendo piede contribuì a chiarire le idee a molti. C’è da dire che alcuni già da subito capirono la spontaneità del progetto e ci diedero il loro supporto, ad esempio Mario Convertino che diresse il video di “Fantasia”, e Carlo Massarini che lo propose per la sua trasmissione “Mister Fantasy”.

In che rapporto sei rimasto con Giancarlo Golzi e con Carlo Marrale?
Giancarlo l’ho rivisto qualche volta, in occasione di manifestazioni in cui faceva parte della giuria o dell’organizzazione, e anche quando ci fu il meeting per i trent’anni dei Matia Bazar. Lui è sempre stato il “pr” del gruppo e ha proseguito questa sua attività anche dopo, mentre con Carlo non c’è stata più occasione. Mi pare che sia andato a vivere alle Baleari, o qualcosa del genere. E ad ogni modo sono rimasto in buoni rapporti, perché le condizioni per la mia permanenza nel gruppo furono messe in chiaro fin da subito, senza fraintendimenti.

Come mai te ne andasti dopo “Tango”, ossia al culmine del successo?
Semplicemente perché il progetto stava prendendo una piega in cui non mi ritrovavo. Dopo “Tango”, l’idea era di incamminarci in una direzione ancor più d’avanguardia che però mantenesse dei connotati popolari. Con il titolo “Hotel Mister Kappa” stavamo mettendo a punto un disco concettualmente kafkiano che prevedeva collaborazioni anche con altri musicisti; avrebbe dovuto contenere parte del materiale poi finito in “Aristocratica”, oltre ad altri brani che avevo scritto io. Solo che questa volta i discografici intervennero, pretendendo che il nuovo lavoro riprendesse gli stessi temi del predecessore, cosa che, in effetti, accadde. Allora decisi di abbandonare il gruppo, senza alcun rancore o risentimento.

Vorrei che mi parlassi di un amico scomparso che era una delle colonne di quei Matia Bazar, Aldo Stellita, perché sono troppo poche le persone che conoscono il suo reale valore di musicista e di paroliere. A volte suonare in un gruppo famoso come i Matia Bazar non aiuta da questo punto di vista, perché i meriti si tende a suddividerli con gli altri membri, e il grosso del pubblico su certi aspetti non si sofferma...
Aldo era un poeta ed era anche una persona assai riservata, ma era davvero l’unico paroliere del gruppo, tanto che scriveva i testi anche nel periodo in cui c’era Piero Cassano...

...quindi è riuscito anche a operare un forte cambio stilistico...
Possedeva un grande talento e scriveva in un modo molto personale. Devo avere ancora degli appunti di suoi scritti da qualche parte, davvero eccezionali...

Quale fu l’apporto di Roberto Colombo alla produzione di “Tango”?
Fu, ti dirò, una produzione notevolmente invasiva. Non ti nascondo che con Roberto ho avuto più di un problema in sala d’incisione, perché lui interveniva direttamente sui suoni e persino sulla struttura dei brani. Con  “Palestina” mi dovetti impuntare perché quella era una mia composizione, tanto che arrivai a minacciare di levarla dal disco. In “Scacco Un Po’ Matto” operò un taglio corposo a una coda strumentale fantastica mia e di Carlo, e questo è rimasto un mio grande rammarico. Insomma, Colombo è una persona preparata, però ha lavorato non da produttore ma come  membro aggiunto della band , e questo ha modificato certi equilibri che si erano consolidati.

Ma credi che “Tango” sarebbe suonato così anche senza di lui?
Questo certamente no, però interveniva molto sulle tastiere e quindi sul mio lavoro, e a me la cosa non faceva piacere. Ad ogni modo, è stato un album molto innovativo, che ha esercitato una  grande influenza su molti artisti. L’ho capito ancor di più nel tempo, quando mi è capitato di incontrare gruppi più giovani tipo Subsonica, Bluvertigo, Elisa, Modena City Ramblers, che lo considerano a vario titolo come un punto di riferimento della loro formazione artistica. Fu un progetto davvero importante, che ebbe anche un impatto multimediale: accompagnavamo i concerti con proiezioni che tenevano conto delle atmosfere post-moderne dell’album. Così come anche i nostri abiti e la nostra immagine, che erano frutto di una precisa ricerca.

Che tipo di strumenti hai utilizzato per quel disco, e in che modo? Te lo chiedo perché erano ancora tempi in cui cimentarsi con i sintetizzatori non era relativamente facile come lo è oggi, e lì fu fatto un gran lavoro...
Colombo portò dei sintetizzatori Yamaha, dei riverberi e dei compressori di ultima generazione, poi ho lavorato molto con l’Alpha Syntauri, uno strumento assai affascinante proprio per le sue modalità d’uso, molto adatto anche per l’immagine. Pensa che quando incontrai anni dopo Peter Gabriel, nel 1994, si ricordò della mia esibizione sanremese con la tastierina portatile collegata al video (Peter Gabriel fu presente in veste di ospite all’edizione 1983 del Festival di Sanremo, ndr). Ovviamente, non essendoci ancora i campionatori, si faceva di necessità virtù, però alla fine bastava avere una buona idea e si trovava comunque il modo per metterla in atto.

Mauro SabbioneA proposito di Festival di Sanremo, raccontami un po’ di quell’esperienza...
Ah, la prima cosa che mi ricordo è che quando telefonai a mia madre per comunicarglielo fu contentissima (risata)! E poi sì, andammo al Festival ottenendo certe garanzie di “visibilità”, diciamo così, e infatti ci piazzammo al quarto posto ottenendo il Premio della Critica. Il pezzo non attecchì al primo ascolto, ma di lì a una settimana ci ritrovammo al primo posto nelle classifiche di vendita con l’intero album. Devi sapere poi che la scelta della canzone fu davvero singolare. Fino all’ultimo giorno utile per la presentazione, il brano destinato a Sanremo era “Palestina”, che composi io e su cui Aldo scrisse quel testo fantastico. Eravamo tutti d’accordo ed entusiasti della scelta, senonché quella mattina arrivò Carlo che nottetempo, anziché dormire, aveva completato la musica di “Vacanze Romane” di cui esisteva un vecchio abbozzo privo di ritornello. Rimanemmo tutti basiti dalla sua bellezza: tutti tranne Alfredo Rossi, lo storico boss della Ariston, che le preferiva di gran lunga “Palestina”. Col senno di poi, è stata una fortuna che “Vacanze Romane” sia riuscita infine a convincere anche lui. Il brano, nella prima stesura, conteneva una strofa poi eliminata: “Roma antica città, più puttana che mai” che non era affatto male, non trovi? “Palestina” rimase come lato B del singolo, e la cosa a conti fatti non mi dispiacque. 

Toglimi una curiosità: ma perchè "Vacanze Romane" è firmata da Golzi-Marrale, quando mi sembra molto evidente la mano di Stellita nei testi?
Infatti il testo è di Aldo, e la cosa che mi ha dato fastidio è quando ho sentito Golzi, in qualche occasione, attribuirselo. Fu invece Aldo che gli permise di firmare il pezzo  per consentirgli di diventare socio Siae. Il tutto si svolse con la massima correttezza, perché quando arrivavano i proventi li si divideva, e così è accaduto in seguito con gli eredi di Aldo.

Se un bel giorno ti chiamasse Antonella, e ti chiedesse di tornare a suonare assieme a lei, a Marrale e agli altri, cosa risponderesti?
Lo vedo molto difficile, però per un progetto come riportare “Tango” dal vivo, lo intraprenderei di corsa, e non certo per avere dei ritorni economici. Con i mezzi di cui disporremmo ora, un concerto in multivisione reinterpretando quel disco sarebbe bellissimo!

Oltre che nei Matia Bazar, hai suonato anche nei Litfiba e hai vissuto dal di dentro il rigoglioso ambiente new wave fiorentino. Ci racconti di quest’esperienza che, mi pare, si è sviluppata in più fasi?
Sul finire del 1984 ebbi spesso occasione di trovarmi a Firenze per presentare il mio progetto teatrale d’avanguardia che si svolgeva all’interno del circuito Onu Underground, e mi trovai a frequentare il Vanilla, un locale che stava conoscendo delle forti tensioni creative. Era frequentato dai Litfiba, dai Gang, dai Moda, dagli Avion Travel, dai Diaframma. Fu lì che conobbi Alberto Pirelli, il manager dell’I.R.A. Records che curò la distribuzione di “Flowers”, l’album che scrissi per il mio gruppo successivo ai Matia Bazar, i Melodrama. Da lì, nel tempo, siamo rimasti sempre in contatto incrociando le collaborazioni. Nell’89 seguii la tournée francese dei Litfiba come supporter con i Violet Eves, fino a che non partecipai alle registrazioni di “El Diablo”, proprio nel momento in cui la band conobbe la sua consacrazione. Poi vi fu un’altra fase, nel 2000, allorché venni chiamato da Ghigo per “Elettromacumba” il primo disco senza Piero Pelù. Di quel periodo, e dei concerti che ne seguirono, conservo tuttora degli ottimi ricordi.

E dei tuoi progetti attuali cosa mi dici?
Vengo, come sai, dal debutto spagnolo del nuovo lavoro teatrale "Utopia" in Spagna, in cui con le mie musiche accompagno quello straordinario e poliedrico artista che è Leo Bassi. E’ stato un grande successo, tanto che verrà riproposto da fine gennaio, e fino all’8 marzo 2009, al Teatro Alfil di Madrid.

Discografia

  SAMPLE & HOLD

 


   

 


  Remain In The Gangway (Indie Label, 1978)

 


     
  MATIA BAZAR  
     
Berlino Parigi Londra (Ariston, 1982)

 


Tango (Ariston Wea, 1983)

 


  Matia Bazar Platinum Edition (Emi, 2007)  
     
  MATIA BAZAR & C.  
     
  Architettura sussurrante (Ariston Wea, 1984)

 


     
  MELODRAMA  
     
  Flowers (Beable Ira, 1986)

 


  Kyrie Eleison Helden mix (IraDea Polygram, 1987)

 


  Melodrama (IraDea Cgd, 1989)

 


     
  MELODRAMA ENSEMBLE MEDITERRANEO  
     
  Saudade Che Guevara (Mondadori, 1996)

 


     
  LITFIBA  
     
  El Diablo (IraDea Cgd, 1990)

 


  Live on Line (IraDea Emi, 2001)

 


  Insidia (IraDea Emi, 2001)

 


Litfiba Platinum Edition (Emi, 2005)

 


     
  THE TRANSISTORS  
     
  Atelier (Temposphere Right Tempo, 2002)

 


     
  JARE' FETURING SABLON  
     
  Gramsci Bar (Nun/Edel, 2003)

 


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