07/06/2004

Pixies + Mogwai

Zénith, Parigi (Francia)


di Nicola Minucci
Pixies + Mogwai

A distanza di Dio solo sa quanti secoli nel calendario biologico di ogni appassionato di rock che si rispetti, tornano a Parigi i Pixies, riunitisi per un tour “fra nostalgia e monetizzazione”, come scrive l’edizione cittadina di Time Out. Beh, comunque poco importa se Frank Black, pardon, Black Francis e soci hanno fatto tutto questo per pagarsi la villa al mare. Quello che conta è che siano di nuovo on the road, per chi non aveva avuto la possibilità di vederli allora e per chi ce l’aveva avuta, ma sentiva, inevitabilmente, la loro mancanza. Andare a vedere un concerto dei Pixies non può che fare bene. E’ per questo, forse, che i circa 6.500 biglietti finiscono nel giro di un giorno. Non male per un gruppo che non fa uscire un disco di studio dal 1991… Tutti conoscono la storia della loro influenza sul rock degli anni 90 (e infatti non manca qualche ragazzotto lungocapelluto con maglietta dei Nirvana), tutti riconoscono ai Pixies un’inimitabile, unica capacità di fondere rabbia e melodia, di sfornare canzoni memorabili in ogni loro parte, non solo nei ritornelli.

In apertura ci sono i Mogwai, reduci da quell’ “Happy Songs For Happy People” che aveva fatto pensare a una possibile fine della corsa per carenza di benzina. Scaletta di pochi pezzi ma lunghi, la loro, esattamente il contrario del gruppo di cui sono l’antipasto. A gran sorpresa, almeno di chi scrive, che immaginava dei Mogwai a corto di fiato anche dal vivo, il quintetto scozzese, che si esibisce disposto in fila, riserva più di una sorpresa e un’esibizione di altissimo livello. Si parte subito con l’highlight della loro esibizione che è anche il più vecchio dei pezzi proposti (è crudele notarlo, ma è così). “Mogwai Fear Satan”, brano che chiudeva “Mogwai Young Team” (1997), è un’impressionante dimostrazione di bravura, oltre che una cavalcata a perdifiato nel mondo del gruppo scozzese. Difficilmente avrebbero potuto presentarsi meglio. Accelerazioni e rallentamenti, momenti noise e pause riflessive, quasi intimiste. Il grosso del lavoro, o comunque la sua parte più appariscente, se lo prende Stuart Braithwaite, intensissimo sulla sua Fender. Ma è il gioco di squadra il vero protagonista: i Mogwai si intendono a meraviglia, sfoderando un suono ancora più compatto che sul disco (quando serve) e dando alla loro musica una corposità, una “presenza” quasi solida sul pubblico. E che siano una vera squadra, rodata e ben funzionante, lo si vede anche nelle piccole cose. Ad esempio in Braithwaite che prende il centro del palco per attirare su di sé l’attenzione quando, su “Killing All The Flies”, computer e tastiera smettono di funzionare e due membri della band cercano di risolvere il problema. Appena tutto torna a posto, Braithwaite rientra disciplinatamente nei ranghi. Soprattutto, però, l’intesa si vede dall’incredibile gioco di sguardi che regola ogni esecuzione. Si cercano con gli occhi, si fanno cenni, si lanciano con semplici occhiate. E’ un piacere guardarli: quasi degni della famosa scena degli sguardi di “Barry Lyndon”! Anche “Hunted By A Freak”, dal recente “Happy Songs For Happy People”, lascia una bella impressione, con la sua (relativa) concisione e vocals filtratissimi.

Non sfigurano nemmeno le proposte da “Rock Action”, quello che forse è il lavoro più fiacco del quintetto scozzese: “You Don’t Know Jesus” e, soprattutto, “2 Rights Make 1 Wrong” viaggiano su livelli ben più alti dei loro originali su disco. A chiudere, un’ottima “Ratts Of The Capital”, in cui i pelosi animaletti buoni del post-rock possono dare libero sfogo alla loro furia e ad una capacità di creare atmosfere non certo comune. Una valanga di falsi finali e infine quello vero. Bravi, davvero una bella esibizione. I fan dei Pixies sono gente che se ne intende, evidentemente: l’applauso tributato ai Mogwai è lunghissimo, e meritato.

Dopo una mezz’ora buona, tocca proprio ai Pixies. La tensione è alle stelle (o quantomeno al soffitto dello Zénith). Quando i Fantastici Quattro entrano in scena si leva, all’unisono, un unico ululato. Black e soci sorridono, e sanno bene come ripagare tanto amore. La parte iniziale dell’esibizione, infatti, incendia l’aria. Successione terrificante: dieci canzoni praticamente senza pause, tutte eccezionali. Apertura, come sempre avviene in questo tour, per “Bone Machine”, accompagnata dal canto a squarciagola di tutti i presenti. Poi “Crackity Jones”, un po’ a sorpresa, dà già le mosse per il pogo. “River Euphrates” sfodera il suo riffissimo e il suo inconfondibile "Let's Ride The Tiger". “Wave Of Mutilation” è “Wave Of Mutilation”: nessun altro, oltre a Frank Black, potrebbe scendere a quelle tonalità senza averne i mezzi e conferire valore aggiunto a una canzone con piccole, studiate stonature. “Monkey Gone To Heaven” vanta un’esecuzione stellare, soprattutto da parte di Joey Santiago, sempre apparentemente molto rilassato, quasi atarassico, mentre sfodera riff da storia del rock. La canzone, unita alla grandezza di ciò che si è visto e sentito già, fa nascere un dubbio blasfemo: se l’uomo è cinque, il diavolo sei e Dio sette, non è che forse i Pixies sono… Ok, ok, mi fermo qui.

Poi, ancora, “I Bleed” per tirare – un poco, uh quanto poco – il fiato, seguita da due canzoni già portate in giro nell’ultimo tour di Frank Black & The Catholics: “Caribou”, stranamente in posizione centrale nella scaletta, e una “Cactus” strappata a forza dagli artigli di David Bowie. La differenza c’è e si sente tutta: la pianta grassa del Duca aveva gli aculei spuntati, quella dei Pixies buca ancora fin dalle prime note! “Broken Face” è un’altra superba performance di Frank Black, immenso in ogni senso. Peso non proprio piuma, occhi meno aperti di quelli di Bud Spencer, voce dei bei tempi. E un carisma che gli permette di smuovere una folla con un’alzata di sopracciglia. A concludere una prima scarica che da sola vale il triplo del prezzo del biglietto, un altro pezzo da “Surfer Rosa”: “Something Against You”. Il gruppo si ferma qualche istante (finalmente, siamo già tutti esausti!) e si riparte subito con le marce alte. “Isla De Encanta” viene suonata con una foga che quasi spiazza. Poi continuano le prelibatezze: “Hey” e “Number 13 Baby” sono quasi dei momenti-karaoke, tanto è sentita la partecipazione del pubblico. Anche Frank Black si lascia andare in interpretazioni teatrali, soprattutto per quanto riguarda alcune curiose espressioni che tira fuori quando non canta. Passano “Dead” e “U-Mass”: lago di sudore il pubblico, lago di sudore la camicia del nostro frontman a forma di otto. Arriva il turno di Kim Deal, acclamatissima in “Gigantic”, una festa per chiunque l’abbia sentita sulla sua pelle almeno una volta. I Pixies non ci fanno mancare niente, comunque: ecco “Velouria”, “Ed Is Dead” e “In Heaven”, prima di… “Uuuh uuh, uh… Uuuh uuh, uh...” “Where Is My Mind?”. La Storia sulle spalle non sembra pesare troppo per il quartetto di Boston. Sotto al palco si canta una leggenda, sopra la si suona con evidente soddisfazione.

E’ finita così? Certo che no! Prende velocemente fuoco una “Mr. Grieves” expanded e tarantolata. “Here Comes Your Man” è bellissima, come sempre. “Holiday Song” ci ricorda che ottime canzoni i Pixies ne avevano realizzate anche prima di “Surfer Rosa” (ma non ce ne eravamo certo dimenticati), e “Vamos”, inaspettatamente lunga, esaltata da rallentamenti ed improvvise, furiose accelerate, prelude a un ringraziamento e ai saluti.
La band torna dietro al palco, ma non per molto. Il tempo di riaffilare le chitarre e i Pixies sono già pronti a soddisfare le ultime richieste del pubblico. “Into The White” è quasi noise, e non è facile sentire distintamente il cantato di Kim, anche lei ancora padrona della voce di oltre dieci anni fa. Poi, a grandissima richiesta, ecco “Gouge Away”, altra magistrale prova di forza di Frank Black e soci. Santiago suona la sua chitarra reinterpretando il concetto di bottleneck: se sulla tastiera si usa il collo della bottiglia, sopra la cassa di risonanza si suona con il corpo della bottiglia (di birra) in questione… Splendida. Il tempo di bearsi, però, non ci viene lasciato: è il turno di un nuovo piatto forte… “Debaser”! Black grida come un ossesso, il pubblico raccoglie da non si sa dove le ultime energie residue per scatenare la bolgia: “Got me a movie… Ha ha ha hoa!” Chiude una “Tame” all’altezza delle precedenti, poi si accendono le luci e sono abbaglianti: si riflettono sui trentadue denti di ogni presente…
Quando esco dallo Zénith sono qualcosa di molto simile all’uomo più felice del globo. Sono fradicio, dalla punta dei capelli a quella dei piedi. Salto dappertutto, rido, abbaio di gioia.
Non so voi, ma io sono un cane andaluso.

Setlist

Mogwai:

Mogwai Fear Satan
Hunted By A Freak
You Don’t Know Jesus
Killing All The Flies
2 Rights Make 1 Wrong
Ratts Of The Capital

Pixies:

Bone Machine
Crackity Jones
River Euphrates
Wave Of Mutilation
Monkey Gone To Heaven
I Bleed
Caribou
Cactus
Broken Face
Something Against You
Isla De Encanta
Hey
Number 13 Baby
Dead
U-Mass
Gigantic
Velouria
Ed Is Dead
In Heaven
Where Is My Mind?
Mr. Grieves
Here Comes Your Man
Holiday Song
Vamos
Into The White
Gouge Away
Debaser
Tame

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