17/06/2005

Iggy Pop & The Stooges

Yellow Party, Melpignano (Le)


di Piero Merola
Iggy Pop & The Stooges
Incredibile. Iggy Pop nel sud del sud per l'unica data italiana del suo tour mondiale. La risposta a chi si chiede come sia stata possibile questa esclusiva nazionale in un'area molto periferica rispetto ai soliti circuiti dei festival estivi è tutta nel marchio Meltin'Pot. Marchio che, da qualche anno a questa parte, ha avuto l'accattivante idea di pubblicizzare le proprie collezioni estive con concerti nel Salento. Gratis.
E quest'anno si è pensato davvero in grande. Imperdibile. Conviene muoversi per tempo. Alle tre di pomeriggio si è gia lì. Seguaci da tutta Italia e non solo. La noia della lunga, assolata attesa è uccisa da personaggi che sembrano usciti dalla Londra di fine anni 70 e che intrattengono il pubblico con le loro perle di saggezza. Non è un concerto reggae, non si mangia e non si deve stare seduti. E' un concerto punk. Perché se si parla di punk, è impossibile non risalire ai tre sublimi album degli Stooges che nel giro di quattro anni sconvolsero silenziosamente la scena rock mondiale. Silenziosamente perché, pur non godendo di luce, onori e glorie come altri contemporanei, posero basi senza le quali non si potrebbe non immaginare un destino diverso per decine e decine di volontari e involontari proseliti dei decenni successivi.

Inizia lo spettacolo in una scenografia fantascientifica e patinata, un po' fuori luogo e inopportuna rispetto agli standard degli spettacoli dell'Iguana. Ma c'è ancora da attendere... Dopo lo strambo duo giapponese delle Yumi Yumi e i fratelli Gallagher della Svezia, i Mando Diao, finisce la lunga attesa. La piazza di Melpignano, solitamente gremita per la Notte della Taranta, è pronta ad accogliere sul palco l'Iguana.
Solita magrezza. Sguardo strafottente. Torso inevitabilmente nudo. Jeans a vita bassa. Anzi bassissima. Le mutande. Accessorie. Troppo scomode per un giovane di cinquantotto anni. Il giostraio saluta urlante e saltellante. Finalmente si sale sulla giostra. L'inizio è infuocato, con i due brani d'apertura di "Funhouse", ma invertiti rispetto all'ordine del disco. Prima "Loose", quella che chi era venuto per "Lust For Life" avrà scambiato per "Smoke On The Water", poi "Down On The Street". Cattivissima. Crudele. Si contorce. Si dimena come un ossesso. Si arrampica sull'amplificatore. Microfono sempre a spasso. Ma non è solo pirotecnia da saltimbanchi la sua. La voce è calda. Ferma a quegli anni marci e irripetibili. "1969". Nostalgia. Folgorante. Si piega. Accovacciato. L'iguana inizia ad abbaiare. Anche chi era venuto per "The Passenger" avrà intuito. L'inno "I Wanna Be Your Dog" arriva spietato, dopo due secondi di emozionante silenzio con il suo riff immortale. Impossibile non urlarla nonostante non ci sia un centimetro libero di spazio coi polmoni e lo stomaco compresso tra calca e transenna. L'assolo è da brivido. Lui incontenibile. Rimbalza a destra e a sinistra come una scheggia impazzita. Sempre col fedele microfono che tortura fino all'inverosimile. I pantaloni iniziano a scendere di qualche centimetro.

La sua presenza scenica è di un magnetismo unico. Offusca i prodigi dei fratelli Asheton, la cui presenza scenica è al contrario nulla (Scott incessante batteria e Ron con la sua chitarra fangosa), e quelli dello stesso Mike Watt, meno appariscente senza il suo baffone (ma restano sempre ineccepibili i suoi giri di basso secchi e tuonanti). A tratti sembrano ammirare divertiti lo spettacolo del rettile. Non c'è tregua. I brani si susseguono in un vortice senza respiro. "Tv Eye" è un tornado. L'iguana diventa un felino. "Bella Italia. Afanculo". Il momento più riflessivo della serata nel blues tossico dell'emblematica "Dirt". Una prestazione che solo l'altro highlander Jagger avrebbe potuto eguagliare, a una certa età.
Si prende un po' di fiato, perché con l'accoppiata "Real Cool Time"-"No Fun" è di nuovo il delirio generalizzato. Lui fa cenno al pubblico di rompere i confini salendo sul palco ("Do you wanna break these fuckin' borders?") . La sicurezza, coadiuvata da un corpo di poliziotti antisommossa (anarco-insurrezionalisti avvistati nella folla, di questi tempi...) non capisce (l'inglese) e cerca di trattenere il fiume in piena che cerca di raggiungere il palco. Iggy insiste "Quando vi dico di salire, cazzo, dovete salire", si rivolge provocatoriamente ai cop: "Don't worry, guys". Chiede acqua e la sputa su di loro. In quattro o cinque riescono a salire. Momenti di gloria. La polizia continua a beccare invasori che, spesso malmenati, sono rigettati nella mischia. Iggy getta, per così dire, acqua sul fuoco, leggendo un improbabile striscione con un'invidiabile pronuncia: "Fuoco alle galere". Anche Bjorn dei Mando Diao e la cantante delle Yumi Yumi sono spacciati per invasori e allontanati. Bella Italia, Iggy. Fine della normalità. Tanto calore. Bella Italia. Il sax di Steve McKay nella cavalcata metropolitana di "Funhouse" e le asprezze di "1970" ci fanno risalire sulla giostra.

Accolte con meno entusiasmo le recenti "Skull Rings" e "Little Electric Chair". Confermata la scelta, ormai usuale dopo l'acclamata reunion, di escludere dalla scaletta brani tratti dal terzo capitolo della saga-Stooges, "Raw Power". Probabilmente perché fu un periodo di tensioni, preludio allo scioglimento, o magari perché i fratelli Asheton, non avendo potuto mai sopportarne il promotore, David Bowie, preferiscono metterci definitivamente una pietra sopra. Combinazione, poi, il brano più riuscito dei nuovi, "Dead Rockstar", è molto vicino al cantato del Duca Bianco. Anche se nel ritornello diventa duro e puro, fugando ogni controversia. Finale in bellezza con la soffocante accoppiata "Not Right" e "Little Doll". I pantaloni scoprono sempre di più. Ai limiti dell'osceno.
E poi il saluto finale nella ripresa della versione con sax dell'inno che spazza tutto via. "Now I wanna be your dog". Urla, urla e ancora urla, mai stanco. Acuti e gorgheggi inquietanti chiudono i giochi. Le orecchie fischieranno per un bel po'. Un flash lungo un'ora e mezzo.

Se Thom Yorke canta in "The Bends" "aspettiamo che succeda qualcosa e vorrei che fossimo negli anni 60", chi c'era potrà raccontare che per un'ora e mezzo il sogno si è realizzato.
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