06/12/2005

Supersystem

Bronson Madonna dell'Albero, Ravenna


di Federico Savini
Supersystem

Da Washington alla Romagna, per la quarta volta. Ai Supersystem la riviera romagnola deve piacere parecchio, visto anche il successo del concerto dell'estate scorsa direttamente sulla spiaggia di Marina di Ravenna e che fu qualcosa che molti nella zona ricordano ancora bene. Uno momenti più memorabili dell'incerta estate 2005, al bagno Hana-Bi, stessa crew del Bronson nel quale i Supersystem ritornano per consolidare un rapporto ormai importante che ha portato l'arrivo dei washingtoniani, ex El Guapo, a diventare un evento atteso da un pubblico uscito recentemente da una quindicina d'anni di integerrima (e anche un po' cieca) ubriacatura hardcore.

E' anche l'ottima resa live, frutto maturo di una sorta di neverending tour di dylaniana memoria, che ha probabilmente portato la band, partita in chiave impro-rock (pare che più d'un membro sia stato allievo di Anthony Braxton!) a evolvere verso un suono legato alle forme più sperimentali della new wave primigenia, poi raddrizzate, con "Fake French" del 2003, in chiave pop-rock (in una delle combinazioni più promettenti d'inizio secolo), fino al suono groovey oriented di "Always Never Again" che sancisce anche il cambio di ragione sociale degli El Guapo in Supersystem, con l'arrivo del batterista fisso Joshua Blair (anche nei micidiali Orthrelm). La resa live degli ultimi brani è indubbiamente vincente e il gruppo lo ha confermato anche martedì al Bronson pur essendo apparso leggermente appesantito rispetto alla performance, assolutamente positiva, dell'estate scorsa.

Solo due i ripescaggi da "Fake French", "Justin Destroyer", posta a inizio concerto, e un'ottima ripresa di "Glass House" con però l'imperdonabile assenza dell'orecchiabilissima "Just Don't Know", capolavoro pop di una band dalla scrittura tanto essenziale quanto fatta di tanti semplici dettagli, ottimi incroci vocali e una sezione ritmica impeccabile e propulsiva, con un Justin Moyer (noto anche come Edie Sedgwick, ma solo quando si veste da donna...) sempre in bella evidenza e sguizzante sul palco in ogni dove.

La scelta che non è apparsa troppo convincente, a parte un'eccessiva insistenza di Pete Cafarella su un suono di synth un po’ disturbante, è stato il dilungare la gran parte dei brani in code non particolarmente baciate dal genio e utili solo a introdurre senza pause il pezzo successivo. Rimane comunque fuori discussione la presa di brani come "Born Into The World" e la variazione sul tema di "Six Cities", come pure le incalzanti "Everybody Sings", "The Love Story" e "Miracle", quest'ultima probabile vertice di tutto il concerto.

Tra divagazioni house e code strumentali i Supersystem trovano anche il tempo di proporre una manciata di brani nuovi che però, tra abbozzi di stop and go di matrice quasi dischordiana e riprese punky dei canovacci stilistici di "Always Never Again" non appaiono, a un primo ascolto, particolarmente incisivi.

A chi accusa la band di essersi venduta, dopo promettentissimi esordi all'insegna di un pop originalissimo, al verbo del trend danzereccio va comunque consigliato di seguirla nelle sempre ottime esibizioni dal vivo, dove le nuove qualità dell’ensemble si esprimono in maniera più compiuta che su disco, che infatti lascia il gruppo in quel limbo tra i vecchi fan che storcono il naso e il successo vero che latita, forse per la mancanza di un frontman realmente carismatico (o testa di cazzo, a seconda dei punti di vista) o di una canzone simbolo, compensata però da un canzoniere già di tutto rispetto.

A dispetto dunque di alcune scelte discutibili, i Supersystem rimangono nel tempo una band stimabile e generosa, e lo ha dimostrato perfettamente il finale di concerto con il tiratissimo techno-rock di "Defcon", che ha fatto ballare chiunque, e durante il quale Justin Moyer ha lanciato verso il pubblico una buona quindicina di magliette (autopromozione?), che il sottoscritto, dimostrando peraltro uno spirito rock'n roll prossimo allo zero, non ha visto neanche da vicino.

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