15/07/2006

Neapolis Festival

Mostra d’Oltremare, Napoli


di Mauro Vecchio
Neapolis Festival

Intro

“Il programma di stasera è un ripasso, l’avete visto e rivisto passo per passo… vi ricorderete ogni parte”.
Con queste parole inizia, nel 1991, il discusso omaggio di Oliver Stone a Jim Morrison e ai suoi Doors.
Il 15 luglio è di scena la seconda giornata del Carpisa Neapolis Festival, fortunatissimo evento napoletano giunto, ormai, alla sua decima edizione. Già, festival, ma l’atmosfera che si vive a Fuorigrotta somiglia di più a quella di una visita guidata alla Tate Gallery del rock and roll.
Arena Stage e Metropolitan Stage le capienti aule di un ripasso di quasi quarant’anni di storia della musica popolare con tanto di professori (?) d’eccezione. Peccato, tuttavia, per la ferma convinzione degli organizzatori che l’uomo-spettatore pagante abbia il dono dell’ubiquità. In effetti, non è molto chiaro il motivo per cui abbiano deciso di inserire Robert Plant, Stooges e Santana (ovvi headliner di tutto il festival) nella stessa giornata, penalizzando, così, i Mouse on Mars che hanno trovato davanti a loro un pubblico di mosche bianche, tra la fine del set di Plant e l’inizio fulminante di Iggy Pop.
Quando un ragazzo entra nella calca degli Stooges mi chiede: “E’ il primo pezzo questo? Ero a vedere i Mouse on Mars”. Il “pezzo” è “T.V. Eye” e non so come dirgli che si è perso, su tutte, “I Wanna Be Your Dog”, “Loose” e “1969”.
Stasera, purtroppo, non c’è spazio alcuno per le nuove, interessanti leve (i Liars annullano il concerto per un presunto lutto) perché, per quanto si possa essere aggiornati, l’Iguana non lo si può perdere per nulla al mondo.
“Il programma di stasera è un ripasso, l’avete visto e rivisto passo per passo…vi ricorderete ogni parte”.

Arena Stage

Ore 21.00

Robert Plant & The Strange Sensation

Quando muore, tragicamente, John Bonham, la vita per i Led Zeppelin diventa molto dura. Il primo a tentare fortuna da solista è Robert Plant che, fin dal 1982, si danna per recuperare il magnetismo ormai perduto, ma album come “Pictures At Eleven” e “Principle of Moments” permettono l’operazione solo a metà.
Si ascoltano volentieri la tempra e il ruggito leonino, ma Robert presto si deve arrendere e rassegnarsi al medio cabotaggio tra pop giudizioso e tentazioni elettroniche.
Alle soglie del 2000, tuttavia, arriva un colpo di coda gradevolissimo quanto inaspettato: Plant forma gli Strange Sensation. Nell’ultimo “Mighty Rearranger”, la band viene utilizzata in modo sapiente e, a sorpresa, il cantante se ne esce, forse, con il suo disco migliore senza Page, Jones e Bonham.
L’album rappresenta appieno la carica di Plant tra recenti suggestioni etniche e chiari riferimenti zeppeliniani riprendendo, così, la lezione di “III” che trova nuova vita, 36 anni più tardi.
Certo, sono spariti i lustrini, le camicie aperte e i pantaloni attillati, ma, al di là della sua orrenda t-shirt giallo canarino, Robert non è mai stato così vicino alla leggenda degli Zeppelin.
Merito, soprattutto, della sua band e, in particolare dell’estroversa chitarra solista di Justin Adams e della solida e poliedrica sezione ritmica Billy Fuller-Clive Deamer.
Nessun paragone con i suoi vecchi compari, ma, di sicuro, Robert ha trovato il gruppo migliore per portare in giro per il mondo la sua musica e il fardello di quei quattro dischi immortali.
Plant parte carico, divertito dal calore del pubblico napoletano, e il riff quasi metal di “Tin Pan Valley” inonda l’arena un po’ come faceva “Immigrant Song” negli anni 70. La risposta di tutti è quasi un’ovazione, ma in pochi conoscono il pezzo. In realtà sono qui solo per un motivo e Robert lo sa benissimo.

Non è più l’urlo lacerato che era, ma “Hey, hey mama said the way you move, gonna make you sweat, gonna make you groove” fa letteralmente esplodere Napoli.
“Black Dog” è tiratissima e Plant non rinuncia al solito “call and response”, questa volta direttamente con il pubblico. “What’s this shit?” chiede, ridendo.
“Freedom Fries” viene introdotta da un breve commento sulla politica di Bush e Blair e si sviluppa in un’orgia di chitarre e tamburi indiani.
Mentre la sicurezza si affanna a togliere i fan dalle scale divisorie, Plant sorseggia qualcosa da una tazza nera. Molti sostengono che sia Jack Daniel’s.
La strumentazione cambia e la band si prepara per la parte acustica del concerto. “Going To California” e “Friends” risplendono come gemme nella notte calda, tra mandolini eterei e inflessioni raga. Plant rispolvera la sua “Morning Dew” prima di suonare la carica sul delirio percussivo di “Four Sticks”.
Il punto più alto del concerto arriva prima della fine, quando Robert prende in mano la band per una versione splendida di “Gallows Pole”. La gemma folk diventa una cavalcata agrodolce su intarsi melodici indiani e il cantante osa qualcosa sulle note più alte. Il pubblico osserva a bocca aperta, estasiato.
Durante il bis, Plant apre calmo con la litania di “The Enchanter” prima di mandare in delirio un’arena totalmente in piedi.
La chitarra parte con un blues sonnolento, ma tutti hanno riconosciuto le parole. “Whole Lotta Love” esplode nel suo riff grezzo e incontaminato e, per un istante, sembra davvero che il tempo non sia affatto passato.
Il concerto è finito e una standing ovation saluta gli inchini dei musicisti. Mentre si sale per l’uscita un fan con tanto di maglietta parla con un amico: “Abbiamo visto la rivoluzione dell’hard-rock, adesso andiamo a vedere quella del punk”.
E, infatti, non si fa in tempo a dimenticare gli accordi di “Whole Lotta Love” che già si sente Iggy Pop gridare: “Looooseeee”.

Metropolitan Stage

Ore 22.30

Iggy Pop & The Stooges

A 58 anni, Robert Plant sembra più un calmo e panciuto borghese che una stella del firmamento Rock. Nonostante una vita di eccessi e sregolatezze, personaggi oscuri come David Bowie e Lou Reed sono ormai divenuti rilassati pensionati a cui è rimasta soltanto la voglia di suonare.
E’ rimasto un uomo, tuttavia, che ancora non trova nel suo dizionario mentale la parola “declino”, e quest’uomo si chiama James Newell Osterberg Jr, meglio conosciuto come Iggy Pop.
Quasi sessantenne, l’Iguana del Michigan sembra uscito da un film o da un cartone animato o, se si vuole, direttamente dagli inferi più profondi.
Jeans attillati a vita bassissima, capelli lunghi biondi impregnati di sudore, sembra che il tempo non l’abbia consumato affatto, se non nell’atletico corpo contorto e nervoso. Nel momento stesso in cui si presenta sul piccolo palco, Iggy comincia a saltare in preda a convulsioni epilettiche come a dimostrare a tutti che non soltanto i gatti possono vivere sette vite.
I fratelli Asheton sono letteralmente oscurati dal suo magnetismo animale che prende letteralmente a schiaffi l’intera area circostante. Ron (chitarra) è grasso e guarda in basso con lo sguardo assente, quasi triste, mentre Scott (batteria) picchia, cappello da baseball in testa, con il suo corpo disfatto e molle. L’unico che tiene il ritmo frenetico di Iggy è Mike Watt (basso), che si danna l’anima con i suoi accordi potentissimi, saltando da un lato all’altro, storcendo la bocca come in preda a possessione demoniaca.

Gli Stooges non perdono tempo e l’attacco del concerto è di quelli che ti fanno tremare i polsi.
Rispetto alla scaletta originale di “Funhouse”, i due crudeli corto circuiti elettrici di “Down On The Street” e “Loose” vengono invertiti con Iggy a dimenarsi come un ossesso mentre salta sul primo amplificatore che gli capita a tiro.
“Hi, Neapolitans! We’re the fucking Stooges!”. Sembra incredibile la carica con cui grida nel suo microfono vagante mentre la maggior parte della gente si chiede se siamo davvero nel 2006 o nel 1970. La sua voce è ancora calda, potente, lacerata, sporca, marcia e il trialismo à la Bo Diddley di “1969” è folgorante come nel loro primo disco.
Quando parte lo splendido riff di “I Wanna Be Your Dog”, il pubblico esplode in un boato e tutti cominciano a gridarne il ritornello, come in un sabba sadomaso. Iggy ulula nel microfono e sputa violentemente verso la folla. Non c’è tregua, e “TV Eye” tuona potente nel suo attacco malsano mentre i pantaloni di Iggy cominciano ad abbassarsi di qualche centimetro.
Il frontman afferra il microfono e parla (stranamente senza un “fucking” in mezzo) per aprire l’unico momento più calmo del concerto: “Sometimes you feel up and sometimes you feel down, sometimes you feel gold and sometimes you feel dirt”. Parte, così, il blues anarchico e devastato di “Dirt” e sul viso di alcuni appare un enigmatico punto interrogativo tanto che uno spettatore chiede: “Ma chi è questo? E’ fuori di testa!”. Si vede che è venuto qui per Santana.
Quasi in risposta a tale complimento, Iggy fa cenno alle prime file di salire sul palco. Nessuno se lo fa ripetere due volte e, in pochi minuti, sembra di assistere a una “We Are The World” malata e drogata.
Alla sicurezza (?) del Neapolis questa cosa non va proprio e alcuni cominciano a picchiare con delle cinture. Iggy aiuta una piccola ragazza bruna a salire e grida: “Fascisti! Andatevene a lavorare nelle discoteche!”.

E’ il delirio più totale: alcuni saltano come indemoniati sul ritmo trascinante di “Real Cool Time”, mentre altri tentano addirittura di abbracciarlo e baciarlo anche a costo di prendere qualche forte spintone dai numerosi addetti alla sicurezza.
E’ pur vero che Iggy Pop comincia a cantare “No fun, my baby, no fun”, ma i ragazzi sul palco sono in visibilio, arrivando addirittura a cantare con lui il ritornello nichilista.
“Ok, dance is over” avverte l’ Iguana, temendo di finire direttamente giù, pressato dalla folla adorante che lui stesso ha fatto salire. Dopo tutto, si tratta pur sempre di punk.
Agli Stooges si unisce Steve McKay con il suo sax deviato e suburbano per la sarabanda quasi funk di “Funhouse” e la torrida “1970”.
Ormai il pubblico è caricatissimo e persino le nuove canzoni “Little Electric Chair” (che sembra uscita direttamente da “Raw Power”) e “Skull Rings” vengono accolte con entusiasmo delirante.
Come era previsto, gli Stooges glissano qualsiasi canzone del loro splendido terzo disco e, allora, spazio a “Little Doll” e “Not Right”, prima di chiudere con una seconda esecuzione dell’inno “I Wanna Be Your Dog”, questa volta con il sax di McKay.

L’esibizione si chiude e le orecchie fischiano come treni a vapore, ma a nessuno importa perché molti hanno assistito a uno dei concerti più energici e violenti mai visti.

Arena Stage

Ore 00.00

Santana

Per molti qui al Neapolis, Santana è il vero headliner della giornata e, infatti, non si vedono che magliette in vendita con il suo nome sopra. Nemmeno il tempo di una birra rilassante dopo l’infuocata performance degli Stooges che lo sciamano messicano dà il via al suo show di mezzanotte.
L’arena è stracolma in ogni ordine di posto e si respira un’atmosfera del tutto diversa da quelle precedenti. Molte madri di famiglia e ragazze in top succinti cominciano a ballare sull’intro di “Jingo”, nemmeno si trovassero sulle spiagge di Rio de Janeiro.
Qualcuno inneggia alla vittoria della nazionale con l’ormai stantio inno dei White Stipes.

La band allargata di Santana viene capeggiata da Andy Vargas, originale clone di Ricky Martin in canotta e maracas, che vaga per il palco incitando la folla a cantare e ballare senza sosta.
Il successo internazionale di “Smooth” muove i fondoschiena di tutti, sulla possente e caraibica sezione ritmica tra percussioni e sarabande latine.
Passare da “I Wanna Be Your Dog” a questo è uno shock dal quale risulta difficile riprendersi.
Sono ormai trapassati i tempi in cui Carlos infiammava Woodstock con il suo rock caldo e avvolgente. La mania del duetto lo ha, ormai, preso da anni e, attualmente, un suo concerto non è poi tanto diverso da una sala da ballo di salsa.
Per fortuna, Santana vuole bene ai suoi vecchi fan e lascia molto spazio ai pezzi del celebrato “Abraxas” e di “Santana III”.
L’intro di “Batuka” si trasforma in “No One To Depend On”, così come “Taboo” in “Hermes”.
Il suo stile chitarristico è sempre inconfondibile e quando attacca la triste e romantica “Samba Pa Ti”, la folla applaude calorosamente.

C’è anche spazio per il blues, e John Lee Hooker viene omaggiato con una bellissima versione corale di “Boogie Chillum” (inframezzata da “Let’s Have A Party, un po’ come facevano i Led Zeppelin).
La band di Carlos sembra rodatissima, soprattutto la batteria tonitruante di Dennis Chambers, corpulento batterista baffuto che sembra avere tre mani sull’assolo chilometrico durante “Soul Sacrifice”.
Il concerto si chiude con “Into The Night” e, dopo aver presentato con voce strozzata i musicisti, Santana si avvia solitario verso il backstage, lasciando la sua band finire lo show.
Applausi scroscianti. Il basso di Benny Rietveld intona ancora l’insopportabile inno estivo calcistico e sui vari “po po po” le luci si accendono.

La sensazione è che, dopo aver visto Plant e, soprattutto, Iggy Pop, anche uno come Santana risulti noioso e privo di energia.

“Quando la musica è finita e le luci si sono spente” ci si avvia verso l’uscita, con in testa soltanto una cosa: la storia vivente e pulsante del rock and roll.

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