12/07/2007

Daft Punk + Lcd Soundsystem

Parco della Pellerina, Torino


di Nicola Minucci
Daft Punk + LCD Soundsystem

Come si introduce la cronaca di un evento di questo tipo? Inutile presentare i Daft Punk: sapete tutti chi sono. Per la loro unica data in Italia non c’è da pagare un biglietto, e per non andare a vederli ci devono essere solo ottime ragioni. Io non ne ho, e un paio d’ore prima del primo concerto sono già lì.

Apre il trio danese WhoMadeWho (o Who Made Who, ancora non si è fatta chiarezza sulla presenza o meno degli spazi). Li conoscevamo per l’esordio omonimo di un paio di anni fa: un punk-funk che non ha praticamente nulla di originale ma molto ben confezionato. E quella cover di “Satisfaction” di Benny Benassi realizzata quando l’eco dell’originale non si era ancora spenta.
Naturale che la ripropongano live, e il loro show è breve ma simpatico.


A deludere sono invece gli LCD Soundsystem. Personalmente è la terza volta che li vedo. La prima fu in occasione del loro battesimo italiano, in una fantastica serata ai Magazzini Generali a Milano. Per rivederli dovetti aspettare solo pochi mesi: in luglio, infatti, erano all’Arezzo Wave, dove riproposero un set abbastanza simile, sempre molto buono anche se non d’impatto come quello che aveva messo i Magazzini a ferro e fuoco.
Stavolta, però, il livello dell’esibizione è scarso. I pezzi ci sono e non ci sono (potete controllare a lato: la scaletta non è certo fra le migliori possibili). “Daft Punk Is Playing At My House”, momento che ovviamente il pubblico aspettava in gloria, messa lì per seconda dopo un pezzo certo non memorabile come “Us V Them”, ma soprattutto suonata anche più veloce del solito. L’impressione è quella del “togliamoci questo dente e facciamolo più in fretta possibile”, corroborata dall’atteggiamento di un James Murphy insolitamente poco empatico. Anche se ogni volta è un dolore, ci tocca ripeterlo spesso, nelle recensioni dei live. A memoria d’uomo non si è mai vista una prescrizione medica con su scritto “Suonare quel pezzo piuttosto che altri”. Mah.

Così il concerto passa senza infamia e senza lode, anche se “Tribulations” è sempre umanamente irresistibile. Si distinguono un po’ anche i singoli di “Sound Of Silver” (“North American Scum” e “All My Friends”, meno u2esca che su disco), ma resta l’amaro in bocca.
Amaro che neanche la conclusiva “Yeah” toglie. Prima salta l’amplificazione e si aspettano svariati minuti perché tutto torni a funzionare (però almeno questo non è colpa di Murphy), poi finalmente “Yeah”, un po’ tagliuzzata. E anche quello che dovrebbe essere il ragionato caos finale con Murphy piegato sulle percussioni non sembra più avere la freschezza, la convinzione e soprattutto la forza che aveva due anni fa.
Vabbè, compitino finito, si può tornare a casa.


O meglio, loro possono tornare. Noi (gente da tutta Italia e mezza Francia!) siamo venuti per i Daft Punk.
Daft Punk che si fanno aspettare un bel po’, mentre Tomboy (batterista dei WhoMadeWho ma anche dj e musicista tech-house) mette i dischi.
Il sipario è ancora chiuso quando si diffondono nell’aria le note con le quali gli alieni comunicavano con i terrestri in “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Quando si apre ecco l’oggetto di cui si parla da oltre un anno, da quando cioè si è mostrata a noi mortali: la famigerata piramide. Thomas e Guy-Man appaiono dal segmento tagliato della costruzione. Ai lati, due pareti di tubi neon che cambiano colore a seconda delle necessità.
Il pubblico si accalca. Dal vocoder escono le parole “Human” e “Robot”, poi i Daft Punk sembrano decidere: parte “Robot Rock”, inizio di un unicum composto da pezzi provenienti dall’arco di tutta la loro carriera, o meglio parti di essi e momenti di bastard pop con vocals di una canzone sovrapposti alla musica di un’altra.

La componente visuale (luci dei tubi e del contorno della piramide, immagini sulle due facce visibili della piramide, nonché l’ipnotica staticità dei Daft) gioca un ruolo fondamentale, in quello che è un vero e proprio show totale, fatto di immagini, colori, ma anche e soprattutto suono. Suono sul quale gli scettici potrebbero avere le perplessità che da sempre accompagnano l’elettronica dal vivo. La risposta alle annose questioni sulla musica suonata, sul fatto che potrebbe essere tutto “finto” e sul “in realtà stanno guardando la casella di posta elettronica” era stata fornita poco prima, del tutto involontariamente, dagli LCD Soundsystem, gruppo che, con ben sei uomini sul palco, indiscutibilmente “suona”. Per vedere se il problema all’amplificazione era stato risolto, Murphy aveva schiacciato un pulsante e subito erano partiti sequencer e buona parte della sezione ritmica di “Get Innocuous!”. La band, immobile.

Ma non c’è tempo per pensare a queste quisquilie: è subito il momento di dare “Technologic” in pasto alla folla che canta, si accalca, vive l’esperienza. Da “Television Rules The Nation” si affaccia il vocoder di “Around The World”, antipasto del tripudio di musica e di colori in cui verrà poi liberato il successo planetario ormai decenne.
Fra i due momenti, “Crescendolls” con il suo mega-campione da Little Anthony & The Imperials e, nudo, il cantato di Romanthony in “Too Long”, ma soprattutto una “Smalltown Boy” (Bronski Beat) strumentale che dice più di mille interviste. Qui sta lo spirito, qui stanno paternità e maternità, questo è il mondo sentimental-polimerico del duo.

Sfilano i luccicanti successi di “Discovery”: “One More Time” e “Aerodynamic” prima ognuna da sé, poi fuse nel “Daft Punk Remix” che già avevamo ascoltato in “Daft Club”. Da questo momento la cassa comincia a prendere il sopravvento, per una seconda parte più scalciante, notevolmente fisica. Stratosferica l’accoppiata “Rollin’ & Scratchin’” - “Alive”, ma “Da Funk”, imbastardita da “Daftendirekt”, fa ancora meglio.
Chiudono “Superheroes” (autoreferenzialità?) e, quasi un obbligo, “Human After All” (autoreferenzialità).

Il bis è il momento dell’esaltazione.
Gli uomini-robot tornano in scena con nuove versioni del loro abbigliamento precedente. Caschi e vestiti sono contornati da una luce rossa che, nel buio, rende i Daft Punk disegni di luce.
Allo “Human” di “Human After All” succede (fantastica sorpresa) “Together”, il singolo che portava lo stesso nome del duo che lo diede al mondo all’inizio del millennio. Erano Thomas Bangalter e DJ Falcon. Ma l’escursione nei progetti paralleli di Thomas continua con la musica di “Music Sounds Better With You”, uno dei simboli del French Touch, scritto e realizzato insieme ad Alan Braxe e Benjamin Diamond con il nome di Stardust. Stavolta, però, non c’è il cantato di Ben Diamond, ma ancora una volta quella del Romanthony di “One More Time”.
Let’s celebrate, one more time.

Setlist

LCD Soundsystem: 

  1. Us V Them
  2. Daft Punk Is Playing At My House
  3. Time To Get Away
  4. North American Scum
  5. All My Friends
  6. Tribulations
  7. On Repeat
  8. Yeah (Crass Version)

 

Daft Punk:

  1. Robot Rock
  2. Oh Yeah
  3. Technologic
  4. Television Rules The Nation + Around The World
  5. Crescendolls
  6. Too Long (Vocals Only)
  7. Smalltown Boy (Instrumental)
  8. Around The World + Harder, Better, Faster, Stronger
  9. Burnin’
  10. Too Long
  11. Face To Face
  12. Short Circuit (Break)
  13. One More Time
  14. Aerodynamic
  15. Aerodynamic (Daft Punk Remix)
  16. The Brainwasher
  17. The Prime Time Of Your Life
  18. Rollin’ & Scratchin’
  19. Alive
  20. Steam Machine
  21. Da Funk + Daftendirekt
  22. Superheroes
  23. Human After All
  24. Human + Together + Music Sounds Better With You + One More Time

 

N.B.: Questa scaletta è da considerarsi puramente indicativa per le ragioni esposte nella recensione.

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