12/01/2009

Animal Collective

Koko, Londra


di Oliviero Olmi
Animal Collective
Era il maggio dello scorso anno, quando gli Animal Collective giunsero al Koko sul finire dell’infinito tour di "Strawberry Jam", magnifica summa della loro visione di suono targata 2007. In questo lasso di tempo, al combo di Baltimora, Maryland, sono successe fondamentalmente due cose: il ritiro, dapprima temporaneo, del chitarrista Deakin e la recentissima pubblicazione di "Merriweather Post Pavilion", ottavo lavoro in studio della band, che sancisce nuovamente il forfait (a questo punto definitivo?) di Deakin e segna un ulteriore passo in avanti nella sintesi del loro discorso musicale. Va bene, anche "Sung Tongs" (2004) fu realizzato senza il contributo del suddetto chitarrista, ma non dimentichiamoci che pure Avey e Panda suonano la chitarra, come successe in quel disco; cosa che invece accade di rado nell’ultimo lavoro, semplicemente perché non ve n’è bisogno. "Merriweather Post Pavilion" è già grandioso così. Per la cronaca, è il secondo album su Domino Records. Logico, dunque: Londra come città inaugurale del tour, ancora l’ex teatro tardo vittoriano come luogo prescelto.

La serata si apre con Charles Hayward, batterista negli anni 70 dei This Heat e attualmente coinvolto in vari progetti sperimentali, tra cui questa sorta di “one-drummer-band”, dove è lui a fare tutto: mette le basi elettroniche su cui costruisce tempi di indolente drum’n’bass con la sua batteria, mentre con voce ipnotica recita liriche ossessive e sinistre, come “ Machine, God, Drum, Machine”. Bello e decadente, come buona parte del popolo indie che, ormai, ha affollato il locale. Del resto lo dicevano, serata sold-out.

Dopo quasi un’ora di show, e 20 secondi di applausi sinceri, il buon Hayward si congeda dal pubblico, proprio mentre sul palco arrivano tre ragazzotti in sneaker e sguardo basso a disporre sampler e percussioni varie: è con un boato che la gente riconosce e saluta il Collettivo Animale.

Le preparazioni di rito avvengono nella penombra, e poi: buio. Finalmente! Sul palco ci sono sei piccoli pannelli, che si accendono per lanciare squarci di luce fluorescente tutt’intorno. Tremende linee di basso escono da sottoterra per colpire al petto, mentre gli Animal Collective prendono posto: Geologist ha acceso il mitico fanalino sulla testa che gli ha procurato il nome, Avey Tare si è tolto il copricapo e saluta educatamente, e Noah Lennox, aka Panda Bear, già sfoggia l’unica espressione di cui, sul palco, sembra essere capace. Pronti.

Al pari dell’album, è "In The Flowers" la traccia che apre. Rimane il misticismo della versione registrata, ma manca quell’esplosione gioiosa e gloriosa; poco male, il tappeto elettronico che chiude il pezzo si collega direttamente al secondo, "Taste", che fa lo stesso con il terzo, "Daily Routine". Le aperture vocali diradate all’infinito dai due non possono non farti pensare che, in fondo, poteva essere anche questo il leggendario "Smile" che Brian Wilson aveva in mente quarant’anni fa (“a teenage symphony to God”); e mentre mediti su semi-eresie del genere, vedi una simpatica inglesotta sulla ventina cadere rovinosamente sul parquet, e ti chiedi: stesa dall’emozione? Echi acidi di Beatles e un principio d’ipnosi quando eseguono "Also Frightened".
La jam successiva sembra essere frutto di reale improvvisazione, ed è solo quando scatta l’inconfondibile refrain che diventa "Winter’s Love". Non solo: siamo nel primo momento di transizione di quest’esperienza collettiva. E’ "Merriweather" che arriva al ponte di "Sung Tongs" che porta da un’altra parte. Avey Tare lascia le percussioni e imbraccia la chitarra elettrica. Mi causa un’ansia strana, come se avessi paura di quel che sta per succedere.

E invece. E invece mi sento fortunato a essere lì quando attaccano "Slippi", da "Here Comes The Indian", un pezzo che risentiva dell’esperienza avuta con i Black Dice e che raramente propongono dal vivo; una specie di danza tribal-punk incendiaria e devastante che il pubblico apprezza tantissimo.

Qualsiasi traccia di "Merriweather Post Pavilion" potrebbe essere la migliore del disco, a seconda da dove si guardi. "Guys Eyes", per esempio: l’aritmicità tribale e l’incedere maestoso dei vocals si liberano nello spazio e si rincorrono con l’elemento visuale rappresentato dalle luci, in uno spettacolo tale da riportare alla ragione la suddetta inglesotta. Ora i ragazzi non possono più nascondersi, devono calare uno dei tre assi del nuovo disco che vanno proponendo dal vivo già da un po’. La scelta cade su "Summertime Clothes", che è forse la bomba più dance nella discografia del Collettivo, e che Geologist fa deragliare volentieri su binari techno con dei bassi che non si limitano al bum, ma fanno effettivamente: BOOOM! Record temporaneo per persone che ballano.
Non c’è un solo attimo di tregua, e la seguente, convincente "Lion In A Coma" conferma tre cose: che ai ragazzi gusta eccome la musica africana, che sono qui per presentare il loro nuovo album, e che hanno concentrato i pezzi più vocali all’inizio, forse per mantenere una precisione che ora lascia spazio a quel caos ragionato che sa essere la loro musica. Infatti. Il secondo asso di "Merriweather" si chiama "Brothersport", che sotto la veste giocosa e disimpegnata nasconde un augurio al fratello di Noah, affinché riesca a comporre il lutto per la perdita paterna. La resa è fantastica, perfetta nonostante la mancanza degli ululati catartici di Avey a metà del pezzo; sembra volersi concentrare sulle percussioni, anche se, probabilmente, vuole un attimo risparmiarsi. Ma è l’incontestabile apice, che segna il nuovo record di ballanti e vede gli Animal Collective lasciare il palco. Fine del secondo atto.

Chiedo un parere parziale a un ragazzo che scoprirò essere delle Midlands e avere scuola l’indomani; dice che il suono del locale è poco denso?! Ma se si riescono a sentire i particolari! Sarà. Cerco allora di immaginarmi cos’è restato da fare. Diverse cose. Il terzo asso, qualcosa di "Strawberry Jam" (per forza), e poi meglio "Sung Tongs" o "Feels"?

Al rientro, Avey ha una nuova chitarra; è lui l’anima jammista della band, e i vecchi pezzi, più che riletti, vengono decostruiti dai suoi arpeggi di chitarra e dal downtempo di Geologist. E’ così che la splendida "Banshee Beat" si appiattisce e lascia il sapore di una caramella andata a male. Un po’ meglio va a "Chores", che però deve registrare la defezione vocale di Noah, che da gregario generoso quale è, sembra sul punto di scoppiare sulla salita finale; meno male che Avey mostra finalmente di che pasta è fatto, arrivando perfino a occupare più del solito metro quadro sul palco.
Applausi, perché il sig. Panda non può mollarci proprio adesso.

Loop di tastiere piovono da un cielo lontano per trasformarsi nell’ultima, dannata bomba del nuovo disco. Forza Noah, è il pezzo che hai scritto per le tue donne giù a Lisbona, tocca a te. E il ragazzo sembra davvero sentirsi pervaso dell’essenza di sua moglie e sua figlia, perché l’interpretazione che dà di "My Girls" è come quella dell’album: trionfale eppure raccolta, aliena eppure familiare, cioè: da applausi. Gli stessi che ricevono anche Brian Weitz e (D)Avey Portner quando salutano il pubblico da vincitori, salvo poi tornare sul palco e smontarsi gli strumenti come i veri (indie)rocker.

Non resisto al Panda che chiacchiera con la gente e firma autografi: vorrei chiedergli di Deakin, dei cavoli suoi e magari dirgli qualcosa di un minimo intelligente. “Vergogna! Non venite mai in Italia!”, è questo il meglio che riesco a fare.. “ Eeehhmm, in Italia abbiamo suonato tre o quattro volte, però penso che a marzo verremo!”.
Non potevo saperlo, era notizia di pochi giorni prima. Bella figura, comunque. Ma voi non badateci: semplicemente, siateci per essere parte del collettivo. E godetevi la band più cool del pianeta. Anche se stasera non hanno fatto "Fireworks".

Setlist
  1. In The Flowers
  2. Taste
  3. Daily Routine
  4. Also Frightened
  5. Winter’s Love
  6. Slippi
  7. Guys Eyes
  8. Summertime Clothes
  9. Lion In A Coma
  10. Brothersport
  11. Banshee Beat
  12. Chores
  13. My Girls
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