18/06/2009

Depeche Mode

Stadio Meazza, Milano


di Rocco Castagnoli
Depeche Mode
Allora, innanzitutto immaginate un concerto allo stadio di San Siro. Poi, immaginate un concerto dei Depeche Mode. Poi unite le due cose. Se il richiamo alle folle da stadio o al synth-pop da classifica non vi fa scappare a gambe levate, questo live report è tutto per voi.
La sensazionalità dei due avvenimenti sopracitati messi assieme trova infatti corrispondenza nell’evento del 18 giugno, ovvero il ritorno in Italia di Dave Gahan, Martin Gore e Andy Fletcher proprio allo stadio Meazza di Milano, seconda data nostrana (dopo quella romana dell'Olimpico) del loro “Tour of the Universe 2009”.
Non che la notizia in sé fosse in tutto e per tutto sensazionale: i Depeche Mode sono da quasi una ventina d'anni band di fama e portata mondiale, di quelle che smuovono orde assetate di fan (e non) dappertutto e che, appunto, riempiono stadi e palazzetti alla stregua, che so, degli U2 o di Madonna (che infatti, non a caso, hanno seguito la liturgia estiva del concerto a San Siro inaugurata proprio dai Depeche Mode).
Insomma, i detrattori si mettano l'anima in pace: questo è uno di quei casi in cui, vuoi per l'imponente apparato organizzativo, vuoi per la massiccia risposta di pubblico, vuoi per l'importanza mediatica dell'esibizione, vuoi per la cura rivolta sotto ogni aspetto allo show che si vuole offrire (e che giustifichi in qualche modo anche il prezzo del biglietto, diciamolo), il termine “concerto” appare persino riduttivo.

Eppure, mai come in questo caso forti dubbi agitavano la vigilia dei possessori del biglietto. A partire da quelli più velleitari legati a una forse non eccelsa produzione dell'ultimo lavoro, “Sounds Of The Universe”, per giungere a quelli, di salute e quindi più seri, del Gahan, ricoverato per un tumore qualche settimana prima e costretto a far annullare alcune date nell'Est europeo (ma d'altronde sembra quasi niente per uno che comunque negli anni 90 è morto clinicamente per 3 secondi...), fino ad arrivare alle polemiche sulla questione “decibel” e “durata concerto” sollevate dagli abitanti della zona, o ai rumors recentissimi della data di Roma, il 16, che parlavano di una esibizione fiacca, spenta, fredda, praticamente deludente, e di una setlist che faceva fuori pezzi storici come “Just Can't Get Enough”, “Everything Counts”, “People Are People”.
C'era di che preoccuparsi, effettivamente.

I cancelli dello stadio aprono alle 4 sotto un caldo infernale e si capisce già che la giornata sarà molto lunga. Poi, circa un'ora dopo, ti vedi salire sul palco una intimorita (e vorrei ben vedere) Dolcenera, e pensi allo scherzo (in realtà, per quanto fuori luogo, la sua mini-esibizione piano e voce la porta dignitosamente a casa).
Le altre due band di supporto (i tedeschi Motor, ma soprattutto i francesi M83, entrambi godibili ma comunque un po' penalizzati dai volumi bassi e dalla massiccia presenza di basi registrate e campionate) arriveranno molto più tardi, dopo un'attesa quasi estenuante in zona prato. Poi, lentamente, fatidicamente, finalmente (sono le 9 di sera inoltrate), arriva l'ora X.

Lo stadio non si è ancora completamente riempito quando sull’enorme maxischermo alle spalle del palco compaiono le gigantesche immagini di due volti, un bambino nero e un anziano bianco: preludio ad effetto di una serie di magnifiche videoinstallazioni ad canzonem curate dal fotografo/regista Antony Corbijn, che introducono non solo le note di “In Chains” ma anche l'entrata in scena della band al completo (oltre a Gahan, Gore e Fletcher, si aggiungono Eigner alla batteria e Gordeno ad altri sintetizzatori).
Nonostante l'incedere sincopato del pezzo faccia temere una partenza col freno a mano, basta arrivare al seguente, il singolo/tormentone “Wrong”, per capire una volta per tutte quanto poco basti per smentire qualsiasi reticenza sulla serata: Gahan, incalzato sia dai lampi di luce rossa “sparati” alle sue spalle sia dalla potenza di una canzone indubbiamente trascinante, si mostra subito in grandissima forma, “aggredendo” il palco con una energia e una carica che molti, pensandolo reduce dalla cura chemio, non si sarebbero aspettati. La risposta del pubblico è immediata, così come il coinvolgimento e l'incitamento che lo stesso Gahan non risparmierà neanche per un minuto delle successive due ore.

“Hole To Feed” chiude il terzetto d'apertura tratto da “Sounds Of The Universe”, poi è il momento dei classici che tutto il pubblico, anche quello più ignorante, vuole e reclama ad alta voce: da “Walking In My Shoes”, con la suggestiva (e inquietante) immagine di un corvo nel deserto a campeggiare dietro la band, a “It's No Good”, fino alla più recente “Precious”; intervallate però da due vere e proprie gemme recuperate dal classico repertorio elettronico degli anni 80, la danzereccia “Question Of Time” e la sinuosa “Fly On The Windscreen”.
I cori del pubblico in delirio si susseguono canzone dopo canzone, vera e propria “terza voce” dopo quella di Gahan, che lascia volentieri cantare la platea, e di Gore, che sia alle tastiere sia alla chitarra si occupa come al solito di una efficacissima opera di perfezionamento.
Lo stesso Gore poi prende la scena e, rimasto solo voce e chitarra, col dittico “Little Soul” e “Home” (una delle ballate più belle da lui scritte) punta anche a commuovere tutti i fan più sensibili grazie alla delicatezza della sua voce, sempre una garanzia, e all'atmosfera intima dei suoi testi.

La band torna sul palco con “Come Back” e “Peace”, esempi di come il lavoro di riarrangiamento degli ultimi pezzi per le esibizioni live sia stato egregio: specialmente quest'ultima, “accelerata” grazie alla cassa della batteria, permette di far letteramente vibrare le pareti dello stadio dopo che Gahan, arrivato a due passi dalle prime file grazie alla passerella del palco, si prodiga in una serie di “botta e risposta” col pubblico intonando il ritornello finale.
Insomma, c'è di che restare estasiati: “In Your Room”, “I Feel You”, “Policy Of Truth” (carina la cascata di palloncini colorati sullo schermo) fanno ballare anche i sassi e ci regalano tra l'altro, il più immancabile dei rock clichè che ogni fan depechemodiano si aspetta, vale a dire la piroetta di Gahan, rigorosamente sudato e a petto nudo, con l'asta del microfono: il gesto dei gesti. Due parole poi da spendere anche per Fletcher, che non si sposterà mai dalla sua postazione laterale ai synth, ma che riuscirà sempre a creare la giusta atmosfera e il giusto tappeto sonoro, altro che basi registrate!

Il finale del concerto si affida come è ovvio ai monumentali evergreen: “Enjoy The Silence” più che un classico è ormai un inno e chi non lo sa a memoria deve uscire dallo stadio, “Never Let Me Down Again” è invece da una più di una decina d'anni il pezzo del “campo di grano”, ovvero quell'effetto incredibile che si ha quando tutto il pubblico agita le mani all'unisono seguendo i movimenti di Gahan stesso. Roba da brividi.
Ma la parte più riuscita, paradossalmente, sono gli encore che seguono: laddove più che mai la potenza trascinante del rock sound “da stadio” si sposa perfettamente con l'eleganza e la precisione del suono delle tastiere, marchio di fabbrica dei Depeche, e ci offre versioni sbalorditive di pezzi già comunque bellissimi come “Stripped”, “Master And Servant”, “Strangelove” (sempre accompagnati da performance visive e proiezioni assolutamente notevoli).
Altro bis, altro giro di giostra: “Personal Jesus” e il suo immortale giro di chitarra non potevano mancare pena una sommossa generale, mentre l'ultimo pezzo, una versione di “Waiting For The Night” fatta solo a voce da Gore e Gahan in coppia davanti alla passerella, dispensa brividi a profusione anche a chi non abbia avuto la fortuna di essere lì davanti, e suggella in modo definitivo una serata, un concerto, un evento messo su da una band che, per quanto musicalmente sia data per finita da anni, puntualmente ogni volta riesce a regalare spettacoli live da ricordare per molto, molto tempo.
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