13/03/2009

Bernard Fleischmann

Cittą del Teatro, Cascina (Pisa)


di Alessandro Biancalana
Bernard Fleischmann
L’usuale appuntamento con Fosfeni, festival dedicato alle musiche del nuovo millennio, ha sorpreso la cerchia degli appassionati con nomi di un certo interesse. A partire dal manipolatore di vinili Philip Jeck, passando per il guru della musica industriale Blixa Bargeld, proponendo una decisa valorizzazione della scena italiana con ben due progetti: Retina.it e il collettivo Sdeng.
La serata che andremo a commentare riguarda uno dei capostipiti dell’era indietronica che fu: Bernard Fleischmann. La sua collaborazione stretta con Thomas Morr ha prodotto una delle colonne portanti di una tendenza che ha condizionato e influenzato generazioni di cantastorie da circa 8 anni a questa parte.
Nonostante l’attenzione sulle sue produzioni sia leggermente calata rispetto ai tempi del capolavoro “Welcome Tourist”, l’austriaco negli ultimi anni è tornato regolarmente a pubblicare dischi. Sia il recente “Angst Not A Weltanschauung” che “The Humbucking Coil” sono pregevoli varianti di un certo modo di fare elettronica, a metà fra ambient, techno ed essenza pop. L’inedita presenza della voce nell’ultima prova, capace di condire con grande personalità le sue composizioni, e uno spirito di rinnovamento continuo permettono all’artista di evitare cedimenti in una carriera quantomai preziosa e fondamentale.

La cornice della Città del Teatro a Cascina è sempre suggestiva: un edificio di recente costruzione, utilizzato per attività artistiche di vario tipo, nonché sezione distaccata dell’Università di Pisa e luogo di svago per i giovani della zona. La notizia più succosa già nota settimane prima dell’evento è la presenza di due figure di supporto, anch’esse apprezzabili su disco: William Van Ghost e Marilies Jagsch.
Il concerto inizia puntualmente e mette in campo già dalle prime tracce una qualità decisiva in un’esibizione di musica elettronica: la varietà. Si alternano episodi esclusivamente strumentali a connubi fra elettronica e cantato, entrambi i cantanti, poi, restano sul palco per una canzone esclusivamente acustica. Il comparto dei video proiettati è in sintonia con i suoni, capace di passare fra bizzarri montaggi di film d’epoca e astrattismi tanto contorti quanto affascinanti.

I pezzi proposti vengono estrapolati quasi interamente dalle prove discografiche elencate poco sopra, pescando casualmente fra un repertorio storico ben nutrito. Nei momenti in cui il Nostro rimane solitario davanti al suo pc, riusciamo a fatica a riconoscere le melodie del disco, alla luce dei rimaneggiamenti applicati sul momento con un mixer a lato della sua postazione: versioni impazzite e colme di distorsioni soniche, battiti incisivi e strappi ritmici di grande pregio atmosferico. L’esperienza e la consapevolezza con cui Fleischmann tratta la materia lo fa assurgere a gentiluomo dell’elettronica, capace di mirabolanti evoluzioni o classici incastri di sicuro apprezzamento. Singulti inarrivabili scorrono veloci con “Last Time We Met At A T&TT Concert”, il completo disfacimento dell’originale “Phones, Machines And King Kong” conduce dalle parti di un vocalismo contaminato, figlio di particolari operazioni in bilico fra sperimentazione e disimpegno da club. Dolcezza mai zuccherata trasuda con forza emozionante dalla versione prolungata di “Broken Monitors”, la sala si immobilizza durante il lento sciogliersi della catarsi apocalittica creata da “The Market”.

Nei momenti in cui i due cantanti salgono sul palco, la musica si fa leggermente da parte per mettere in risalto le qualità dei solisti davanti al microfono. William Van Ghost prende possesso della scena facendo sfoggio di tonalità profonde in “Hello”, Marilies Jagsch lo asseconda confondendosi fra le trame della magnifica “24.12”, concentrando di fatto il momento più intenso del concerto. Lo stesso Ghost poco dopo rimane solitario con la sua chitarra (farà lo stesso la Jagsch pochi istanti dopo), con una canzone a metà fra folk ombroso e cantautorato intimista.

La timidezza e il sorriso spesso sfoggiato per imbarazzo da Fleischmann ispirano simpatia, dimostrando umiltà e rispetto dello spettatore fin dal primo attimo dello spettacolo. La precisione di un’esibizione impeccabile, unita all’ispirazione mai doma, rimandano di molto il tramonto di un artista che continua da anni a proporre variazioni a un suono che non sfiorirà mai.
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