10/11/2010

Sting

Auditorium, Roma


di Isabella Grimaldi
Sting

"Quand'ero piccolo, mio padre mi ha dato un solo consiglio:
vai in marina, voglio che tu abbia una vita interessante. Penso di non averlo deluso."

 

Di certo, Sting non ha deluso gli oltre duemila spettatori che mercoledì 10 novembre hanno gremito la Sala Santa Cecilia dell'Auditorium Parco della Musica di Roma. Per circa due ore, il cantautore britannico ha affondato il suo potente aculeo nella pelle degli ascoltatori, instillando successi e primizie con l'ausilio dei quarantacinque elementi della Royal Philharmonic Concert Orchestra di Londra. "Symphonicity"  il nome dell'insolito tour che, parafrasando il titolo di un celebre album dei Police, ha donato nuovo lustro a brani storici come "Next To You" e fatto riscoprire tesori sepolti come "End Of The Game". Sotto la vivace bacchetta del maestro Steven Mercurio, l'armatura sinfonica ha sprigionato le potenzialità inespresse del rock d'autore, tingendo i brani di un magnetismo ibrido e sensuale. Dai fasti dorati di "Fields Of Gold", al notturno scarlatto di Roxanne, si è diffusa una spirale iridescente culminata nella magia cobalto di "When We Dance" e nelle coloriture jazzistiche di "Englishman In New York".

Una selezione eccellente che vantava cammei raffinati come "You Will Be My Ain True Love" (candidato all'Oscar come miglior colonna sonora per il film "Cold Mountain") e titoli per nulla scontati come "I Hung My Head", "We Work The Black Seam" e l'oceanica "Wy Should I Cry For You". Attorno al fulgore del solista, l'orchestra e il nucleo primario della band si sono mossi come pianeti di un'unica galassia: gli archi tesi, nella migliore tradizione country ("This Cowboy Song"), gli ottoni impennati sulle note di "Every Little Thing She Does Is Magic". E non stupiva minimamente che l'eleganza misurata di Jo Lawry (voce di indubbio fascino) e la grazia insostituibile di Dominic Miller (impegnato a tornire capolavori come "The Shape Of My Heart"), venissero plasmate e sovvertite dalla magistrale ironia degli orchestrali. Così, mentre "Moon Over Bourbon Street" rischiarava le orme invisibili di una creatura leggendaria,  l'esotica "Desert Rose" sbocciava tra le fiamme di un sogno ancestrale e un'impetuosa "Russians" scioglieva il gelo marziale della Guerra Fredda. Regale e sontuosa "I Mad About You", che annunciava l'intima confessione in "Fragile", per poi affidare a un solitario "Message In A Bottle" il sofferto commiato dalla festante platea.

Nell'entusiasmo generale il maestro di cerimonia non ha risparmiato aneddoti e virtuosismi, sfoggiando un falsetto da manuale e un italiano quasi impeccabile. Segno evidente che la lunga permanenza di Gordon Sumner nel nostro Paese ha giovato, non solo all'eloquio, ma anche al talento e alla generosità dell'artista.

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