14/07/2023

Sting

Cavea dell'Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone


Stasera si va sul classico, sull’usato sicuro. Eppure, mentre salgo i gradini della Cavea in un’altra torrida serata di luglio della “Infernal city” (cit. Times), realizzo che sono passati ben trentacinque anni dall’ultimo concerto di Sting a cui ho assistito. Ed era anche il primo, in un 27 aprile del 1988 in cui gli echi delle vibrazioni reggae-rock dei Police – scioltisi quattro anni prima – risuonavano ancora nell’aria, mentre il loro ex-leader, con già due album a suo nome all’attivo, era praticamente al culmine di una carriera solista che da lì in poi sarebbe proseguita in progressivo calando, salvo qualche colpo di classe piazzato qua e là. Insomma, quella serata allo Stadio Flaminio del 1988 poteva solo riservare le pietanze più prelibate: l’intera saga dei Police più gli estratti da quelli che restano – e di gran lunga – i due album migliori dello Sting solista: l’ottimo debutto “The Dream Of The Blue Turtles” (1985) e il più prolisso, ma sempre interessante “…Nothing Like The Sun” (1987). E stasera invece? Il timore di una infilata di pezzi tratti dal bolso repertorio recente del Pungiglione era concreto, così come il rischio di altre comparsate discutibili come quella di Shaggy, partner improbabile di un tour di 5 anni fa. E invece, per fortuna, niente (o quasi) di tutto ciò accadrà.

 

Quando alle 21 in punto Sting, di ritorno nella Capitale dopo 5 anni, si presenta sul palco con la sua band e attacca i primi quattro pezzi, le lancette dell’orologio sembrano essersi davvero fermate al 27 aprile 1988. Anzitutto c’è lui, Gordon Matthew Thomas Sumner, 72 anni suonati, ma fisico ancora in tiro, platinato e attillato, in t-shirt aderente, jeans chiari e scarpe da tennis, avvinghiato al suo inseparabile basso Fender Precision. Evidentemente il mix ossessivo di yoga, ginnastica e dieta salutare deve aver dato i suoi frutti. Resta una delle rockstar più cool di sempre – gli va riconosciuto – anche se non immune ad antipatie diffuse, forse per il suo contegno piacione, forse per le sue campagne politiche e sociali avvertite talvolta come poco sincere (ma non si è mai capito perché i divi musicali che si impegnano siano più soggetti a critiche di quelli che non hanno mai mosso un dito). In ogni caso, i quasi cinquemila che affollano la Cavea per l’ennesimo sold-out del Roma Summer Fest se ne infischiano allegramente di tutto ciò (e ti credo, dopo aver pagato quei prezzi per il biglietto!) tributando un’ovazione al musicista inglese.
È un attacco energico, che mescola Police d’antan ed esordi da solista, con una trascinante “Message In A Bottle” ("Reggatta De Blanc", 1979), seguita da una jazzata “Englishman In New York”, quindi la filastrocca pop-rock di “Every Little Thing She Does Is Magic” e la hit del grande album delle Tartarughe Blu, “If You Love Somebody Set Them Free”, inno all’indipendenza sentimentale che fa il paio, alla rovescia, con un altro suo classico come “Every Breath You Take” (che non mancherà all’appello). Con Sting sul palco Dominic e Rufus Miller alle chitarre, Shane Sager all’armonica, Kevon Webster alle tastiere, Josh Freese alla batteria e le vocalist Gene Noble e Melissa Musique. Un mix di esuberanza e mestiere, tenuta assieme dal carisma del frontman, che si mostra anche in buone condizioni dal punto di vista vocale, seppur con quei limiti di estensione che in realtà ha sempre manifestato.

 

Sting - Roma

 

Dopo la formidabile quaterna iniziale, comincia però la discesa in quella terra di mezzo solista che, in fondo, è stata la vera causa che mi ha tenuto lontano dai suoi concerti. Canzoni sempre ben congegnate e arrangiate, che però hanno progressivamente smarrito l’ispirazione melodica e la carica ritmica dei primi lavori, rifugiandosi spesso in un soft-pop melenso e convenzionale. E non si può certo sostenere che i brani dell'ultimo lavoro, “The Bridge” (2021), abbiano invertito la rotta: dalla chitarra stoppata e accerchiata da strati di voce di “Rushing Water” ai dubbi sull'amore di “If It's Love”, che suona come una versione rallentata di “All This Time”, che a sua volta appariva un po' su con gli anni già nel 1991, o il nuovo rifacimento di “It's Probably Me”, ossia “Loving You”, arrancante e risolta da un bridge che svolge anche i compiti del refrain, per riprendere le parole del nostro recensore, Davide Sechi.
Risalendo indietro nel tempo, riaffiorano vecchi classici solisti, come la vellutata eleganza della ballad “Fields Of Gold” - portata a casa con una buona prova vocale del nostro – o la pimpante title track del modesto “Brand New Day” (1999) con tanto di siparietto con l'armonicista (“Questa nell'originale la suonava Stevie Wonder... tu da quant'è che suoni l'armonica? Diciotto anni? Mh, vedremo che saprai fare...”) e la tripletta da “Ten Summoner's Tales” (1993), con la morfinica “Shape Of My Heart”, la più incisiva “If I Ever Lose My Faith In You”, con la sua melodia suadente ben interpretata da Sting su da una solida figura di basso, e una “Heavy Cloud No Rain” che offre il pretesto per un duetto vocale (invero un po' sopra le righe) con Melissa Musique, che si prende il centro della scena e deborda in esuberanza soul.
Si fa preferire, tutto sommato, il tandem di estratti da “The Soul Cages”, con la squillante “All This Time”, che dietro l'euforia del refrain cela una riflessione malinconica sul fiume della vita che scorre inesorabile, e la melodia spezzata di una “Mad About You” che richiama le vertigini jazz dei primi lavori solisti (e che fu maldestramente tradotta da Zucchero nell'improbabile duetto di “Io muoio per te”).

 

Sting - Roma

 

Dribblata qualche stucchevolezza di questa fase centrale – incluso il duetto sul palco con la cantautrice romana Giordana Angi, ospite della serata per la dichiarazione d'affetto di “For Her Love/Amore” - la tappa romana del tour “My Songs” offre un finale decisamente coinvolgente, rispolverando ancora alcuni pezzi forti di marca Police. A partire da una reggaeggiante “Walking On The Moon” con quel “keep it up” cantato all’unisono dagli spettatori, che balzano in piedi quando parte la gloriosa sfuriata di “So Lonely” (dall'esordio “Outlandos d'Amour”, 1978), inframezzata anche in questo caso da vibrazioni giamaicane con il breve omaggio a Bob Marley e alla sua “No Woman No Cry” nell'inciso. Le spezie mediorientali di “Desert Rose” condiscono un'altra buona prova vocale dell'uomo di Newcastle, che conclude il set con una doppietta mozzafiato da “Synchronicity” (capolavoro dei Police, per chi scrive) affrontando prima le asperità di “King Of Pain” assieme al figlio Joe Sumner (protagonista dell'apertura dello spettacolo) e quindi chiudendo, quasi col pilota automatico, con una impeccabile “Every Breath You Take”.
Al ritorno sul palco per i bis, non può mancare la celebrazione della sempiterna “Roxanne”, in una versione iper-dilatata, scandita da nuovi battiti in levare e dai cori del pubblico istigati dall'Englishman sul palco, mentre è una sorpresa, rispetto alla scaletta prevista, il finale con esecuzione chitarra-voce della struggente “Fragile”, gioiellino acustico di “...Nothing Like The Sun” che ci ricorda, una volta di più, la nostra condizione di precarietà di fronte alla soverchiante violenza di armi, guerre e prevaricazioni. Si chiude così, dopo quasi due ore, un altro concerto inter-generazionale, con tanto mestiere ma anche un pizzico di cuore. Un juke-box del tempo che scorre, in cui anche i fan dei Police hanno avuto la loro parte. E resta l'eterno dilemma su cosa sarebbe accaduto se Sting, Andy Summers e Stewart Copeland non avessero separato le loro strade dopo solo sei anni. Un dilemma che assomiglia molto a un gigantesco rimpianto.

 

Foto © Fondazione Musica per Roma / Musacchio, Ianniello, Pasqualini, Fucilla

 

Setlist

Message In A Bottle (The Police)
Englishman In New York
Every Little Thing She Does Is Magic (The Police)
If You Love Somebody Set Them Free
If It’s Love
Loving You
Rushing Water
If I Ever Lose My Faith in You
Fields Of Gold
Brand New Day
Heavy Cloud No Rain
Shape Of My Heart
Why Should I Cry For You?
All This Time
Mad About You
Amore/Love For Her (con Giordana Angi)
Walking On The Moon (The Police)
So Lonely (The Police, con omaggio a Bob Marley)
Desert Rose
King Of Pain (The Police)
Every Breath You Take (The Police)
 
Encore
 
Roxanne (The Police)
Fragile

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