22/07/2011

Lou Reed

Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera (Bs)


di Fabio Guastalla
Lou Reed

Immaginate una delle più longeve e significative icone del rock in piedi su un palco circondato da un piccolo anfiteatro, e alle spalle, più in basso, le luci del Lago di Garda. Immaginate Lou Reed al Vittoriale di Gardone Riviera, di fronte a poco meno di duemila persone (comunque record storico per la splendida location bresciana), una sera di mezza estate.

Venerdì 22 luglio la realtà supera la fantasia. Il sole è da poco tramontato quando il grande artista newyorkese appare sul palco situato all'ombra del cavallo blu del suo amico Mimmo Paladino, accompagnato dai sette elementi che per tutta la sera si rincorreranno in un serpentone musicale di assoli e autentici pezzi di bravura: Toni Diodore e Joseph Aram Bajakian alle chitarre, Robert Wasserman al basso, Kevin Hearn alle tastiere, Louis Calhoun agli effetti, Tony Thunder Smith alla batteria e Ulrich Krieger al sax. Tutti vestiti di nero, si accodano a Lou Reed, il più piccolo della combriccola, a una prima impressione il più fragile sotto il peso degli anni che lo costringono a piccoli, misurati passi e a farsi aiutare di volta in volta nell'indossare l'inseparabile chitarra.

 

Si parte con un must, "Who Loves The Sun" dei Velvet Underground, qui in versione più veloce rispetto all'originale e sovrastata dalla potente e inconfondibile voce di Reed, che chiede e ottiene di tenere accese le luci ai lati della platea "per vedere le facce del pubblico", spiega. Ci sono tutte le anime di una carriera infinita nelle due ore complessive di concerto: c'è il rock di "Senselessly Cruel" e "Sweet Jane", che chiude in grande spolvero la prima parte del concerto. C'è il funk di "Charlie's Girl". Ci sono veri e propri crescendo di stampo orchestrale e lunghe parti strumentali: la strepitosa "Street Hassle" ne è l'esempio più felice.

C'è, soprattutto, il Lou Reed delle origini, quello propriamente velvetiano: "Femme Fatale", "Venus In Furs" e soprattutto una versione da pelle d'oca di "Sunday Morning" in solitaria, con la band raccolta attorno a lui come in una preghiera pagana. E ancora, ormai in chiusura, una "Pale Blue Eyes" che riesce a commuovere il suo stesso autore, la cui voce viene rotta nei momenti di maggiore pathos.

 

Sono rappresentate, insomma, le innumerevoli sfaccettature di un mito in carne e ossa, un'icona dallo sguardo ieratico, impassibile persino mentre, a più riprese, invoca gli applausi di un pubblico che non si risparmia mai. Mancano, a essere sinceri, alcuni grandi classici: "Perfect Day", "Satellite Of Love", "Walk On The Wild Side", per citarne alcuni. Poco importa: due ore in compagnia di una leggenda vivente, incurante degli anni che passano una volta varcati i confini del palco, possono regalare emozioni difficilmente traducibili. Se il contesto è quello del Vittoriale, poi, il compito è ancora più arduo. 

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