08/03/2013

Carlot-ta

Auditorium Parco della Musica, Roma


di Giorgio Moltisanti
Carlot-ta
Parafrasando i celebri versi  di un cantante che tanto piace ai giovani: "Non è che non sia brava/ Diciamo che potrebbe fare di più/ Non è che non sia originale/ Diciamo che mi ricorda Tori Amos/ Non è che non andrebbe supportata/ Diciamo che preferisco i soliti noti/ Diciamo Diciamo Diciamo/ Un sacco di cazzate".

Ecco, se escludiamo un simpatico qui pro quo al momento di ricevere i nostri accrediti, la data conclusiva del tour di Carlot-ta è stata perfetta. Molto di più di quanto ci si aspettasse. Quando entriamo nella sala buia, lei è già seduta al piano, devota con medesima passione alla voce e allo strumento. Carismatica sulle note di "Pamphlet". È accompagnata da una formazione degna delle grandi occasioni e che difficilmente passerebbe inosservata. Jacopo Ciani al violino e alla sega ad arco, Caterina Gabriele al violoncello, Christopher Ghidoni ammalia-api dietro synth, laptop, chitarre e cori. Concludono il quadretto i Tetraktis (ossia Gianni Maestrucci e Leonardo Ramadori) alle percussioni di ogni sorta - dalla marimba ai glockenspiel, al cajon, ai giocattoli, ad oggetti vari.

La sala non è particolarmente piena, è inutile girarci attorno, ma tutti partecipano con garbo e contaggioso entusiasmo (chi batte il ritmo con il piede, chi canticchia l'inattesa bella cover di Bobby Solo "Troppe Volte", chi urla per il temerario omaggio a Diamanda Galas "Let My People Go", chi si entusiasma fino alla commozione sulle note di "Féroce Et Ridicule"). Tutti danno l'idea di conoscere esattamente le potenzialità di chi hanno davanti. I pochi curiosi rimangono stregati. Solo durante gli applausi, liberatori tra un pezzo e un altro, il pubblico eterogeneo che riempie la Sala Studio sembra guardarsi interrogativa; come a chiedersi il perché di quelle poltroncine vuote.

L'unica tra le risposte plausibili sembra arrivare dalla stessa cantautrice piemontese, sul finire della sua esibizione. All'ennesima volta che ci troviamo a godere delle melodie devianti di Carlotta Sillano (classe 1990, è sempre bene ricordarselo) e delle sue linee vocali poco inquadrabili, proprio lì, tra una sognante "14th August, A Summerstorm" e un'inedita "The Song Of Mountain-Stream", spunta "Dodecaneso (Prima Che Sia L'Alba"): la canzone con la quale sarebbe dovuta andare a Sanremo Giovani. Ecco, in quel preciso momento forse tutti abbiamo capito il perché di quelle "immotivabili" assenze.

Le sue canzoni (soprattutto di "Make Me A Picture Of The Sun", ma anche i numerosi inediti di cui ci ha fatto dono) posseggono alcune gemme di vigorosa bellezza che nulla hanno da invidiare a un panorama estero fatto di Joan Wasser e Florence Welch (ma pure Sarha Worden e Joanna Newsom, per dire). Carlot-ta non ha nulla di che spartire con Dolcenera, ma dal vivo è bravissima. L'idea non è quella del genio schizofrenico tout court, ma elude anche la sensazione che si tratti di un fenomeno pop con il freno a mano tirato, gravato da un'overdose di talento percepito più dal pubblico che dalla critica e dagli addetti ai lavori. Difficilmente, infatti, la sua proposta musicale scade nel sound buono-per-tutti e forse proprio per questo è molto più facile farsela stare antipatica, magari fare direttamente finta che non esista (e poi dire che in Italia non si muove nulla) piuttosto che prendere atto che non solo c'è, ma a 23 anni riesce a essere a tratti sublime o sconcertante.

È una storia vecchia, questa, alla quale forse ci stiamo (anche) affezionando, perché come noi non cede alle lusinghe di nessuno. Neanche a quelle del mercato.

Foto di Massimo Monacelli
Carlot-ta su OndaRock
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