Renaissance

Scheherazade And Other Stories

1975 (Btm) | progressive rock, progressive folk

Fra le band storiche del rock progressivo britannico, ai Renaissance spetta una delle vicende più curiose. 
Nascono dalle ceneri degli Yardbirds, per volere del cantante Keith Relf e del batterista Jim McCarthy, i quali hanno controllo pressoché assoluto sui primi due album. L’indifferenza del pubblico li porta tuttavia a un veloce sfaldamento e quando il manager Miles Copeland III decide di riorganizzarli, ne esce una band completamente diversa.
Non c’è un membro in comune fra “Illusion” del 1971 e “Prologue” del 1972. Il solo nome che compare in entrambi è Michael Dunford, da una parte come chitarrista in un brano, dall’altra come arrangiatore e autore principale. Non è tuttavia un membro ufficiale in nessuno dei due.
In realtà il passaggio è stato più graduale di come appaia leggendo le due formazioni. McCarthy ha per esempio abbandonato il progetto in veste di musicista, ma è rimasto disponibile come autore, mentre i due membri principali della nuova versione, il tastierista John Tout e la cantante Annie Haslam, erano stati scelti per supportare la band dal vivo quando i due Yardbirds erano ancora in gioco.
Non è chiaro come mai non sia stato cambiato il nome, anche considerando che non c’era alcun vantaggio commerciale a mantenere una sigla sconosciuta. In qualche modo, anche il nuovo gruppo venne presentato come Renaissance e avrebbe ben presto conquistato la sua fetta di pubblico.
Giusto o sbagliato che sia lo stato di dimenticanza in cui versano i primi Renaissance, non c’è però dubbio sul fatto che ai secondi appartengano dischi di portata storica, capaci di segnare profondamente la musica rock più aristocratica.
 
Giunti alla vigilia del quinto album, “Scheherazade And Other Stories”, la formazione si è ormai stabilizzata. Oltre a Tout e Haslam, ne fanno parte il bassista Jon Camp, il batterista Terence Sullivan e il tanto atteso Dunford alla chitarra acustica: colui che di fatto scrive la maggior parte della musica della band ne è finalmente parte integrante.
L’ascesa è continua: anche se in patria avrebbero dovuto aspettare ancora qualche anno prima di essere notati, il 1974 ha regalato loro il primo ingresso nella top 100 americana, con l’album “Turn Of The Cards”. La band si è costruita un culto ristretto ma accanito sulla costa orientale degli Stati Uniti, che mira a espandere essendo il mercato statunitense decisamente più succulento di quello di casa.
Per il nuovo lavoro non si bada a spese: alla produzione David Hitchcock (fresco di “Mirage” dei Camel), agli arrangiamenti orchestrali Tony Cox (già al lavoro per le prime cose di Caravan, Family e Yes), Hipgnosis per la copertina.
Il disco che ne esce è quello che porta le caratteristiche della musica dei Renaissance al massimo del potere evocativo, con architetture a cui viene lasciato un respiro sconfinato. I brani si allungano, fino alla suite che occupa l’intero secondo lato, esperimento mai provato prima dalla band. Le sonorità non sono cambiate rispetto a “Turn Of The Cards”, ma la narrazione ne è uscita dilatata, più ricca e ambiziosa. Ci passa la differenza che c'è fra un bel noir e “Casablanca”.
 
La prima cosa che colpisce è l’assenza di chitarra elettrica, sostituita da un’acustica che preferisce sviluppare trame in sottofondo piuttosto che piazzarsi al centro della scena. La parte del leone la fanno semmai il pianoforte di Tout (dal tocco barocco, benché capace di sfumature jazzate) e gli arrangiamenti orchestrali, perfettamente integrati alla sezione ritmica. Il basso di Camp è rigoglioso e sviluppa linee che solo di rado si accontentano di tenere il passo, preferendo un approccio nello stile di Chris Squire degli Yes.
Senza chitarra elettrica, la componente sinfonica riempie gli spazi mancanti e in più di un tratto si finisce a un passo dalla musica classica, più di quanto non faccia solitamente il rock progressivo. A bilanciarla c’è comunque la componente folk, data più che dalla chitarra acustica, dalla voce di Haslam, angelica e impregnata di un fascino arcano, come nella miglior tradizione delle grandi cantanti britanniche del settore (da Jaquie McShee dei Pentangle a Maddy Prior degli Steeleye Span). Il jazz trova pure i suoi spazi, non solo – come già accennato – per il pianoforte, ma anche per l’utilizzo di alcuni accordi, per alcune frastagliate sortite della batteria di Sullivan, e per l’occasionale utilizzo di uno xilofono.
C’è insomma tanta di quella carne sul fuoco, che non si trova il tempo di rimpiangere la mancanza di distorsioni.
 
Il disco si apre con “Trip To The Fair”. Il testo è stato scritto, come sempre, dalla poetessa Betty Thatcher, amica di lunga data della band. Haslam le aveva raccontato di un suo appuntamento, terminato comicamente con un viaggio a vuoto verso una fiera trovata chiusa. Invece di leggerlo come un aneddoto divertente, Thatcher ne trae ispirazione per mettere in scena un vero e proprio incubo.
Che l’atmosfera non sia amichevole lo si intuisce da subito, con l’ansiogeno tema pianistico che scatta e va in crescendo su ritmi marziali e cupi interventi corali. Non mancano la risata diabolica e il motivo di un carillon, archetipici di ogni novella gotica che si rispetti.
Entra Haslam, cantando del suo arrivo alla fiera. Nella sceneggiatura di Thatcher la cantante non è pero accompagnata. La condizione di solitudine in un paesaggio di base già sottilmente inquietante, quale una fiera deserta, impregna l’aria di tensione. L’epilogo non può che essere una fuga disperata, dopo che gli autoscontri e la ruota panoramica si sono azionati. “Ho chiuso gli occhi per mascherare la paura dentro di me, tremando con la mia stessa mente non ho trovato un posto dove nascondermi. Le stelle del domani brillano attraverso la nebbia grigia che se ne è andata. Vorrei che questo viaggio alla fiera non fosse mai cominciato”.
Non solo un perfetto sunto di horror in vecchio stile, ma una metafora esistenziale sulla paura del domani e le incertezze della vita. Il tutto sfuma – in maniera sardonicamente appropriata – sulla ripetizione di un tema circense.
“The Vultures Fly High” è una vignetta di tre minuti, un pop barocco e sofisticato, con il pianoforte che martella incessante. Haslam canta la crudeltà degli avvoltoi che ci depredano e hanno l’ultima parola sulle nostre vite. Non è ben chiaro a chi si riferisca (il governo, i media, o la società circostante e la sua costante sete di giudizi?), ma tutto sommato non è così importante.
“Ocean Gypsy” è una ballata romantica che si apre a divagazioni strumentali, fino al finale dove si fanno spazio i soliti cori e gli archi, questa volta sintetici. Ricorda vagamente l’altrettanto splendida “Ripples”, dei Genesis, che sarebbe uscita l’anno dopo.
 
Il secondo lato del vinile è occupato per intero dalla suite “Song Of Scheherazade”. Composta da nove frammenti (ognuno col suo sottotitolo), attraversata da corsi e ricorsi che la amalgamano a dovere, dura quasi venticinque minuti.
Thatcher mette in versi la storia di Scheherazade, seguendo fedelmente “Le mille e una notte”. Per ovvie ragioni di tempo, oltre al rapporto fra la ragazza e il sultano, viene narrato soltanto uno fra i tanti racconti all’interno del racconto che caratterizzano l’opera originaria. 
Una breve fanfara fiatistica, quasi un antipasto di quelle che saranno le colonne sonore di “Zelda”, fa da introduzione. Il sultano scopre subito dopo di venire tradito da una delle sue mogli. La musica è concitata e mira a esprimere il subbuglio emotivo dell’uomo.
La prima parte cantata è “The Sultan”. Per dare più profondità alla trama, la presentazione del personaggio è affidata alla voce di Camp. Haslam entra comunque poco per doppiarlo e guidare l’arrangiamento verso un’epica impennata di cori, archi, flauti e gong. Dopo aver ucciso ogni sua nuova moglie alla prima notte di nozze, per sfogare la rabbia del torto subito, il sultano conosce Scheherazade, che lo incanta e si salva raccontandogli una lunga serie di storie e leggende. 
Un pacato tema per pianoforte e una delicata ballata, dove spunta anche l’arpa, sfumano uno nell’altra per la storia di un principe e una principessa che si innamorano, sfruttata da Scheherazade per fare breccia nel cuore del sultano.
Il frammento successivo, “Festival Preparations”, fa intuire che il tentativo è andato a buon fine. La città si risveglia con un lento crescendo orchestrale, come da tradizione classica, mentre la notizia delle nozze e i preparativi della festa sono segnati da una sezione frenetica e opulenta, dove si accavallano temi orientaleggianti, gorghi di fiati, instancabili vibrafoni, voci che schiamazzano e “la la la” in quantità. Una ariosa fuga per piano e fiati, dedicata al sultano, mostra il cambiamento del suo animo. 
La voce di Haslam torna protagonista per raccontare la città e il sultano che celebrano Scheherazade, fino alla ripresa del tema di “The Sultan” che guida al trionfo, con il coro mai così maestoso e Haslam che si alza di tono a ogni ripresa, in un manifesto alla pienezza e all’abbondanza, alla bellezza della vita e della musica.
 
Non è raro, di questi tempi, vedere la storia de “Le mille e una notte” criticata per la sua crudeltà: il sultano ha ucciso barbaramente un numero imprecisato di donne, ma ci passa sopra un colpo di spugna ravvedendosi e facendo festa. Non è però che uno dei tanti paradossi della decontestualizzazione: si tratta di un’opera che ha le sue origini intorno al 900 d.C. e che, anche fosse stata moderna, va letta in chiave metaforica. Si può trarne un monito su cosa può provocare l’uomo quando non controlla il proprio istinto, una celebrazione della figura della donna che riesce con l’intelligenza ad aggirare la forza bruta e il potere, un invito a non essere diffidenti verso l’amore per quanto possa aver ferito in passato. O un invito a trasporre il tutto in un brano lungo un’intera facciata di vinile, che faccia da sigillo all’ultima stagione dell’epoca d’oro del rock progressivo britannico.
 
“Scheherazade And Other Stories”, col suo corollario di complesse canzoni e superbi stacchi strumentali, segna di fatto un punto di vertice nell’interpolazione fra una band rock e un’orchestra, di una naturalezza che poche altre volte è stata raggiunta. Non bastasse, il suo sound cristallino e il bilanciamento di ogni strumento rappresentano una pietra miliare nei campi di produzione e tecnica del suono. 
Certo la cifra stilistica dei Renaissance sarebbe rimasta isolata, ma non per scarso apprezzamento, dato che il disco riuscì anzi a fare capolino nella top 50 di Billboard, quanto per la difficoltà pratica nel poterne riprodurre le idee e le dinamiche.

(08/04/2018)

  • Tracklist
  1. Trip To The Fair
  2. The Vultures Fly High
  3. Ocean Gypsy
  4. Song Of Scheherazade


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