Spagna. Costa del Sol. Estate 1971: tra le onde e gli spruzzi,
la musica ad alto volume sparata dagli stabilimenti balneari, i turisti
chiassosi, le spiagge bruciate dal sole africano, qualcuno siede solo.
In
disparte, silenzioso e per nulla abbronzato. E' un bel giovanotto inglese, ha
appena 23 anni. Alto, moro, ben vestito. Una bellezza d'altri tempi, da
ottocentesco nobiluomo di campagna. Non parla con nessuno, ha un'aria assente,
imbronciata. Fissa qualcosa all'orizzonte: un particolare, un suono trasparente
che aleggia tra le nuvole. Un ricordo che deve essere afferrato. La musica è
ovunque e lui è lì per questo. Cantautore in cerca d'ispirazione, Nick Drake è ospite della bella
villetta sul mare messa a disposizione dal boss della sua casa discografica.
Tutto sta per decidersi.
Chris Blackwell, capo della Island, è quel signore
distinto che crede in lui, nonostante le sfortune commerciali. Già, perché Drake
ha pubblicato due album in patria, "Five Leaves Left" (1969) e "Bryter Layter"
(1970): due meravigliosi gioielli di folk acustico, barocco e malinconico,
superbamente arrangiati con l'ausilio della crème dei musicisti folk di allora.
Perle che però non hanno venduto quasi nulla, purtroppo. Forse per la
leggendaria timidezza dell'autore, che si rifiuta categoricamente di fare
pubblicità o promozione: soltanto una breve intervista in tutta la carriera,
pochissimi e tribolati concerti, finiti spesso con una mezza fuga dal palco.
Forse è semplicemente colpa della sfortuna: il pubblico, infatti, premia in
quello stesso periodo gente come Cat Stevens, affine per certi versi alla sua
sensibilità musicale. Ma per Drake, brillante tanto quanto (e molto più di) lui,
non sembra esserci spazio.
Ottobre 1971: le idee sono riordinate. E' tempo di ripartire
alla volta di Londra. Nick ha in mente qualcosa di nuovo e molto diverso dai
suoi album precedenti: un disco fatto di sola voce e chitarra. Durante il
"ritiro" spagnolo ha elaborato diverse idee, ora ha bisogno di metterle su
nastro. Subito.
Telefona al fido tecnico del suono John Wood, l'unico
engineer rimasto sempre al suo fianco in sala di registrazione, e gli comunica
le sue intenzioni. John, che ha avuto precise istruzioni dalla Island
("registrare qualsiasi cosa proponga Nick"), accetta di buon grado l'incarico e
fissa una data.
Drake fa il suo ingresso agli studi verso mezzanotte, con
lui ha soltanto l'amata chitarra acustica, quella Guild che faceva già bella
mostra di sé sulla copertina di "Bryter Layter". Si sistema, fa un respiro
profondo e attacca, una dopo l'altra, tutte e undici le canzoni che faranno
parte del disco.
C'è un silenzio quasi innaturale. John è ammutolito dalla
bellezza di quei brani, estasiato dallo spleen che trasuda da ogni solco. La
seduta non dura che un paio d'ore: finita la session, Nick si alza e lascia la
stanza. Si recherà nuovamente agli studi due giorni dopo, per aggiungere una
parte di pianoforte minimalista alla title-track. Tutto il resto è superfluo,
non ha più importanza ormai.
Con i suoi trenta minuti scarsi, "Pink Moon" è
uno degli album più intensi del folk acustico britannico e, allo stesso tempo,
uno dei migliori nella storia dei "cantautori". Tanto breve e spoglio quanto
denso di mille significati. Il disco rivela più dei precedenti chi sia veramente
Nick: per concepirlo egli combatte un'ultima volta contro i demoni della
depressione che da anni lo attanagliano, riuscendo per una volta a domarli.
"Pink Moon" è l'ultima luce. Dopo, soltanto l'oblio.
La luna rosa è, secondo la tradizione cinese, portatrice di
sciagure. Questo è il colore che assume durante l'eclissi. Drake sembra conscio
della sventura alle porte e nel testo che dà il titolo all'album profetizza:
"L'ho visto scritto e l'ho visto dire/ la luna rosa è in cammino/ e nessuno di
voi starà così in alto/ la luna rosa vi prenderà tutti". Il dolcissimo
accompagnamento di chitarra, fatto di accordature aperte (alla maniera di Bert
Jansch, Davey Graham, Donovan, Bob Dylan e Joni Mitchell) vorrebbe esorcizzare
il male, quei pochi e sensuali accordi di pianoforte sottolineano lo stato
d'animo in cui si trova: sospeso su una stella, in una dimensione ultraterrena.
"Place To Be" è la seconda traccia. Gli arpeggi circolari della Guild
formano un unico flusso di coscienza. I ricordi dell'adolescenza, quando era
"giovane", "forte", "pieno di luce" eppure ancora incapace di affrontare "la
realtà a viso aperto". Nick conserva un tenerissimo ricordo della sua famiglia:
Rodney, il papà (commerciante di legname), la madre Molly (poetessa e musicista
dilettante), quindi la sorella maggiore Gabrielle (futura attrice di cinema e
Tv). Ciascuno di loro aveva dato tutto l'affetto possibile al giovane Nick,
coprendolo di attenzioni, esaudendo ogni suo desiderio. E poi la dimora
familiare, "Far Leys": quella grande villa a due piani, coperta di mattoni
rossi, con il giardino e le colline del Warwickshire in lontananza. Quante
canzoni sussurrate all'ombra di quegli alberi, quante speranze racchiuse a
Tanworth In Arden, tre ore da Londra…
Nick ha ancora bisogno di una guida,
maschile o femminile che sia, non ha importanza. "Una strada da percorrere "fino
in fondo", come racconta in "Road". Sembra quasi nutrire in sé un'ultima
speranza di rivalsa verso quel mondo di vincenti, capaci di vedere il sole senza
temere nulla.
Il pessimismo cosmico che alimenta la sua poetica è stemperato
dai bei momenti chitarristici: cerchi concentrici, arpeggi caldi, pieni di
arcana serenità. In "Which Will" si rivolge a qualcuno, ancora una presenza
teoricamente risolutiva cui Drake chiede: "Chi vorrai?/ chi amerai?/ chi
sceglierai tra le stelle lassù?/ Per chi danzerai?/ Chi ti farà risplendere?".
E' commovente il suo tono di voce quando l'ipotesi diventa "se non sceglierai
me". Nick ormai è cosciente del muro che ha innalzato nei confronti della
società in anni di non-comunicazione. La presenza evocata dal brano pare ormai
celeste, ultraterrena. Dopo lo strumentale "Horn", nel quale spetta alla
chitarra cantare l'inadeguatezza, il grido strozzato di una psiche in frantumi,
arriva "Things Behind The Sun".
Si tratta del punto più lirico e teso del
disco: Nick prende per la prima volta il coraggio a quattro mani e sceglie di
dire la verità. Sul mondo che a lui non piace, fatto di opportunisti, arroganti
e superficiali; saputelli troppo cresciuti, dispensatori di una bellezza
effimera, "presa in prestito".
Drake esorta l'ascoltatore (ma è come se
parlasse di fronte allo specchio) a guardarsi da tutto ciò. Usare la sincerità
per essere rispettati, senza troppa fretta o saggezza, rimanendo semplicemente
se stessi. Evitare la timidezza ed esprimersi, far entrare la luce del sole per
poter finalmente correre felici. Questo è il testamento di Nick, seguito dalle
note aspre e severe della sua acustica.
Dopo tanta verbosità, ecco un altro episodio scheletrico,
"Know". Qui c'è tutto lo straordinario senso del blues posseduto dal cantautore:
"Sappi che ti amo/ sappi che non mi importa/ sappi che ti vedo/ sappi che non
sono lì". Evanescente come mai prima d'ora, Drake s'improvvisa Robert Johnson e
ulula il suo ricatto alla luna. "Parasite" fornisce l'ennesima conferma al senso
di inadeguatezza dell'artista. In punta di plettro, Drake sibila: "Dai
un'occhiata e mi potrai vedere per terra/ perché sono il parassita di questa
città". Il pensiero va forse a una vecchia fiamma che gli fa compagnia, che ha
provveduto al suo sopravvivere. Una presenza rassicurante che però, stufa del
suo essere altrove, smette di prendersi cura di lui. E Nick vaga per la "linea
nord", fissando "le scarpe tirate a lucido". Incapace di darsi una risposta, reo
confesso di non aver saputo dare a chi chiedeva un po' d'amore.
In "Ride" si
prende addirittura gioco di questo presunto personaggio, dichiarando di
conoscerlo fin troppo bene: "M'importa di te/ mi piace studiare tutte le foto
che tieni sul muro/ e tutte le persone che verranno al tuo ballo/ ma adesso
ascoltami/ non mi daresti un passaggio gratis?".
Nick Drake fa il
pagliaccio, ma è senza maschera, il gioco sta per finire. C'è sempre meno tempo.
Il giro di vite si fa insopportabile: "Cadendo veloce/ cadendo libero/ vai
in cerca di un amico/ cadendo veloce/ cadendo libero/ questa potrebbe essere la
fine". Drake prevede ancora la disfatta, ma stavolta sembra sereno: di quella
stoica, epicurea calma che ricorda il filosofo Seneca e il poeta latino
Lucrezio. Entrambi morti, anche se per ragioni diverse, suicidi.
Il sogno paradisiaco di Drake è tutto nell'ultimo brano, "From
The Morning". Finalmente è in grado di vedere una magnifica alba. Finalmente
cessa di aver paura della notte, che acquista un'"aria bellissima". Si alza dal
suo letto e vede davanti nuovi "percorsi colorati e senza fine". Ancora una
volta il candore, l'innocenza di Drake ti fa piangere.
"E ora sorgiamo/ e siamo ovunque/ e ora sorgiamo dalla terra,
guardala lei volare/ anche lei è ovunque/ guardala volare tutt'intorno adesso
osserva bene tutto questo/e le notti estive e senza fine, e vai a fare il gioco
che hai imparato/dal mattino".
"Pink Moon" esce il 25 febbraio 1972. Nonostante il discreto
impegno della Island, venderà ancora meno degli album precedenti. Drake decide
di lasciare per sempre Londra e fare ritorno a casa dei suoi genitori a
Tanworth. Continua come in passato a soffrire di depressione. Dopo l'ennesimo
collasso nervoso, i suoi lo affidano alle cure dei medici che, a loro volta,
somministrano forti dosi di antidepressivi. Smette di lavarsi, di cambiarsi i
vestiti. Anche a quei pochi amici (fra tutti John Martyn e sua moglie Beverley)
dà l'aria di un clochard. Compie lunghi viaggi solitari in macchina.
Nel 1974 registra un'ultima manciata di brani, poi parte per la
Francia col desiderio di incontrare l'amata cantante Françoise Hardy. Nessuno è
in grado di riferire con esattezza le dinamiche dell'incontro, forse mai
consumato. La notte del 24 novembre è di nuovo a casa. Si addormenta presto. Nel
giradischi i "concerti brandeburghesi" di Bach, sul comò il "mito di Sisifo" di
Camus. E' la madre a trovarlo esanime il giorno successivo. Una triste fine per
un genio morto d'amore.
Nick Drake aveva messo tutta vita nei suoi dischi, l'unico
maniera che aveva di comunicare con il mondo esterno. Il resto non gli
interessava. La sua esistenza brillava in un empireo celeste, fatto di cose
semplici come gli alberi, il mare la luna e le foglie. Soltanto le sue canzoni
fornivano appigli per decifrarne l'anima, trovarne il segreto patimento.
Purtroppo la sua arte non è stata compresa. Ignorandola si cancellava ogni
speranza. La sua chitarra ammutoliva per sempre.
