Donovan

Donovan

Visioni da un regno incantato

di Andrea Liuzza

Donovan è uno dei più grandi artisti dei Sixties. Folksinger dalla sensibilità unica, ha scoperto una via alternativa a quella di Dylan con una manciata di canzoni dallo spirito fanciullesco, capaci di sfiorare vertigini metafisiche. Iniziatore della rivoluzione psichedelica, ha portato la musica e le filosofie indiane nella cultura pop. Unendo poesia e fiabe per bambini
Una figuraccia

Nella stanza d’albergo di Bob Dylan sta per svolgersi una sfida. La gente siede perfino sui braccioli delle poltrone. Quasi non si respira per il fumo. Un ragazzo col cardigan viene invitato a “mostrare cosa sa fare”. Ha lo sguardo mite, un sorriso gentile. Imbracciata la chitarra, intona una ballata dal sapore antico, fin dal titolo una profferta d’amicizia per i presenti: “To Sing For You”. Dylan, nerovestito e barricato dietro i Ray Ban, ride e lancia occhiate alla sua corte. Al suo turno prende la chitarra ed esegue “It’s All Over Now Baby Blue”. I versi post-moderni, derisori si appiccicano addosso al ragazzo uno dopo l’altro lasciandolo senza parole, fino all’invito a togliersi dai piedi. Sul suo sguardo smarrito finisce la scena di “Don’t Look Back”, il documentario di Pennebeaker.

A Londra nel 1966 i giornali chiamavano Donovan “il Bob Dylan inglese”. Naturale che il Bardo di Duluth ci tenesse a mostrarsi superiore. Cosa facile, data l’apparenza tanto naif del suo rivale. Sprofondato nell’oblio nel decennio successivo, Donovan rischia di essere ricordato solo con quell’etichetta, scoperto solo per questo filmato su YouTube.

Donovan - Bob DylanIn realtà Donovan è uno dei più grandi artisti dei Sixties. Folksinger dalla sensibilità unica, scoprì una via alternativa a quella di Dylan con una manciata di canzoni dallo spirito fanciullesco, capaci di sfiorare vertigini metafisiche. Iniziatore della rivoluzione psichedelica, portò la musica e le filosofie indiane nella cultura pop. Sperimentatore, riuscì a fondere folk, jazz, raga, musica celtica e musica da camera. Soprattutto fu un poeta, capace di unire le suggestioni di Blake e Yeats ai nonsense di Carroll e alle fiabe per bambini.
Fu anche uno dei pochi a credere veramente ai valori positivi del Flower Power. Continuò sempre a cantare di un regno incantato, in cui l’innocenza e la fragilità possono redimere l’uomo. Passato il trip di allucinogeni e meditazione trascendentale, abbandonate le comuni, il mondo ci mise poco a scordarsi di lui.

Da Woodie Guthrie al soldatino di stagno

Donovan Phillips Leitch nasce nel 1946 a Glasgow, fra edifici sventrati dalle bombe. La madre è una donna bigotta, il padre un operaio. A tre anni contrae la poliomielite, rimanendo claudicante. È durante le ore a letto che suo padre gli fa scoprire i libri. Il piccolo Donovan chiede di ascoltare soprattutto i miti celtici e le poesie dei visionari. A scuola non brilla, tutto ciò che lo attrae appartiene al mondo della fantasia. Pochi anni dopo, la famiglia si trasferisce nella campagna inglese, dove Donovan scopre la bellezza della natura. Ma è ascoltando la radio che realizza la sua vocazione: “Volevo cantare alla mia generazione – ricorda - Sapevo solo quello”. Si procura i libri di Kerouac e di Ginsberg, un paio di jeans e inizia la vita on the road. Impara a suonare le ballate irlandesi e scozzesi, sotto la guida di maestri come Mike Softley. Ben presto si fa conoscere nel circuito folk. Non ha ancora 19 anni quando finisce in Tv.

Nel 1964 partecipa al programma Ready Steady Go! col singolo “Catch The Wind”. Sarà il look da vagabondo, sarà che fin dal titolo la canzone ricorda un brano ormai leggendario di tre anni prima: la stampa si butta a pesce e lo battezza “il Dylan inglese”. Donovan, che fino alla settimana prima dormiva nelle spiagge della Cornovaglia, si trova gli occhi di due nazioni addosso. In verità, la somiglianza con Dylan è dovuta al fatto che entrambi copiavano Woody Guthrie. I toni, però, non potrebbero essere più diversi: caustico e ruvido Dylan, candido e fanciullesco Donovan. Uno è un realista consumato, l’altro un sognatore a occhi aperti. La rivoluzione per Dylan è sbaragliare i nemici, per Donovan raggiungere la purezza dello sguardo. Uno è un profeta, l’altro un mistico.

DonovanTutto questo si può già intravedere nel disco d’esordio. Trainato da quel singolo, What’s Bin Dib And What’s Bin Hid arriva in cima alla classifica inglese ed entra nella top americana. L’album rivela un autore insicuro. Se “Catch The Wind” e la dolcissima melodia di “To Sing For You” sono perle, figlie delle ballate irlandesi, il vero spiraglio della sensibilità di Donovan è “Josie”: un brano che vive della ripetizione incantata di poche, ingenue assonanze. Originale anche la resa di “Donna Donna”: la voce morbida, il canto legato trasformano il traditional in un mantra, che induce un dormiveglia trasognato. Alterni gli esiti quando Donovan si confronta con la tradizione americana: Remember The Alamo, spogliata dei cori e delle rullate militari, splende. Annoia, invece, “You're Gonna Need Somebody On Your Bond”, non a caso l’unico blues della sua carriera. Doverosi gli omaggi ai maestri: Woody Guthrie con la giocosa “Car Car”, Mick Softley con “Goldwatch Blues”.
Il momento più curioso è “Tangerine Puppet”. Donovan la introduce bisbigliando “questa è una fiaba” ma quello che segue è un semplice arpeggio. La fiaba bisogna vederla a occhi chiusi. È il primo segno della sua tendenza a veleggiare verso la metafisica.

Donovan entra nel firmamento folk: ad attestarlo basta l’invito di Joan Baez a salire sul palco del Newport Festival. Lui cavalca l’onda pubblicando il singolo Universal Soldier, una protest-song dell’amica Buffy Saint-Marie. Il tono, tuttavia, non è quello di un’arringa ma di chi entri in una battaglia a piedi nudi e disarmato.
In questi mesi, frequentando lo studio dei Rolling Stones, Donovan fa amicizia con Brian Jones. Ci mette poco a imbattersi nella sua ex, Linda Lawrence: modella, il figlio di Brian Jones al seguito. È amore a prima vista. Nonostante ricambi, Linda non vuole saperne di sposarsi e di lì a poco scapperà negli States. Trovata, perduta, inseguita, Linda è la musa di tutta una vita.

Nell’ottobre dello stesso anno esce Fairytale. Tagliati i legami con Guthrie, con Dylan, col mondo, Donovan scrive una raccolta di canzoni illuminate da una grazia fragilissima. Trascendendo il folk, accede al regno della poesia. “Colours” è il nuovo singolo, una lode francescana alla natura. Ma è con “To Try For The Sun” che si entra nel magico. Il fingerpicking, la ripetizione ipnotica del ritornello avvicinano il brano all’incantesimo di una lallazione per bambini. In tutte le canzoni, raramente la voce si muove oltre l’intervallo di quinta e la chitarra cambia più di tre accordi. Ecco il miracolo: Donovan rimpicciolisce l’ascoltatore, lo spoglia, lo porta nel microcosmo, lo fa tornare Fanciullo Eterno.
Non è un’operazione indolore. Ogni canzone sta in equilibrio su un piede solo, fra stupore e panico. “Jersey Thursday” vive di una tensione quasi insopportabile. E a cosa paragonare “The Summer Day Reflection Song”? il moto perpetuo di due accordi sembra imitare un serpente ipnotizzato. Un dolore cosmico scorre in “Belated Forgiveness Plea”, che ripete la visione sgomenta di una spiaggia deserta, in cui “i gabbiani sono volati via”. Difficile dire se prevalga desolazione o bellezza in “Ballad Of A Crystal Man”. “Ballad Of Geraldine” è un racconto in cui, ad ogni nota, si sente il rintocco del fato. L’unico arrangiamento è “Sunny Dodge Street”, una canzone pennellata di flauto e violoncello, simile a una cartolina sfocata. L’apice emotivo è “The Little Tin Soldier”: il claudicante Donovan canta col cuore in gola la storia del soldatino con la gamba monca, vedendo nella ballerina la sua amata Linda. Questo capolavoro, forse per l’eccessivo intimismo, non ripete il successo del debutto, fermandosi nella top 20.

Ma la mente del cantastorie è già oltre. L’indizio è “Turquoise”, un singolo che potrebbe appartenere a Fairytale, non fosse per quel piano tremolante: una sfumatura che ne espande la vibrazione onirica, annunciando la rivoluzione in arrivo.

Sunshine Superman e l’equivoco della musica per bambini

DonovanNel 1966 le foto in tricromia di Donovan sono su tutti i giornali. È il primo musicista arrestato per possesso di droga. Ed è l’iniziatore della rivoluzione psichedelica. L’album Sunshine Superman lo consacra nel pantheon dei Sixties ed è il lasciapassare per la Rock’n’Roll Hall Of Fame. Sotto la guida del produttore Mickey Most, Donovan trasforma la sua musica in un caleidoscopio di generi. Il folk e il beat si sposano al raga indiano, con tocchi di musica da camera e incursioni jazz. Fra gli ospiti Jimmy Page e John Paul Jones. Il manifesto è la title track: una lettera aperta a Linda, che però ha il ritmo indiavolato di una danza. La voce è doppiata dalla chitarra elettrica, lo sfondo è una girandola di percussioni, tambura, clavicembalo. “The Trip” è il ruzzolante resoconto di un viaggio lisergico. Ancora più acida “The Season Of The Witch”, in cui il nostro imbraccia la chitarra elettrica e urla un ritornello memorabile.
Nelle fiabe, invece, la sua voce diventa suadente e la musica un acquerello cangiante. “Legend Of A Girl Child Linda” è una visione cortese, dipinta con clavicembalo, flauto e quartetto d’archi. “Guinevere” crea sortilegi degni di un quadro preraffaellita, sposando la suggestione medievale a tocchi di sitar. Il raga influenza tutti brani ma soprattutto “Three King Fishers”, un racconto arcano che si conclude con un serpeggiare di tabla e sitar. Se “Bert’s Blues” è il momento più sperimentale, il vertice emotivo è “Celeste”: un estatico volo a occhi aperti, sostenuto da un organo, mentre in lontananza l’orchestrina prosegue la sua danza. Chi si procuri la versione rimasterizzata nel 2012 potrà godersi alcune B-side formidabili, fra cui la travolgente “Superlungs”.

Difficile circoscrivere lo spettro d’influenze di quest’album. Da Syd Barrett ai Beatles, tutta la psichedelia inglese sviluppa le intuizioni contenute qui: l’ampliamento della strumentazione, la trasfigurazione del suono, la trasformazione delle canzoni in esperienze visive o mentali. Basta notare, nel video di “A Day In The Life”, il vinile di “Sunshine Superman” nel giradischi per capire cosa ascoltavano i Beatles registrando “Sgt. Pepper’s”. Donovan, comunque, si dimostra uno sperimentatore atipico: lontano da ogni eccesso lunatico o post-moderno, trova nell’equilibrio magico la chiave che apre le porte della percezione.

A pochi mesi di distanza, Mellow Yellow bissa il successo di Sunshine Superman, pur senza toccarne le vette. Al posto della strumentazione etnica Donovan si serve di una big-band. Il sound si fa metropolitano, sensuale, a tratti depresso. Donovan guadagna in realismo quanto perde in incanto. Unica traccia dell’atmosfera fiabesca è il flauto, che in molti brani guadagna autonomia, diventando d’ora in poi il marchio di fabbrica del Pifferaio di Glasgow.
A trascinare l’album in cima alle chart è “Mellow Yellow”, una filastrocca piena di allusioni piccanti. Più brillante “Sunny South Kensington”, un tour-de-force surreale nella Swingin’ London. Quasi tutti i brani si spingono al confine del jazz. Spicca “Bleak City Woman”, una canzone dal passo felpato dedicata alla nuova fiamma Enid Stulberger.
Intrise di spleen “Hampstead Incident” e “Writer In The Sun”, nonostante i tocchi luminosi di xilofono. Forse è il ricordo di Linda, partita per gli States, a ispirare “Young Girl Blues”: mai Donovan è apparso così cupo, così solo in una stanza con la sua chitarra. È proprio nella purezza acustica, comunque, che il nostro dà il meglio. Si ascolti “Sand And Foam”, l’unico brano che abbia l’afflato visionario dei lavori precedenti.

Nel 1967 Donovan si ritira in un cottage nei boschi con Enid, incinta. Qui concepisce un album doppio: una metà elettrica per la sua generazione, una acustica per quella futura. A Gift From A Flower To A Garden è il miglior ritratto di Donovan, del suo talento, dei suoi limiti. Il primo disco, “Wear Your Love Like Heaven”, conia il pop psichedelico: brani veloci, orecchiabili, trasfigurati da tastiere e riverberi stranianti. Ascoltando i ritornelli della title track, di “There Was A Time” e “Someone’s Singing” si ha l’impressione di guardare la musica attraverso una lente fatata. Il brano migliore è la fiabesca “The Land Of Doesn’t Have To Be”. Peccato che il resto suoni sbrigativo, lasciando poca traccia.
Il vero capolavoro è il secondo disco, “For Little Ones”. Riducendo i propri mezzi al minimo, Donovan raggiunge la massima suggestione. Le canzoni sono spogliate di tutto, sospese nel nulla, prossime a svanire. “Isle Of Islay” è il suo vertice metafisico: la voce ridotta a dolente vibrazione, la chitarra immersa in un riverbero sfocato, le pause attraversate da un brivido soprannaturale. Un brano minuscolo, che fa sentire il silenzio che lo circonda. “The Mandolin Man And His Secret” è una fiaba, struggente nel suo candore, che può appartenere solo al mondo incontaminato dei puri di cuore. “The Enchanted Gypsy” arriva e scompare, quasi fosse la visione fugace di una festa pagana nel bosco.
Per la prima volta Donovan usa field recordings: “Voyage Into The Golden Screen” è arricchita dai canti degli uccelli, “Widow With Shawl” dal rumore dell’oceano. I Pink Floyd, orfani di Syd Barett, svilupperanno queste intuizioni in tutti i loro brani bucolici. Con “Epistle To Derroll” il menestrello chiude un disco miracoloso, in cui la sua sensibilità trova la più estrema applicazione. Quest’album, oscurato dal successo radiofonico del primo, liquidato come “musica per bambini”, rimarrà un capolavoro ignorato.

Donovan ha scoperto una strada opposta a quella dei suoi contemporanei. L’idea nuova è che la musica rock possa connettere l’uomo alla sua dimensione più profonda, liberandola. L’utopia, che questo mutamento di coscienza possa diventare collettivo, ponendo fine al consumismo e alla guerra. La cosa interessante è che, mentre la musica psichedelica tenta di “espandere” la coscienza facendole provare l’estasi dell’Essere, Donovan tenta invece di “ridurla” facendole provare l’estasi del non-Essere, la coincidenza con l’origine. Il passo successivo non può che essere l’India.

Nel 1968 Donovan si reca nell’ashram del Maharishi Mahesh Yogi con i Beatles, Mia Farrow e un codazzo di giornalisti. È lui a introdurre George Harrison alla meditazione trascendentale e a insegnare il finger-picking a John Lennon. Frutto delle lezioni di chitarra è Julia, ma Harrison confesserà: “C’è Donovan dietro a tutto il White Album”. Donovan trova in India la visione del mondo che cercava. Ma l’occasione è buona anche per studiare l’harmonium e scrivere nuovi brani.

DonovanA coronare la Summer Of Love esce The Hurdy Gurdy Man. L’album rimescola le intuizioni precedenti, ponendosi come ideale opus magnum della stagione psichedelica. La title track è il miglior tentativo di Donovan di unire misticismo e hard-rock. Il canto, influenzato dalla respirazione Pranayama, è un mantra ricco di vibrato, mentre il tambura e la chitarra elettrica dipingono scenari acidissimi. Quasi una prova generale per i futuri Led Zeppelin, vi suonano Jimmy Page, John Paul Jones e John Bonham. La novità nei brani è l’uso del drone, mutuato dalla musica indiana. “Peregrine” è una sinuosa melodia doppiata dal harmonium e immersa in una foresta di tabla. Tangier si spinge oltre, con un’atmosfera arcana degna di Nico. Perfino un brano folk come “The River Song” ha l’andamento ciclico del mantra. Una sorta di folk-rock da camera, invece, ispira il tenerissimo ritratto “Jennifer Juniper” e la pirotecnica “Hi It’s Been A Long Time”. Il jazz anni 20 torna in “As I Recall It”, mentre lo spirito fanciullesco emerge nella filastrocca “The Sun Is A Very Magic Fellow”.
Pur non avendo la compattezza di Sunshine Superman, l’innocenza di Fairytale o la magia di For Little Ones, questo disco è l’ultimo in cui Donovan appare all’apice della creatività.

Nel 1969 il cantautore britannico conquista le chart col singolo “Atlantis”. La canzone, aperta da un recitativo e chiusa da un lunghissimo coro, è una visione della scoperta di Atlantide. Un’ottima premessa, peccato che il nuovo album, Barabajagal, non ne sia all’altezza. Affiancato dal Jeff Beck Group, Donovan scrive una serie di brani folk-rock che danno sfogo al suo lato più bambinesco e vivace. Esemplare la title track, uno scioglilingua sostenuto da un ritmo indiavolato e un coro black. La nuova versione di “Superlungs” perde carica, pur mantenendo l’impronta lisergica. “Happiness Runs”, il momento più musicale, trasforma una filastrocca in un canone a più voci. Il canto, ridotto a un sospiro androgino, le melodie brillanti e gli arrangiamenti sofisticati faranno scuola nel britpop, fino a gruppi come Belle And Sebastian. Ma tutto questo è lontano dal fascino dei dischi precedenti.

Le canzoni di Aengus l’errante

DonovanBrian Jones, Janis Joplin e Jimi Hendrix sono morti, mentre i tuoni delle bombe sono più forti. Che fare, ora che l’utopia è fallita? Donovan sceglie di tornare alle radici e nel 1970 pubblica Open Road. Per definire il nuovo disco conia il genere “celtic rock”. In realtà il sound segue la svolta country di Dylan. Tuttavia l’album, il primo scritto insieme alla band, è ricco di energia corale: Donovan jamma, ulula e regala momenti di grande divertimento. “Curry Land” ha una progressione strofa-bridge-ritornello ricca di pathos. “Celtic Rock”, partendo da un riff atavico, trascina l’ascoltatore in una danza pagana inarrestabile. “Roots Of Oak” sorprende, trasformandosi in un’evocazione arcana e quasi selvaggia. Nel singolo “Riki Tiki Tavi” la band country suona quasi reggae.
Le altre canzoni seguono binari più tradizionali, ma non impediscono al disco di conquistare le classifiche. Il tour mondiale che segue, però, naufraga all’improvviso. Donovan si trova in Giappone, quando ha un crollo nervoso.

Forse la causa è l’improvvisa rottura con Enid, madre di due figli. Forse la fatica di aver composto otto dischi in sei anni. Forse la strisciante sensazione che la magia stia per spezzarsi. Donovan interrompe il tour, torna in Inghilterra e si rifugia nel suo cottage nei boschi. Chissà cosa sarebbe accaduto se una mano non avesse, inaspettatamente, bussato alla porta. È Linda. Dopo anni di separazione, i due si riuniscono per non lasciarsi più. Vanno a vivere insieme nel Joshua Tree Park in America e il 2 ottobre del 1970 si sposano. Questa data segna il coronamento del sogno d’amore di Donovan e l’inizio del suo declino artistico.

Immerso nell’idillio familiare, Donovan decide di registrare un nuovo disco “per bambini”, HMS Donovan. Col la vecchia chitarra acustica, dipinge ventotto bozzetti incantevoli: dal “Jabberwocky” di Lewis Carroll, al classico “Twinkle Twinkle Little Star”, intonato con la figlia Celeste. Nessun autore prima o dopo Donovan si è avventurato su strade del genere. Che poi siano davvero canzoni per bambini è tutto da vedere. Quale bimbo si diletterebbe ascoltando l’ombroso, arcano cantilenare della poesia di “Yeats The Song Of Wandering Aengus”? Per non parlare di “The Walrus And The Carpenter”, un collage sonoro che non sfigurerebbe su “Ummagumma”. Purtroppo, senza una facciata elettrica che lo renda appetibile, HMS è un disco votato al disastro: nessuna etichetta lo pubblica e per la prima volta il Pifferaio non entra in classifica.

Donovan si ricicla due anni dopo con Cosmic Wheels. Mescolando le due mode del momento, astrologia e glam-rock, punta alle chart. Le canzoni sono di ottima fattura, la produzione massimalista: ci sono cori black, voci bianche, fiati, mellotron, moog. La title track entra in testa al primo ascolto, “Sleep” ha grinta da vendere, “I Like You” fa scendere la lacrima.
Il disco vola nella top 20. Ma rimane in bocca un retrogusto amaro, come se in questa grandeur mancasse la cosa essenziale.

Segue un decennio di album contraddittori. Essence To Essence (1973) tenta di togliere gli orpelli, sfortunatamente ciò che resta sono delle canzoni insapori. 7-tease (1974), al contrario, punta sul pop-rock, sfoggiando orchestrazioni magniloquenti e brani radiofonici come “Rock’n’roll Souljer”, “Love Of My Life”, “The Voice Of Protest”. Nonostante sia un disco piacevole, l’effetto nostalgia è incombente. Il pubblico conta sempre meno fedeli.

Slow Down World (1976) va controcorrente, puntando sull’intimismo acustico. Il songwriting di Donovan sembra sbiadire di anno in anno, gli arrangiamenti farsi sempre più generici. Donovan (1977) è un disco brutto, nonostante la perla “Maya’s Dance”. Neutronica (1980) racconta l’incubo atomico, ma il vero incubo è l’uso dei synth.
Love Is Only Feeling (1981) è oggi uno dei dischi prediletti dei fan, grazie a pezzi romantici come “Lady Of The Flowers”, “Lover O Lover” e la title track, ma all’uscita passa praticamente inosservato.
In Lady Of The Stars (1984) il nostro eroe tocca il fondo, arrivando a incidere nuove versioni delle sue hit.

A Donovan non resta che ritirarsi in Irlanda con Linda, dedicandosi ai figli e alla meditazione.

Solo ciò che è fragile

DonovanDopo dieci anni squilla il telefono. È Rick Rubin, mega-produttore delle American Recordings. L’idea è ripetere l’esperimento che ha funzionato con Johnny Cash: mettere un microfono di fronte alla vecchia gloria e registrare in presa diretta. Tempo di realizzazione, una settimana. I due ci mettono due anni ma ne vale la pena.
Sutras esce nel 1996 ed è quanto di meglio Donovan abbia fatto dal ’71. Il suono è prosciugato, la voce in primissimo piano. Gli arrangiamenti, per quanto sobri, non annoiano grazie a minimi tocchi di mellotron, violoncello, piano, flauto e sitar. Lo spunto per questi sutra viene dal Tao-Te-Ching, dai Veda, da preghiere celtiche, ma anche da autori distanti come Tic Nht Hanh ed Edgar Allan Poe. La quintessenza del songwriting di Donovan torna a splendere nella melodia senza tempo di “Give It All Up”, nell’abbandono mistico di “High Your Love”, nel pathos di “Universe Am I”.
Fra i momenti migliori, “Everlasting Sea”, un brano minimale la cui coda imita l’andirivieni della marea. La cosa sorprendente è come niente, in questo disco ieratico e ombroso, suoni inattuale: “Nirvana” potrebbe uscire da una session con i Rem. Certo, difficile che l’idealismo dei figli dei fiori possa far presa sui figli dei rovi coi jeans strappati. Sutras è un bell’album ma fallisce nel riportare in auge il suo autore.

Dopo i remake di canzoni per bambini di Pied Piper (2002), Donovan pubblica Beat Café (2004). Come descrivere questo tentativo di unire poesia beat, scioglilingua e basi “moderne”? Nel dubbio conviene toglierlo dal giradischi. Più interessante la raccolta Sixty Four, che delizia gli appassionati con alcuni demo dell’esordio, fra cui spiccano il traditional “Dirty Old Town” e “London Town”.

DonovanFallito ogni tentativo di tornare sulla scena, Donovan sembra rassegnato a dedicarsi solo alla meditazione trascendentale. Ma è proprio questa passione a fargli incontrare l’unico folle pronto a produrre un suo disco: David Lynch. Nel 2010 Donovan, sotto la guida del regista, seleziona e incide alcune delle centinaia di canzoni che tiene nascoste nel cassetto. Lancia dal suo sito web il doppio Ritual Groove. Il sound è tirato a lucido: l’attempato hippie canta in una cascata di drum machine, chitarre in riverse, delay e tastiere. I testi sono pericolosamente ridotti a slogan pacifisti, ambientalisti, buddisti.
Per quanto l’idea possa apparire pacchiana, brani come “Waves”, “Diggin’ The Future” o “Love Seed” stanno in piedi, mentre “The Illusion” è una delle sue melodie migliori. Peccato che si debba scavare fra grandi quantità di materiale riciclato o scadente per trovare del buono: il singolo “I Am The Shaman” è quanto di più sperimentale il nostro abbia realizzato, mentre “E-Motion” potrebbe conquistare le radio, se solo ci arrivasse.

Una cosa appare chiara, osservando controluce la carriera di Donovan. Le sue hit non sono necessariamente i brani migliori, molte perle sono passate inosservate. I suoi tentativi di avvicinarsi al pubblico l’hanno spesso fatto scadere artisticamente. Ciò che splende ancora oggi appartiene a un regno incontaminato in cui pochi mettono piede. Si tratta di visioni, come lui stesso ha dichiarato in uno dei suoi capolavori, “per i piccoli”. Non c’è descrizione migliore della sua arte di questo brano del Tao-Te-Ching: “Tutti gli esseri, l’erba e gli alberi, da vivi sono fragili e flessibili, da morti sono forti e rigidi. La fragilità è compagna della vita, la forza è compagna della morte. Un esercito viene distrutto, un tronco viene spezzato. Solo ciò che è fragile cresce”. Alla luce di questa frase, perfino la figuraccia fatta accanto a Bob Dylan sembra acquistare un riverbero diverso. Viene da chiedersi chi avesse vinto davvero quella sfida e, in fondo, cosa ci fosse da vincere.

Donovan

Visioni da un regno incantato

di Andrea Liuzza

Donovan è uno dei più grandi artisti dei Sixties. Folksinger dalla sensibilità unica, ha scoperto una via alternativa a quella di Dylan con una manciata di canzoni dallo spirito fanciullesco, capaci di sfiorare vertigini metafisiche. Iniziatore della rivoluzione psichedelica, ha portato la musica e le filosofie indiane nella cultura pop. Unendo poesia e fiabe per bambini
Donovan
Discografia
What's Bin Did And What's Bin Hid (1964)
Fairytale (1964)
Sunshine Superman (1966)
Mellow Yellow (1967)
 A Gift From A Flower To A Garden (1967)
 

Wear Your Love Like Heaven (1967)

For Little Ones (1967)

The Hurdy Gurdy Man (1968)
 Barabajagal (1969)
 Open Road (1970)
 HMS Donovan (1971)
 Cosmic Wheels (1973)
 Essence To Essence (1973)
 7-Tease (1974)
 Slow Down World (1976)
 Donovan (1977)
 Neutronica (1980)
 Love Is Only Feeling (1981)
 Lady Of The Stars (1984)
Sutras (1996)
 Pied Piper (2002)
 Beat Cafe (2004)
 Ritual Groove (2010)
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