White Birch

White Birch

Una luminosa cometa norvegese

di Alberto Asquini

Navigando a vista tra rigurgiti dream-pop, bagliori post-rock e spirito slowcore, i norvegesi The White Birch hanno saputo trovare una strada nuova nel segno della sperimentazione. Ecco una breve retrospettiva di una cometa passata quasi inosservata
L'universo musicale scandinavo, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, da crisalide si trasforma in farfalla. Con una scena ricchissima, che spazia da sperimentazione jazz/drone (Supersilent e Deathprod) all'elettronica più easy (Royksopp). In questo contesto creativo ed euforico, nascono, nel 1996, i White Birch. Ola Fløttum, Hans Christian Almendingen e Ulf Rogde, nonostante diversi cambi di lineup, plasmano una creatura ibrida che, nonostante la noncuranza generalizzata, si segnalerà come una delle formazioni più creative degli ultimi quindici anni.
Adattando certe sfumature psichedeliche di casa Pink Floyd con lo spirito più etereo e melodico di casa 4AD, e mescolando attitudine post-rock à-la Talk Talk con lo slowcore più depresso (non è un caso che il nome della band coincida col capolavoro dei Codeine), i White Birch intraprendono una nuova via.

L'introvabile esordio Self-Portrayal, pubblicato dalla Not On Label in edizione limitata di 300 copie in vinile, si caratterizza per sonorità acide, in bilico tra sperimentazione e psych-rock à-la Sonic Youth. Dopo l'Ep "Left Hand", il 1998 vede la pubblicazione da parte della dBut (nel suo roster troviamo nomi del calibro del già citato Deathprod, di Jaga Jazzist, Motorpsycho o Warlocks) della loro opera prima, intitolata People Now Human Beings.

Registrato tra la fine dell'estate e i primi tepori autunnali, l'album, che vede il missaggio e la produzione di Helge Sten, è composto da dieci brani per una durata complessiva che sfiora i cinquanta minuti. Il sostrato musicale e le influenze dell'esordio ricalcano una scrittura forse ancor deficitaria e acerba, ma che trova proprio il suo punto di forza nel suo risultare camaleontica e imprevedibile. Fra impeti noise-rock e chitarre che s'accendono d'improvviso ("Mechanical Swan"), le tastiere liquide dell'iniziale "Eye" e l'incedere di "Satellite", riuscito mix delle prime due tracce, si consuma un inizio che lascia spiazzati.
La sinistra marcia industrial di "JD, Meet The Andromeda Strain" cambia ancora le carte in tavola: le note di un pianoforte aprono le danze, incalzate da un canto prima depresso, poi rabbioso, e si attorcigliano alle tastiere che alzano il tiro, incitate dai piatti della batteria.
A calmare le acque agitate ci pensa il passo compassato di "Blind", tra una chitarra acustica e un canto nervoso. E se "Nick The Sailor", dove alla batteria si saldano sferragglianti chitarre, ci fa navigare a vista a pelo d'acqua tra una lieve nebbiolina, in un mare che pare calmo e che si increspa improvvisamente fino alla burrasca per poi ritrovare la quiete finale, "Cabaret" è un funerale dark in piena regola. E fra il trasognante andirvieni di "She Paints The Daytime Black, lo stato gassoso di "Violet Walk"  e il climax funereo di "The Expanding Sea", si chiude un album che gioca costantemente sull'alternanza di sfumature slowcore e scatti noise-rock di marca "gioventù sonica". In definitiva People Now Human Being segnala una band che fonde e rende complementari matrici differenti, trovando un amalgama apprezzabile.

Ma è con la pubblicazione di Star Is Just A Sun che il trio norvegese raggiunge il suo apice. Elidendo totalmente gli elementi rock in favore di un'apertura totale alla tradizione dream-pop/slowcore, i White Birch disegnano un album di perfezione celeste. Già l'iniziale "Air", nella sua apparente semplicità giocata su tastiere che scivolano via senza colpo ferire, dovrebbe far gridare al miracolo. La successiva "Breathe", fra tastiere d'antan e fotografie ingiallite, sfoglia le pagine della memoria, disegnando un quadretto dalle tinte malinconiche, fra visioni celestiali e un climax al rallentatore.
La lentezza è la peculiarità preziosa di questo lavoro, e anche laddove un pianoforte dal sapore medievale, sul quale si innesta una batteria che procede quasi impercettibile, accenna una lieve accelerazione ("Silly Malone"), una tensione brumosa e sotterranea percorre l'essenza dello splendido incedere autunnale di "Love Is So Real". Giunti esattamente a metà dell'opera ci imbattiamo in un brano sublime: posto a far da spartiacque, "Beauty King" è una perla pop di rara intensità. Le briglie tengono a freno le tastiere per un minuto, una batteria decisa entra in tackle accompagnata da una chitarra circolare, il canto di Ola Fløttum si fa accompagnare dall'andatura della melodia in un moto compassato, che si rilassa sempre più con l'avanzare del climax sonoro che ci trasporta fino alle lacrime. 
"Star" è una un pomeriggio del tardo autunno, tra nevischio, violini e tastiere che evocano scenari senza tempo, il misurato avanzare di "Riot" scalda il cuore. Ma è nella malinconia più fulgida che i White Birch colgono l'essenza della loro natura, dipanando le note in un moto statico e impercettibile. I quadretti dipinti dal trio sono bozzetti offuscati, celati dietro un velo di carta opaca. "Donau Movies", sulla falsariga di "Beauty King", è un inno amaro, un lento procedere di pianoforte che regge l'intero castello. E quando i riverberi finemente cesellati sfumano livemente fino a sparire, i piatti evaporano, la melodia si scioglie come neve al sole ("Glow"), "Atlantis" sprofonda nel mare più profondo, portando con sé il vascello che affonda.
Una perla purissima, una lezione di pop al rallentatore, uno degli album più raffinati, rarefatti ed eterei di tutto il decennio: tutto questo è Star Is Just A Sun.

Trascorsi tre anni dal gioiello del 2002, l'aura della band norvegese travalica i confini del freddo nord. La ristampa delle loro opere precedenti, anche da parte della prestigiosa Rune Grammofon, certifica la tarda scoperta di uno dei segreti meglio custoditi del ultimi anni. E l'album del 2005, Come Up For Air, seppur cambiando ancora rotta, non fa altro che confermare le sensazioni dell'opera precedente.
Come Up For Air è il rovescio della medagia di Star Is Just A Sun. Laddove l'opera del 2002 lasciava l'ascoltatore affogare in un mare dolcissimo, il nuovo album offre nuovo ossigeno all'ascoltatore. Nei tre quarti d'ora nei quali si articolano le undici tracce, le atmosfere si fanno meno rarefatte, più tangibili e terrene. Questa impressione tuttavia non va a scapito della vena poetica della band di Ola Fløttum. E' doveroso sottolineare come Come Up For Air sia un'opera che dispone di una varietà strumentistica decisamente più ampia rispetto che alle opere precedenti.
I White Birch, tornando sulla terra, pennellano quadri nei quali è decisamente più evidente una matrice folk. "Seer Believer" riprende il discorso interrotto: un pianoforte accarezza le fronde degli alberi, la voce si stende delicata sulle foglie e gli archi si innestano con naturalezza su una melodia memorabile. E se "Storm-Broken Tree", tra un canto sussurrato, un violoncello e tastiere languide, è uno degli episodi più intensi e strazianti di tutta la loro produzione, il secco incedere di "Your Spain" evoca lande desolate colorate da qualche foglia sparsa quà e là.
Ma è con la quarta traccia che si raggiunge l'apice creativo e compositivo dell'album. I White Birch, plasmando una ninnananna cosmica costruita su flebili architetture di tastiere, forgiano una melodia da brividi, tra estatici saliscendi di violoncello e un canto trasognato. Le ammalianti note riportano alla mente  ricordi lontani, imprigionati nella carta da fotografia, che, come d'incanto, paiono rivere, riprender forma. Ma la magia non esita ad arrestarsi.
Fra dolcissimi quadretti pop al rallentatore ("Silent Love", "June") e fluttuanti melodie boreali dall'elegante andatura sulfurea ("Stand Over Me") si consumano ancora nuove magie. D'improvviso l'accelerazione, praticamente assente dai tempi dell'esordio, si reimpossessa delle chitarre riverberate di "Small Hours", mentre "We Are Not The Ones" è estasi mistica allo stato puro: una manciati di minuti per chitarra, pianoforte e tastiere in lieve ascesa. "The Astronaut" può deludere, ma la chiusura di "New Kingdom", nella quale il canto del leader si incrocia a quello di Susanna, rapisce nel suo giro di pianoforte che si sovrappone alle tastiere per un finale che sa di addio. Si conclude così un album che rafforza la luce della stella White Birch.

Dopo l'abbandono progressivo di diversi membri e la riduzione della band a one man project, Ola Fløttum prometteva ormai diverso tempo fa di rimettersi all'opera per una nuova fatica. Ad oggi, però, non abbiamo notizie al riguardo, ma possiamo solo sperare che questa cometa inizi di nuovo a risplendere.

Ed è così che, nel 2015, sfruttando le conoscenze e le esperienze portate avanti nello iato del gruppo, in cui si è dedicato alla composizione di colonne sonore,  Ola Fluttum si ripresenta con The Weight Of Spring, in cui offre un nuovo lato della sua espressione artistica.

Coadiuvato da musicisti e compositori “classici”, il cantautore norvegese celebra una rinascita che porta con sé l’ombra della morte che l’ha resa possibile, tra cupe processioni spettrali al pianoforte (“Winter Bride”) e più sereni brani corali (“Lament”). I numerosi brani strumentali raccontano così un faticoso rialzarsi, come dev’essere il lento disgelo norvegese, che raccontano anche del percorso esistenziale di Fluttum, che in questi otto anni ha perso la madre (ed ecco la dedica in “Mother”) e avuto due figli.
Si sviluppa quindi un lirismo tenue (il chamber-folk della title track), imperniato su una contemplazione “bioritmica” ed essenziale della vita (“Lay Me By The Shore”), che sfocia negli squarci di luce del brano alla Kings Of Convenience di “The Hours”.

In generale, il disco rimane comunque un po’ bidimensionale, per non dire monolitico, sul piano dell’espressività – sono molti i brani prevedibili (“Solid Dirt”) e in generale l’impressione è più quella di una colonna sonora per un film interiore che non esiste. Il racconto rimane valido, ma non c’è poi molto sul piano della scrittura per renderlo veramente interessante.

White Birch

Una luminosa cometa norvegese

di Alberto Asquini

Navigando a vista tra rigurgiti dream-pop, bagliori post-rock e spirito slowcore, i norvegesi The White Birch hanno saputo trovare una strada nuova nel segno della sperimentazione. Ecco una breve retrospettiva di una cometa passata quasi inosservata
White Birch
Discografia
 Self-Portrayal (Autoprodotto, 1996)
 6
 People Now Human Beings (Glitterhouse Records, 2000)  7
 Star Is Just A Sun (Glitterhouse Records, 2002)
 8,5
 Come Up For Air (Glitterhouse Records, 2005)
 7,5
 The Weight Of Spring (Glitterhouse, 2015)6
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

THE WHITE BIRCH

The Weight Of Spring

(2015 - Glitterhouse)
Dopo un lungo iato di più di otto anni, torna Ola Fluttum in veste più addolcita

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