Motorpsycho

Motorpsycho

Gli hardrocker psichedelici

di Emiliano Merlin

Sperimentatori di spericolate fusioni tra generi, i norvegesi Motorpsycho hanno messo in luce una peculiare attitudine nel combinare sonorità "pesanti", con virtuosistiche divagazioni strumentali di stampo psichedelico

Da Trondheim, città norvegese prossima al circolo polare, arrivano i Motorpsycho, una delle realtà del rock anni 90 più sorprendenti e allo stesso tempo meno conosciute al grande pubblico. Nei loro numerosissimi lavori in studio, e più ancora nei loro lunghi e aggressivi spettacoli dal vivo, i Motorpsycho dimostrano un eclettismo straordinario, e una capacità più unica che rara di fare propri gli insegnamenti dei loro disparati maestri (dagli Who ai Pink Floyd, dai Sonic Youth ai Dinosaur Jr.) rimescolandoli e aggiornandoli sempre con una buona dose di personalità.

Il nucleo originario, formato da Bent Saether (voce e basso) e Hans Magnus "Snah" Ryan (chitarra e voce), nasce sul finire degli anni Ottanta. Con il batterista Kjell Runar "Killer" Jenssen, i due scelgono il nome Motorpsycho dopo aver visto a Londra l'omonimo film di Russ Meyer ("'Mudhoney' e 'Faster Pussycat' li avevano già presi", commenteranno poi) e incidono un primo demo, stampato su un centinaio di cassette ("Maiden Voyage", 1990), equamente diviso tra heavy rock e psichedelica acustica lo-fi.

L'esordio vero e proprio avviene nel 1991 su Voices Of Wonder, con l'album Lobotomizer: un monolite pesantissimo a cavallo tra stoner, metal, grunge e hardcore. La voce è quasi sempre urlata e gutturale, i ritmi sono lenti e marziali, il sound è heavy e sporchissimo, complice anche una produzione non del tutto convincente. Le uniche tracce di diversa natura sono forse le più interessanti: la title track apre il disco tra chitarre acustiche, controcanti e violini scordati; "Hogwash" è un mammooth in pieno stile Seventies con un interminabile assolo alla (imprecisa) chitarra di Snah; "Frances" potrebbe essere un pezzo dei Dinosaur Jr., ruvido e veloce. Sono le prime avvisaglie della rivoluzione che di lì a poco compiranno i Motorpsycho, dapprima sostituendo "Killer" con il più smaliziato e creativo Hakon Gebhardt dietro i tamburi (i tre costituiranno l'inossidabile ossatura della band attraverso gli anni, circondandosi di volta in volta di collaboratori più o meno intimi, ma restando sempre i pilastri del gruppo), e poi dedicandosi al primo dell'interminabile serie di singoli ed extended che pubblicheranno nella loro carriera (una media di due o tre Ep per ogni album pubblicato, ciascuno con quattro o cinque inediti): 8 Soothing Songs For Ruth, in realtà fusione di due antecedenti lavori separati, Soothe e 3 Songs For Ruth, lascia intuire un'apertura verso lidi più melodici e al contempo sperimentali (la bellissima "Lighthouse Girl"). La conferma viene dal secondo Lp, un doppio dal titolo Demon Box, dove la band passa senza soluzione di continuità dall'agrodolce e ironica bucolicità country di "Waiting For The One" all'anthem "Nothing To Say", dal death-prog di "Feedtime" alla psichedelia west-coast di "Tuesday Morning", dall'indie rock di "Junior" all'hardcore di "Sunchild". Un calderone di influenze e sonorità disparate, forse anche troppo dispersivo, ma decisamente potente, anche grazie alla grinta dei tre musicisti che suppliscono a certe carenze tecniche (comunque mai troppo compromettenti) con il gusto, la personalità e la passione: Saether è un bassista molto "chitarristico", con uno stile che si rifà palesemente all'Entwhistle più aggressivo, andando spesso a riempire, con un suono molto pieno e sovente saturo e distorto, anche gli spazi che spetterebbero a una seconda chitarra, e vocalmente è capace di trovare soluzioni notevoli e su estensioni ragguardevoli, a dispetto di una preparazione tecnica piuttosto carente; Snah, pur non avendo una mano molto veloce, ha un gusto quasi gilmouriano nel cercare le note giuste in ogni occasione, ed è capace di lunghe improvvisazioni di stampo vagamente blueseggiante; Gebhardt, oltre a essere un ottimo suonatore di banjo, è un batterista preciso e fantasioso, e si ispira evidentemente alla scuola di Keith Moon, soprattutto per quanto riguarda i ritmi più violenti (non a caso i Motorpsycho suoneranno spesso, dal vivo, brani degli Who).

Demon Box viene premiato in Norvegia come miglior disco rock del 1993 e il nome del gruppo inizia a farsi conoscere anche oltre confine: l'approdo all'etichetta tedesca Stickman Records apre nuove possibilità, e i Motorpsycho iniziano a suonare a ripetizione in tutta Europa, diventando un'agguerrita macchina da concerti che nel corso degli anni raggiungerà livelli straordinari di intensità e potenza (nonché resistenza: i concerti durano spesso oltre le tre ore, e si susseguono giorno dopo giorno per intere settimane).

Il successivo lavoro di lunga durata, Timothy's Monster (1994), consacra i Motorpsycho come uno dei massimi nomi dell'underground europeo e accreditandoli come un gruppo, pur sempre di nicchia, ma con un appassionatissimo seguito. Il lavoro è un monumentale triplo album (doppio cd) diviso esplicitamente in due parti: la prima è composta da undici variopinte tracce che gravitano comunque intorno al pianeta indie rock, ora nelle sue espressioni più pop ("Trapdoor", "Now It's Time To Skate", "Wearing Yr Smell"), ora in quelle più psichedeliche ("Giftland", "Watersound", "Kill Some Day"), ora in ambiti più lo-fi e sperimentali ("A Shrug And A Fistful", "Feel"); la seconda consta di sole quattro canzoni, lunghe e strutturate, che vanno dall'heavy-prog psichedelico della potentissima "The Wheel" al death-industrial di "Grindstone", lambendo lidi riecheggianti la poetica di Nick Drake nell'acustica "Sungravy" e concludendosi nell'epica space-suite "The Golden Core", uno dei vertici massimi della produzione gruppo, dove i suoni di basso, chitarre, mellotron e marimba si fondono in un lento, apocalittico crescendo. Le atmosfere sono generalmente cupe o quantomeno malinconiche, anche quando la musica sembrerebbe a prima vista suggerire il contrario; la perizia strumentale dei tre migliora, la voce di Saether abbandona definitivamente i timbri troppo ruvidi, scegliendo una formula tendente allo slacker , il suono resta sporco ma si arricchisce di nuovi strumenti e timbriche.

Trascurando la produzione in formato Ep che, come si diceva, è davvero sterminata, la discografia ufficiale prosegue con Blissard (1996). Stavolta la band unisce istanze spiccatamente indie rock, Dinosaur Jr su tutti, con qualche reminiscenza new wave, dando vita a dieci tracce quasi tutte dai ritmi sostenuti (notevoli "The Nerve Tattoo", "S.T.G." con un finale atmosferico da brividi, e la ballata "Manmower", forte di riverberi Mercury Rev), rese accattivanti anche dalla produzione ancora vagamente lo-fi , che invece si sublimerà, a partire dai lavori successivi, in un suono precisissimo e potente, un wall of sound come pochi se ne sono sentiti nel mondo del rock anni 90. Ancora una volta è la malinconia a farla da padrona, e i testi di Saether (principale compositore del gruppo) si fanno via via più profondi, meditativi e fondamentalmente pessimisti, come si addice a ogni disco rock degli anni Novanta che si rispetti... E proprio l'album seguente, Angels And Daemons At Play del 1997, si può considerare a buon diritto una "summa" del rock indipendente della decade, nel suo coacervo di stili e direzioni musicali con unico comune denominatore le chitarre, sparate in faccia col loro suono caldo e grezzo, e la voce graffiante di Saether, alternata o fusa a quella più profonda, quasi wrightiana, di Snah, sommerse dal muro di decibel creati dal trio (che a partire da questa occasione inizia a espandere decisamente le competenze di ciascun musicista: i tre si cimentano su pianoforti, rhodes, mellotron, percussioni di ogni tipo, si scambiano chitarre e bassi, e ospitano violinisti, rumoristi e musicisti "concreti" rendendo il loro sound assolutamente unico e pienissimo). Straordinarie, nella tracklist, il fun-rock sincopato di "Walking On The Water", la sonic-youthiana "Pills, Powders And Passionplays", il perfetto pop rock chitarristico di "Starmelt/ Lovelight", il minimalismo lo-fi di "Stalemate"; e soprattutto la cavalcata psycho-space-noise di 13 minuti "Un Chien D'Espace", capolavoro e cavallo di battaglia della band in molti concerti a venire, nell'intermezzo strumentale del quale le chitarre si rincorrono inseguite da theremin, seghe, oscillatori e quant'altro. Disco cupo fin dall'artwork, nero e fumoso, Angels And Daemons è un tassello imperdibile nel mosaico del rock chitarristico a cavallo tra ricerca e fruibilità, e comprova definitivamente la maturazione del trio anche a livello di perizia strumentale.

La prolificità dei Motorpsycho è sbalorditiva: l'anno successivo il gruppo pubblica un altro doppio album - Trust Us - ed è l'ennesima lista di ottime canzoni, quando non di capolavori. Lavoro più compatto del precedente, prende come genere di riferimento uno space rock a metà strada tra i Seventies più heavy e quelli più psichedelici, con diversi brani di durata superiore agli otto minuti e lunghi crescendo strumentali a dipingere abissali affreschi di impressionismo sonoro. Da ricordare senz'altro "The Ocean In Her Eye", che unisce certi languori dei Radiohead a un suono confuso e siderale, che riecheggia gli Spacemen 3; "Vortex Surfer", anthem per eccellenza della band e pezzo di chiusura dei loro concerti negli anni seguenti, melodia struggente su un granitico wall of sound chitarristico; "Radiance Freq." e "Taifun", due piece in larga misura strumentali, di una potenza sonora e di una perfezione melodica davvero compiute; e, sul versante più pop-rock, le splendide "Hey Jane" e "Mantrick Muffin' Stomp". Un altro album davvero ad altissimo livello, dalle atmosfere liquide, ma di un liquido densissimo e variopinto, caldo e avvolgente anche nei suoi tratti più ruvidi.

Giunti qui, i tre sembrano sentire la necessità di cercare strade nuove, e abbandonano le distorsioni valvolari e le cascate di watt (non prima di aver dato alle stampe un live eccezionale dall'ironico titolo Roadwork vol.1 - Heavy Metall Iz A Poze, Hardt Rock Iz A Leifschteil, che documenta le loro capacità di improvvisazione e la potenza sonora raggiunta nei loro show) virando a 180 gradi verso un pop di matrice Sixties, fatto di chitarre acustiche, archi e fiati, dando anche il via a proficue collaborazioni con strumentisti classici o d'avanguardia, tra cui l'ensemble norvegese dei Jaga Jazzist: il risultato è un gioiellino di nove canzoni, Let Them Eat Cake (2000), che spiazza i fan storici con la sua aria da divertito (ed esplicito) omaggio ai "Fabolous Sixties" a cavallo tra Beatles, Pink Floyd acustici e Beach Boys. Ciò non toglie che "The Other Fool", "Upstaris/ Downstairs" e "My Best Friend" siano brani davvero bellissimi, arricchiti da arrangiamenti barocchi, ma mai eccessivamente pretenziosi e dal solito, sopraffino gusto melodico.

Dopo il mini-cd Barracuda, altro ironico omaggio stavolta ai Seventies dell'hard rock più stereotipato (basti guardare la foto all'interno del booklet, davvero divertente) con almeno però un paio di grandi brani, "Dr. Hoffmann's Bicycle" e "Heartbraker"; e dopo il secondo volume della serie Roadwork, dal sottotitolo The Motor Source Massacre, che propone un vecchio concerto del 1995 tenuto insieme ai The Source - un esperimento, invero solo parzialmente riuscito, di fondere l'allora ancora metalloso sound dei Motorpsycho all'avanguardia jazzistica - è la volta del meno felice Phanerothyme, del 2001: sembra che la band ci abbia preso troppo gusto col citazionismo, e stavolta i nove brani del disco si rifanno per lo più a un certo pop-rock vagamente progressivo dei primi anni settanta, tra Gentle Giant, citazioni doorsiane (l'assolo di "Go To California" è palesemente ricalcato dalla progressione di "Light My Fire") e una profusione di archi, flauti e ottoni stavolta un po' sopra le righe. La perizia strumentale e il gusto melodico ormai non si discutono più, ma sembra mancare quella voglia di esplorare e osare che aveva sempre caratterizzato i loro lavori. Lo stesso discorso si può fare per il successivo It's A Love Cult (2002), che, pur ritornando ad arrangiamenti più sobri, indugia spesso in citazioni gratuite al limite del plagio, stavolta avvicinandosi per lo più ad atmosfere Mid-Seventies ("Carousel" è davvero troppo simile a "The Rain Song" dei Led Zeppelin; l'iniziale "Uberwagner" prende di peso ritmiche kraut citando senza pudore i Neu!, mentre "Neverland" potrebbe essere una cover di qualche gruppo garage surf californiano di fine anni 60): l'estro e la creatività del trio vengono annacquate e sbiadite da una voglia, che sembrerebbe ormai fuori controllo, di dare sfoggio della propria cultura musicale, e di divertirsi impilando citazioni su citazioni in un gioco un po' sterile al "chi ci ricorda?". Il risultato è un'eccessiva pretenziosità nell'arricchire il suono più della sostanza, e trasforma questi ultimi dischi in perfetti artefatti pop rock, certamente però carenti di anima e passione.

Nel 2003, il mini album In The Fishtank, registrato negli studi dell'etichetta olandese Konkurrent insieme agli ormai inseparabili amici dei Jaga Jazzist, sembra tentare di correggere il tiro (anche se i brani registrati dai Motorpsycho sono tutti rivisitazioni di materiale di vecchia data) riportando la musica a una dimensione più immediata e godibile senza scadere in citazionismi fini a sé stessi.

Black Hole/Black Canvas (2006) è un album doppio in cui Bent Saether e Snah Ryan danno sfogo alla logorrea che, nel bene e nel male, ha sempre contraddistinto la loro carriera.
Pochi i brani davvero memorabili (il pop heavy di "In Our Tree" o "Hyena", le ballate di qualità superiore "The 29th Bulletin" e "Before the Flood"), più una serie di riempitivi di lusso, belli ma già sentiti, e non pochi passaggi a vuoto/plagi del vecchio repertorio (le cavalcate psichedeliche, la pop-song pesante, e via dicendo). Come se si trattasse, anziché di un album inedito, di una compilation di outtake, periodo 1994-2000. I fan affezionati della band troveranno più di un richiamo all'epoca di "Angels and Daemons at Play" nei pezzi pop che esplodono in frammenti space-prog ("Kill Devil Hills", "Triggerman"); riff heavy di epoca "Trust Us" (i tormentoni pentatonici di "Coalmine Pony" o "L.T.E.C.", per esempio); più di un richiamo all'elettricità di "Blissard" ("Sail On", "The Ace") o a certe cavalcate psych-pop dell'ultimo periodo.

Nel 2008 la band norvegese torna con Little Lucid Moments, quattro lunghi brani tra cui una suite in quattro movimenti, caratterizzati da lunghissime cavalcate, jamming, repentini cambi di registro e melodrammaticità quasi progressive.
Sin dai primi secondi della title track siamo aggrediti da una rullata e da un vortice di chitarre che imperversano per tutto il primo movimento, “Lawned”, gran dimostrazione di perizia, nei suoi continui saliscendi; una brevissima parentesi soffusa la separa da “A Hoof To The Head”, in cui rivivono le loro trascinanti cavalcate a basso spianato, accelerate fino all’impossibile. Conclusa questa parentesi, ecco un altro passaggio soft (con voce che più anni Settanta non si può) e altro (risparmiabile) vaneggio psych ad allungare il brodo, in vista dell’esplosione finale degli ultimissimi minuti (gli Hawkwind sono dietro l’angolo).
Un continuo cambio di scena è “Year Zero (A Damage Report)”, irresistibili la voce malinconica e gli intrecci di chitarra, ora eterei ora devastanti, solidissima la sezione ritmica, ma anche qui parte della durata è a vuoto. Dopo due episodi di gran spessore saltano all’occhio i punti deboli, come l’andamento singhiozzante di “She Left On The Sun Ship”, col suo schema piano/forte protratto per il suo (eccessivo) quarto d’ora di durata. Il contrasto tra la batosta hard-rock dell’incipit con un proseguimento all’insegna di una psichedelia tenue e acida è cosa da poco, per un gruppo che ha saputo fondere alla perfezione questi due elementi. La musica nel finale sfuma e ci troviamo catapultati nell’ultimo brano, “The Alchemyst”, che al contrario si sviluppa tutta in crescendo, dal suffuso avvio a bordate chitarristiche che culminano nel fragoroso assolo finale, con la batteria che delira (merito del nuovo acquisto, Kenneth Kapstad).
Questo è quanto possono dare i Motorpsycho nel 2008: musica fuori dal tempo e già sentita ma eseguita con fantasia e passione.

La band torna nel 2009 con un lavoro di difficile e inusualmente (per loro) lunga gestazione, scaturito da alcune registrazioni eseguite con Steve Albini negli studi Electrical Audio di Chicago, completate dopo qualche mese in un piccolo studio in terra norvegese.
Child Of The Future è il risultato di questo sforzo, un'opera che torna a mettere in mostra un bel suono granitico e impetuoso. Ai membri storici Hans Magnus Ryan e Bent Sæther, si affianca il batterista Kenneth Kapstad, ormai in pianta stabile nella line-up. Sull'album rischia di pesare la scelta di immettere sul mercato solo il formato in vinile, decisione che potrebbe provocarne una diffusione limitata.
Si veleggia fra divagazioni psichedeliche e muri di riff, con la band alla ricerca della melodie giuste. L'iniziale "The Ozzylot" e la title track sono possenti rock da stadio ripieni di riff assassini, ritmiche robuste, bassi granitici e virate melodiche. "Riding The Tiger", "Cornucopia" e "Mr. Victim" si caratterizzano come roventi cavalcate elettriche che colpiscono sin dal primo ascolto. "Whole Lotta Diana" rappresenta invece il consueto viaggio del trio di Trondheim nelle viscere di certo hard-rock molto seventies, basato su strutture complesse. L'unica pausa ci viene concessa con la rilassata "The Waiting Game", riempitivo scaturito probabilmente da tranquille registrazioni casalinghe.

A poche settimane di distanza dalla pubblicazione di "Child" ha fatto seguito un ulteriore nuovo disco del trio, Heavy Metal Fruit (2010), definito da Bent Sæther “la cosa più pesante che abbiamo fatto in 15 anni”. Un disco “massiccio”, che mostra qualche direzione più precisa, anche se la band ha il difetto di lasciarsi andare al fluire della musica, senza tenere conto dei rischi di una jam hard-psichedelica tirata un po’ per le lunghe.
Con gli special guest Mathias Eick alla tromba (Jaga Jazzist) e Hanne Hukkelberg alla voce, il disco affida a “Starhammer” il compito di definire le sue coordinate: sound potente e “metallico”, che si stempera in fraseggi ipnotici à-laDark Star” e che poi riprende quota, fino al colpo di coda lisergico. Sia l’urgenza enfatica di “X-3 (Knuckleheads in Space)” – con sprazzi di free-jazz nella parte centrale – che le propulsioni mastodontiche di “W.B.A.T.” fanno pensare a una qualsiasi band proto-metal in gita nello spazio.
Tutto già sentito e stra-digerito, ma fa sempre un certo effetto confrontarsi con le rovinose catastrofi interstellari di “The Bombpoof Roll And Beyond". Poi, però, bisogna fare i conti con la stucchevolezza fuori luogo della ballata “Close Your Eyes” e con il gran finale  di “Gulliver´s Travails Pt. I-IV”, capace di accentuare la vena progressiva del disco, ma anche di mettere in luce tutte le crepe di un’ispirazione piuttosto disidratata.

Passano due anni ed ecco la volta di The Death Defying Unicorn.
Inizialmente commissionata dal Molde International Jazzfestival per i festeggiamenti del suo cinquantesimo anniversario e poi riarrangiata e rifinita in un secondo momento, sotto la supervisione di Kåre Chr. Vestrheim (già co-produttore del disco precedente), l’”opera” (sembra più opportuno chiamarla così…) si apre con la danza da camera di "Out Of the Woods", tuffandosi dunque, senza soluzione di continuità, nelle traiettorie tumultuose di "The Hollow Lands", dove fiabesco e heaviness vanno di pari passo, fusi in un unico, solidissimo blocco psycho-prog.
Un insistito conciliabolo di fiati apre, invece, la più cadenzata e avventurosa "Through The Veil", cui s'innervano le spumeggianti orchestrazioni della Orchestra.
Il disco - cui collabora, tra gli altri, anche Ståle Storløkken dei Supersilent - presenta sicuramente momenti di un certo interesse, ma non è esente da sterili panoramiche strumentali che sono un po' croce e delizia di un lavoro che cerca di mantenersi in bilico tra evocatività e crudezza, fino a spezzare in due la sua anima, come mostra "Into The Gyre", la cui atmosfera prima viene riconvertita in fuga jazz-rock e poi risolta in misteriosa coda cosmica.
Del resto, l'ambizione può anche indirizzare verso soluzioni che rasentano la stucchevolezza (si ascoltino, per dire, l'invocazione magniloquente di "Oh Proteus - A Prayer" o le trame cameristiche in punta di piedi di "Sharks") o che fanno molto rumore per nulla (la rocciosa e hardelica "Mutiny", le cui trame di violino non possono non far pensare ai "voli" di Jean-Luc Ponty).
Tuttavia, pagine come quella di "La Lethe" (una lunga odissea di dannati che sembra rievocare alcune pagine della coppia Carla Bley/Paul Haines) o il trionfo Seventies-prog di "Into The Mystic" depongono decisamente a loro favore, per cui si può anche chiudere un occhio...

Il 16 aprile 2013 viene pubblicato Still Life With Eggplant che segna un ritorno verso certo hard-rock denso di psichedelia. Per l'occasione la formazione viene allargata ad un quarto elemento: il chitarrista Reine Fiske. L'album contiene cinque tracce, fra le quali "August", la personale rivisitazione di un pezzo dei Love.

Il 7 marzo 2014 esce Behind The Sun, nel quale i suoni vengono ulteriormente arricchiti dalla presenza degli Sheriffs Of Nothingness (un Grammy norvegese vinto nel 2007 come Best Contemporary Music Album), vale a dire Ole Henrik Moe e Kari Ronnejlev, i quali aggiungono voluminose speziature di archi nei rigogliosi arrangiamenti del disco.

Ottobre 2015: è tempo di ricorrenze. Per celebrare i 25 anni di attività viene pubblicato un libro biografico e la prima retrospettiva della band: Supersonic Scientists.

Here Be Monsters, pubblicato il 12 febbraio 2016, si apre con un pianoforte: un incipit inusuale per il trio norvegese che, per l’ennesima volta, si presenta al proprio pubblico con l’intento di escogitare evoluzioni stilistiche. Tali evoluzioni continuano a passare attraverso la scelta di preziosi collaboratori, e questa volta, al posto delle chitarre del “membro aggiunto” Reine Fiske, troviamo il tastierista Thomas Henriksen, determinante nel rendere l’atmosfera generale elegante e impregnata di melodia, come subito evidenziato dalla pinkfloydiana “Lacuna/Sunrise”, sontuosa prestazione che entra di diritto fra le migliori della recente discografia della band. Le tracce di Here Be Monsters sono state concepite per le celebrazioni del centenario di attività del Norwegian Technical Museum assieme a Stale Storlokken, musicista di estrazione jazz noto negli ambienti per le numerose collaborazioni; fra l’altro incrociò la strada con i Motorpsycho già in occasione di “The Death Defying Unicorn” nel 2012 e “En Konsert For Folk Fiest” nel 2015. Ma al momento di registrare i pezzi è stato Henriksen a manovrare i synth, e la sua mano si sente nella strumentale “Running With Scissors”, il trait d’union fra il classico sound dei Motorpsycho e qualcosa che in un certo qual modo richiama strutture prog e (a tratti) fusion, territori di frontiera già esplorati, ma mai in maniera così vivida.
La più canonica “I.M.S.” (Inner Mounting Shame) è l’immancabile imperiosa cavalcata elettrica, mentre “Spin, Spin, Spin” è una brillante ballata psych-folk elettro-acustica, con tanto d’intreccio di voci flower power style, scritta originariamente nel 1968 dal cantautore di colore Terry Callier per il secondo lavoro degli H.P. Lovecraft. “Big Black Dog” è la lunga traversata finale che si apre con sapori bucolici per poi slanciarsi verso i consueti scenari hard-psych, dove tornano ad emergere le mai sopite manie di gigantismo dei norvegesi, che troppo spesso si lasciano prendere la mano dal gusto per gli arrembaggi chilometrici. Raffinato, ma non privo di decisi graffi elettrici, Here Be Monsters ci mostra una formazione sempre iper attiva, alla costante ricerca di evoluzioni e contaminazioni, intenta di nuovo ad ampliare la propria varietà stilistica e mai chiusa onanisticamente in se stessa. Appurata una certa fruibilità del risultato finale, ci aspetteremmo da queste tracce l’occasione di riuscire a piacere (finalmente) anche a coloro che non hanno mai digerito troppo i Motorpsycho. Una cosa che in realtà torniamo ad augurarci quasi ad ogni loro nuovo album, e alla fine forse non ci dispiace neppure così tanto che questi signori continuino a restare un ricco patrimonio di pochi, nonostante oltre venticinque anni di dischi memorabili.

Contributi di Luca Fusari, Alessandro Nalon, Claudio Lancia ("Child Of The Future", "Still Life With Eggplant", "Behind The Sun", "Supersonic Scientists", "Here Be Monsters") e Francesco Nunziata ("Heavy Metal Fruit", "The Death Defying Unicorn")

Motorpsycho

Gli hardrocker psichedelici

di Emiliano Merlin

Sperimentatori di spericolate fusioni tra generi, i norvegesi Motorpsycho hanno messo in luce una peculiare attitudine nel combinare sonorità "pesanti", con virtuosistiche divagazioni strumentali di stampo psichedelico
Motorpsycho
Discografia
 Lobotomizer (VOW, 1991)

5

 8 Soothing Songs For Ruth (VOW, 1991)

6

 Demon Box (VOW, 1993)

7

Timothy's Monster (Bird Cage, 1994)

8

 Blissard (Bird Cage, 1996)

7

Angels And Daemons At Play (Columbia, 1997)

7,5

Trust Us (Columbia, 1998)

8

Roadwork vol.1 (Stickman, 1999)

7,5

 Let Them Eat Cake (Columbia, 2000)

7

 Roadwork vol. 2 (Stickman, 2000)

5

 Barracuda (Stickman, 2001)

6

 Phanerothyme (Columbia, 2001)

6,5

 It's A Love Cult (Stickman, 2002)

6

 In The Fishtank (Fish, 2003)

6

 Black Hole/Black Canvas (Stickman, 2006)

6

 Little Lucid Moments (Rune Grammofon, 2008)

6,5

Child Of The Future (Rune Grammofon, 2009)7
 Heavy Metal Fruit (Rune Grammofon, 2010)6
 The Death Defying Unicorn (Rune Grammofon, 2012)  6.5
Still Life With Eggplant (Stickman, 2013)
 Behind The Sun (Stickman, 2014)
 The Motorpnakotic Fragments (Stickman, 2014)6
 Supersonic Scientists (raccolta, Stickman, 2015)7
 Here Be Monsters (Stickman, 2016) 7
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Here Be Monsters

(2016 - Stickman)
Prosegue senza cedimenti l'enciclopedica saga psych-rock del trio norvegese

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(2015 - Stickman)
Doppia retrospettiva per festeggiare il traguardo dei 25 anni di attività

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Ennesimo superbo lavoro per la band norvegese, al traguardo dei 25 anni di attività

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(2009 - Rune Grammofon)
Un lavoro pubblicato soltanto su vinile per festeggiare i vent'anni di attività della band ..

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(2008 - Rune Grammofon)
Torna il gruppo norvegese, tra psichedelia pesante e avventurose jam

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La truppa motorpsichedelica si cimenta in un album doppio

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(2002 - Stickman)

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