Spacemen 3

Il suono della confusione

di Francesco Asti

Fautori di una musica capace di far coesistere dissonanze e slanci melodici, muri di suono e deliqui psichedelici, gli Spacemen 3 hanno anticipato di qualche anno le varie riscoperte, le direzioni, i suoni della scena musicale nell'ultimo decennio del secolo. Ecco la loro storia, un lungo trip nei recessi più oscuri della mente
Ci sono band quasi ignorate mentre sono in vita, ma che tracciano un profondo solco col loro passaggio. Segnavia verso sentieri che altri musicisti poi percorrono. Gli Spacemen 3 sono state una di quelle realtà che hanno lasciato una di queste scie dietro di sé. Il loro modo di suonare è sempre fluito come una corrente sotterranea che, via via, ha incontrato e alimentato torrenti, fiumiciattoli, fiumi. Più o meno pervasi da tutto quello che sarebbe venuto fuori in ambito rock negli anni 90, gli Spacemen hanno anticipato di qualche anno le varie riscoperte, le direzioni, i suoni, certe attitudini, di quella che sarà la scena musicale nell'ultimo decennio del secolo.
Non è dato sapere esattamente in che misura, ma il loro precorrere i tempi dipende da due motivi. Il primo consiste nel fatto di aver mostrato una via che parte del rock successivo ha poi seguito. Il secondo è una rilettura, in chiave nuova e personale, di tutto quello che li ha preceduti. Cifra più significativa del loro universo, e peculiarità degli anni a loro successivi. A partire dai 90, la musica più che andare avanti per rivoluzioni o progressi, si forma a partire da elementi ripresi da tutta la storia passata, combinati in maniera differente e commisti con altri generi. In questo, i tre Astronauti, hanno saputo offrire un'importante lezione. Divorata e rimescolata, la musica dei decenni passati è poi sgorgata come un suono diverso e personalissimo. Tutta la loro opera è disseminata di cover, di citazioni di canzoni altrui più o meno velate: frammenti di composizioni "altre" su cui poi hanno costruito il proprio timbro.

Sound of confusion
, il suono della confusione: definizione che da sola potrebbe bastare per spiegare tutto l'universo Spacemen 3. Fortemente imbevuti di droghe, ripercorrono la strada della psichedelia per farne una formula stilistica non più votata a un viaggio verso lo spazio esterno, ma che sprofondi dentro un universo interiore. Cosmo in cui i sensi vengono annebbiati, lasciati fluttuare alla deriva, in attesa di uno spiraglio per uscire. Un'uscita non più per farsi tutt'uno con il mondo, ma per fuggire dai propri problemi, dall'orrore che si prova. Una musica che mira quasi più a essere curativa, a trascendere il mondo per avvicinarsi a Dio e alla salvezza (come negli spiritual e nel gospel).

 

Cambia l'uso delle sostanze: dagli acidi si passa all'eroina. Se i primi aprono a visioni strambe e liquide, la seconda lascia più che altro apatici, narcotizzati. Non a caso, gli Spacemen 3 verranno inseriti in quel calderone shoegaze che come caratteristica comune aveva solo il fatto che i musicisti si guardavano le scarpe mentre suonavano, atteggiamento alquanto disinteressato e volto all'introversione. L'effetto del viaggio nei recessi interiori, perseguito dalla band, viene raggiunto per una via che deve tanto alle reiterazioni minimaliste quanto all'uso di feedback. Nei pezzi più sporchi e tirati questi due elementi riescono a unirsi perfettamente per creare una sorta di raga-trance di natura rumorista. Ciò che riesce a far coesistere rumore e minimalismo è il tentativo di creare una monotonia ipnotica che alteri lo stato di coscienza per mezzo della ripetizione. Questo risultato è raggiunto sia quando i suoni sono scarni e spogli, sia quando i pezzi divengono molto più noise. In entrambi i casi è la perpetuazione costante di una singola nota, o di un singolo feedback, su cui poi si innestano micro-variazioni, a creare questo effetto.
Impercettibili dettagli e rimandi producono i cambiamenti nelle strutture melodiche, l'ascolto si focalizza tutto nel percepire queste alterzioni infinitesimali, ma, così facendo, viene imbrigliato, anche, dall'ipnotica ripetizione di una linea. Un procedimento che Kember definisce "minimalismo che è massimalismo".

Spacemen3 - Jason PierceFormatisi a Rugby, in Inghilterra, nel 1982 dall'incontro di Jason Pierce e Peter "Sonic Boom" Kember (gli unici veri due membri della band) si guadagnano subito un certo seguito con concerti composti di wall of sound e dalla lunghezza inusitata (per l'epoca). Perché una casa discografica (la Glass) si decida a metterli sotto contratto, tuttavia, bisognerà attendere fino al 1986.
Uscito nel giugno '86, Sound Of Confusion è il primo segnale di vita discografica degli Spacemen 3. Oltre ai due sopraccitati membri, della band fanno parte il bassista Pete "Bassman" Bain (presente nei primi due album) e il batterista Natty Brooker (anche lui poi sostituito).
L'album è ancora abbastanza grezzo ed è più monocromatico rispetto ai successivi lavori, ma contiene in sé molti fattori che faranno la fortuna dei due dischi seguenti. Ispirato solo in parte (troppo peso spesso si dà alla loro influenza) alle distorsioni dei Jesus and Mary Chain, Sound Of Confusion è caratterizzato per lo più da pezzi psichedelici per chitarre in dissonanza. Se a tutta prima questo elemento può non apparire una gran novità , in realtà è da sottolineare che i feedback più che essere prodotti e sovrapposti per creare stratificazioni, sono reiterati e si giocano tutti sulla ripetizione, così da creare un effetto di trance, più che rumore d'assalto.
Niente di straordinariamente innovativo, ma si tratta pur sempre di un contenitore di ottime canzoni. Interessante notare come siano contenute tre cover ("Rollercoaster" dei 13th Floor Elevator, "Just One Time" di Juicy Lucy, qui intitolata "Mary Anne", e "Little Doll" degli Stooges) trasfigurate sotto il marchio Spacemen 3, già dichiarazione di intenti a mostrare da dove si proviene e verso dove si vuole andare. Un sibilo di un drone cresce fino a che divampa il fuoco di "Losing Touch With My Mind", un baccanale sonico che porta già in sé l'impronta di una canzone classica del gruppo. "Hey Man" mostra come anche l'influenza della musica nera americana non sia del tutto assente dal background del gruppo: costruita tutta su un giro di basso e una chitarra in tremolo, porta su territori al confine con la musica religiosa con quel "Hey Man" recitato in modo da renderlo assonante a un "Amen" lasciato lievitare in cerca del cielo. Se si poteva immaginare il decollo verso un viaggio celeste, "Rollercoaster" ci riporta subito con i piedi ben per terra: epurata dalle acidità garage texane di Roky Ericksson e soci, rallentata e trasformata in una letargica cavalcata psych-noise, assomiglia ora più a un incubo ossessivo che a un sogno lisergico. "Mary Anne" copre la liquidità dell'originale con un drone assordante (che rimarrà di sottofondo a tutta la canzone) e indurisce le atmosfere oniriche con chitarre sporche e un canto mono-tono dall'aria strafottente. "Little Doll" mantiene l'andamento del pezzo di Iggy e compagni, ma ne azzera l'irruenza punk affogandola sotto un risuonare di feedback; i riff selvaggi degli Stooges vengono sedati e privati della loro carica animalesca, così come la batteria martellante che rallenta e placa la sua foga.

"2:35" è un blues sporco che spesso sconfina in territori noise. Questi ottengono, in fine, il sopravvento in "O.D. Catastrophe", con cui si conclude l'album. Esplode in tutta la sua ruvidità il sound of confusion: una baraonda furiosa, trionfante di distorsioni ripetute su un battito quasi motorik. Un suono a tratti al limite dell'udibile, che colpisce e disorienta anche per i suoi ritmi rallentati, oltre che per lo smarrimento generato dal muro di distorsioni.

Ancora grezza, ma buonissima prova, Sound Of Confusion racchiude in sé l'anima più garage e aspra degli Spacemen 3, sebbene sia una rudezza levigata e, già, annebbiata.


Nel novembre dell'86 esce l'Ep Walking With Jesus. Contiene solo tre pezzi, ma la durata complessiva si avvicina alla mezz'ora. Il pezzo omonimo riprende le distorsioni fuzz precedenti, velocizzandone leggermente i giri. In "Feel So Good" i tempi si dilatano e divengono quasi soporiferi, fluttuando tra un canto quantomai etereo e strumenti suonati per produrre silenzio. Questo è il primo segnale della svolta che intraprenderanno a breve. Entrambe queste due canzoni verranno poi riprese nell'album seguente e, soprattutto "Walking With Jesus", radicalmente cambiate. Tra le due tracce si situa una versione live di "Rollercoaster", della durata di 17 minuti, ancora più incontrollata e free di quella apparsa su Sound Of Confusion e, probabilmente, anche la versione migliore in assoluto.

Spacemen3Nel luglio del 1987 esce l'altro Ep Transparent Radiation a precedere di poco il secondo album ufficiale della band, The Perfect Prescription, uno dei due vertici della loro produzione e anche il loro lavoro più conosciuto. È un concept molto sui generis: non legato da alcun filo narrativo, ma costituito dalle varie fasi di un trip di narcotico. Il sound evolve radicalmente: gli assalti a colpi di sfuriate garage si fanno più rari e evanescenti. Una fitta nebbia dronica si posa a confondere e appannare la vista. Immersi in vapori in cui i sensi si offuscano e i movimenti si fanno indolenti, i ritmi rallentano, ovattati da atmosfere più prossime allo stallo che al movimento. L'ago entra in vena, l'euforia scorre insieme alla droga che entra in circolo.
"Take Me To The Other Side" è una trance rumorisitca carica di energia, disegnata da una chitarra in loop sullo sfondo e un'altra impegnata ad affrescare un minimalismo rumorista. La testa si fa più leggera, la visuale comincia ad annebbiarsi. "Walking With Jesus" rallenta i giri, sorretta da due note d'organo reiterate e una chitarra acustica, diluisce l'assalto iniziale in un fumo pischedelico. "Ode To Street Hassle" è un blues al rallentatore, che poggia il cantato di Lou Reed su un tappeto intessuto su un tema reiterato all'infinito. Ormai si è dentro al viaggio, dispersi, a fluttuare in quel vuoto pneumatico che è l'accoppiata "Ecstasy Simphony"-"Transparent Radiation", quest' ultima direttamente da casa Red Crayola: avvolta da droni di violino, poche note di chitarra e una voce quanto mai lontana e ovattata, raggiunge la deriva di certo ambient isolazionista.
"Feel So Good" è un altro blues fatto di due accordi a cui si aggiunge una flebile tromba a risuonare in lontananza. Gli effetti delle droghe si affievoliscono, si inizia a uscire dallo stato catatonico che, piano piano, dirada verso una fase di confusione. Questo è "Things'll Never Be The Same": un delirio, indotto per via di feedback, che ruota in un vortice di puro rumore. Se il viaggio sembrava prossimo alla fine però, ci si ritrova a ridiscendere lentamente in esso in "Come Down Easy", altra ballata psichedelica minimalista. Il trip raggiunge definitivamente il punto di non ritorno inoltrandosi in "Call The Doctor", dove schizzi impressionistici di chitarre, e un canto privo di forze, abbandonano il corpo e lo spirito alla deriva. Tracollo della speranza che invoca ormai solo la chiamata di un dottore, o perché si è prossimi alla fine o perché si ha bisogno di un'altra perfect prescription. Si completa così la ricetta perfetta: un rimedio curativo creato da un miscela di droghe, trance ipnotiche e perdita di sensi.
Nonostante il disco possa dirsi chiuso qui, è impossibile stilare una tracklist definitiva, a causa delle varie ristampe che sono andate ad aggiungere sempre pezzi presi da Ep e singoli del periodo. Tra tutte le aggiunte che si si possono trovare, da segnalare, quantomeno, sono "Starship" (cover degli Mc5), e "That's Just Fine", un blues essenziale e ipnotico.

Nel luglio dell''88 esce il live Performance, registrato nel febbraio ad Amsterdam. Presenta la vena più selvaggia e rumorista del gruppo, aspetto che nei loro concerti prediligeranno sempre di più in confronto a quanto fatto su disco. A dominare su tutto sono le distorsioni noise delle chitarre, che seppelliscono letteralmente tanto la sezione ritmica quanto il cantato. Ci si trovano tutti i loro classici (si possono ormai definire così anche le cover): da "Things'll Never Be The Same" a "Take Me To The Other Side", "Rollercoaster", "Walkin' With Jesus".

Esattamente un anno dopo (febbraio 1989), approdata alla nuova label Fire, la band fa uscire la sua terza fatica discografica: Playing With Fire, che raggiunge il primo posto nelle classifiche indipendenti inglesi. L'armonia tra i due leader sta iniziando a incrinarsi, infatti resta solo un pezzo a firma comune, gli altri sono siglati ora da Kember ora da Pierce. Il suono si fa ancora più rarefatto, la già scarsa presenza di percussioni si fa quasi del tutto assente e, a sorreggere le canzoni, son sempre più cicli di note ripetuti che, ora, trovano anche nelle tastiere un elemento in più per creare le atmosfere. La psichedelia diviene definitivamente minimale, incorporea, trascendente, sia nei pezzi più calmi e soft che, ormai, anche in quelli più esplosivi e fragorosi.
Gli Spacemen 3 costruiscono canzoni su melodie inesistenti. Hanno portato ancora più in la diradazione della loro musica. Ora rimane solo una nuvola sonora su cui, poi, sono poggiate le voci e i testi. Un procedimento che può spingersi ancora più in là, fino a eliminare del tutto la parola, ma che il gruppo ha fermato ancora entro i confini della linguisticità (testimonianze dei risultati a cui sarebbero potuti giungere non fermandosi lungo questa via si trovano nel postumo Dreamweapon). Ad altri toccherà il compito di riprendere questa strada interrotta e di portarla avanti.
La prima parte dell'album è composta tutta di queste sonorità impalpabili e atmosferiche. "Honey" è la melodia di una canzone d'amore che va alla deriva riflettendosi sui riverberi degli strumenti. In "Come Down Softly To My Soul" il canto di Pierce si fa etereo come la linea di chitarre e le arie di violino. "How Does It Feel?" è il pezzo più minimalista dell'album, strutturato sull'intarsio di una chitarra che ripete lo stesso riff all'infinito e una breve melodia prodotta da un'altra: ruota su se stessa senza una direzione per tutti i suoi otto minuti. Cresce lentamente ma non deflagra mai. "I Believe It" è un canto corale fatto da una voce sola su un tema d' organo, che nel finale assume un incedere incalzante (per lo standard a cui ci hanno abituati, per lo meno). Il passo leggermente accelerato della coda aumenta di molto i giri con "Revolution" che riporta i wall of sound sulla scena: un singolo accordo di chitarra, sostenuto da un drumming primitivo e la voce rabbiosa di Kember, questa è la loro rivoluzione.
"Let Me Down Gently" ritorna nelle atmosfere evanescenti della prima parte dell'album, sfumando in dissolvenza i già precari contorni del pezzo. Una preghiera sussurrata su un tappeto sonoro appena accennato, è "So Hot": musica gospel di una comunità a cui viene distribuita eroina al posto delle ostie. Il clima del disco è nuovamente lacerato dall'assalto rumorista di "Suicide" (chiaro omaggio al duo newyorkese), un martellamento costante che travolge l'ascoltatore tra droni di feedback, organo e batteria. Lungo questi 11 minuti viene toccato il climax orgiastico dell'album. Quasi a pentirsi dell'inferno creato, o posta ironicamente per chiedere se nemmeno ora il Signore è in ascolto, viene l'invocazione di "Lord, Can You Here Me?" che sposa definitivamente la psichedelia con la musica gospel.
Nella release originaria il disco si concluderebbe qui, ma la ristampa in cd del 1994 da parte della Taang porta nel lotto altri quattro pezzi di rilievo (presenti anche in quasi tutte le ristampe successive). Il primo è una versione live di "Suicide", ancora più selvaggia e nebulosa di quella in studio, così come dal vivo è il seguente "Repeter (How Does It Feel?)" che riveste di maggior energia l'"How Does It Feel?" ascoltata prima. Le novità sono "Che", una cover del tutto irriconoscibile del pezzo dei Suicide, e "May The Circle Be Unbroken", un traditional che, pur risentendo dei vapori Spacemen, rimane abbastanza anonimo.

Tra i vertici massimi della ditta Pierce-Kember, Playing With Fire consegna agli anni 90 due delle sue due più importanti correnti: un rock spoglio, ai confini quasi con l'ambient, in cui è l'atmosfera a prevalere sulla melodia; e un viaggio psichedelico ormai indotto per ipnosi attraverso reiterazioni, riverberi dissonanti e muri di feedback (i Bardo Pond e molte band di noise/drone psichedelico impareranno da qui).
Nel frattempo, le strade dei due leader si iniziano ad allontanare: tra l'uscita di Playing With Fire e il disco successivo, entrambi escono con produzioni proprie, del tutto distaccate dagli Spacemen 3. Jason Pierce realizza un singolo con gli Spiritualized, mentre Peter "Sonic Boom" Kember registra il suo primo album da solista con il moniker Spectrum.

Spacemen 3 - Peter Ormai in rotta totale, "Sonic Boom" e Jason Pierce nel '91 concludono la loro avventura insieme con l'album Recurring. A dir la verità, pur mantenendo la sigla Spacemen 3, questo è un disco diviso equamente a metà. La prima parte contiene solo pezzi di "Boom", la seconda quelli di Pierce. I due non si sono mai incontrati durante le registrazioni e ognuno ha realizzato le proprie composizioni senza il minimo intervento dell'altro. La prima parte dell'album sposta la trance degli altri dischi verso ballabili da discoteca e melodie pop. "Big City" sposa batterie elettroniche e tastiere alla Kraftwerk creando un pezzo techno al rallentatore, i bpm girano più su velocità dub che dance. "Just To See You Smile" riprende le sonorità di una "Honey" immergendole in una quiete fiabesca. "I Love You" è una canzone d'amore pop nella più classica delle formule.
"Set Me Free, I've Got The Key" è un incontro tra una perfetta armonia pop in stile Beatles-Beach Boys e un drone pulsante. "Why Couldn't I See" riporta sulla scena l'elettronica, ibridando una struttura tipica degli Spacemen 3 con degli algidi sintetizzatori.
Il primo lato è poco riuscito, frammentario e non a fuoco. Sembra più un quaderno di appunti che un lavoro propriamente finito. La seconda parte è migliore. Riprende maggiormente il clima dei dischi precedenti, portandolo ancor più verso preghiere mistiche. Questa è la via che Pierce porterà avanti ampiamente poi con i suoi Spiritualized, e di cui, qui, si intravede già l'imbocco. È il caso di "Feel So Sad", dove Pierce dà totalmente sfogo, per la prima volta, alla sua idea di gospedelia, ponendo un coro su un tappeto sonoro minimale. "Hypnotized" allarga di molto lo spettro musicale, creando un soul orchestrale con organi da chiesa e una sezione di fiati. "Sometimes" è un blues spoglio e narcolettico. "Feelin' Just Fine (Head Full Of Shit)" continua sulla scia di un soul lasciato diradarsi tra riverberi estatici. "Billy Whizz/Blue 1" torna su lidi prossimi ai blues minimali, presenti in The Perfect Prescription, dilatandoli ancora più verso l'ambient.
Nel complesso, un commiato non all'altezza di quanto realizzato in precedenza dagli Spacemen 3. Più importante, sia per Pierce che per Boom, per sperimentare soluzioni da proseguire nelle loro carriere future, che per continuare il percorso della band. Di fatto è nel 1990 (prima dell'uscita di Recurring) che gli Spacemen 3 si sciolgono definitivamente.

I due leader si separano con rancori e dissapori tuttora non sopiti, lasciando intuire che una reunion, anche al solo scopo economico, sarà molto difficile. Intanto le loro strade proseguono. Quella di Jason Pierce, con maggior successo, negli Spiritualized porta avanti il tentativo di far convivere musica di provenienza religiosa col rock psichedelico. "Sonic Boom" intraprende vari progetti, sia da solista sia sulla via della sperimentazione musicale con gli Experimental Audio Reserach.

A seguito della definitiva rottura, con gli anni si sono susseguiti bootleg, album non ufficiali, raccolte, che sono andate ad alimentare in modo incatalogabile le uscite a nome Spacemen 3, tanto che è quasi impossibile stilare una vera e propria discografia di uscite non ufficiali.
Immancabile è però almeno il live Dreamweapon: An Evening Of Contemporary Sitar Music, probabilmente quanto di più avanguardistico abbia fatto la band. Prima delle release non ufficiali del gruppo, è anche uno degli apici della sua intera opera (ufficiale e non). Registrato dal vivo al Waterman's Art Center di Brentford nel 1988, il disco contiene tre lunghi brani, per una durata complessiva di 70 minuti. L'idea dell'alterazione di coscienza attraverso la ipnosi per monotonia raggiunge il suo compimento massimo. Tutte giocate su reiterazioni ininterrotte di brevi giri di note (per lo più tratte da pezzi del loro repertorio) e variazioni minime ripetute all'infinito, le tre composizioni annientano le difese dell'ascoltatore con la noia, per poi essere libere di portarlo in un profondo stato di trance. Il pezzo emblematico è il primo, "An Evening Of Contemporary Sitar Music", che è in pratica un incessante circolo di 44 minuti costruito intorno ai temi di "Honey" e "How Does It Feel?" mandati in delay.

La proliferazione di pubblicazioni non ufficiali ha aumentato ancora di più il culto degli Spacemen 3 e ha permesso una più larga diffusione della loro musica. Tutto questo, d'altro canto, ha fatto sì che una precisa ricerca filologica sia oggi ancora più difficile, se non impossibile.

Spacemen 3

Il suono della confusione

di Francesco Asti

Fautori di una musica capace di far coesistere dissonanze e slanci melodici, muri di suono e deliqui psichedelici, gli Spacemen 3 hanno anticipato di qualche anno le varie riscoperte, le direzioni, i suoni della scena musicale nell'ultimo decennio del secolo. Ecco la loro storia, un lungo trip nei recessi più oscuri della mente
Spacemen 3
Discografia
Sound Of Confusion (Glass, 1986 - Fire, 1989 - Taang, 1994)

7

 Walkin' With Jesus (Ep, Glass,1986)

 

 Transparent Radiation (Ep, Glass,1987)

 

 Take Me To The Other Side (Ep, Glass, 1987)

 

The Perfect Prescription (Glass, 1987 - Genius, 1988 - Taang, 1996)

8

 Performance (live, Glass,1988)

7

Playing With Fire (Fire, 1988 - Bomp, 1989 - Taang, 1994)

8

 Taking Drugs To Make Music To Take Drugs To (Father Yod Production, 1990 - Bomp, 1994) 
Dreamweapon (Fierce, 1990 - Sympathy, 1993 - Space Age, 1995)

8

 

Recurring (Dedicated, 1991 - Space Age, 2004)

6,5

 Translucent Flashbacks - The Singles (antologia, Taang, 1995)

 

 Forged Prescriptions (antologia di rarità, Space Age Recordings, 2003)

 

 

DJ Tones (antologia di rarità, Space Age Recordings, 2008)

 

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