Dirty Projectors

The Getty Address

2005 (Western Vinyl) | glitch-opera

Dirty Projectors è il moniker dietro cui si cela Dave Longstreth, ventiduenne del Connecticut con già due, intriganti seppur incompleti e irrisolti, album alle spalle. Autore dalla personalità spiccata ma sinora ancora non definita a pieno, è uno dei papabili esponenti di quella (pseudo)corrente che passa attraverso Khonnor e che cerca di aggiornare verso nuove strade il cantautorato. Il suo ambiziosissimo terzo album, "The Getty Address", inizia a mettere le cose pesantemente a fuoco.

Il disco è stato presentato come una "glitch opera": una definizione già difficile da intendere e da prendere con le molle, in quanto in realtà i due termini sono sì configurabili come parte del lavoro, ma sicuramente non sono l'unica e non vanno intesi nella loro pienezza. In pratica, "The Getty Address" segue una strada nuova e di difficile catalogazione in cui vengono a convogliare manipolazioni digitali, partiture orchestrali, fiati e percussioni (cristalli) di ogni tipo, un pressoché onnipresente coro femminile e la voce principale (non eccezionale ma adatta), dal sapore buckleyano (figlio, non padre), appartentente allo stesso Longstreth. Il tutto viene destrutturato e ricostruito con sapienza e creatività collocando il risultato finale in un territorio che della forma-canzone presenta solo qualche reminescenza.

"I Sit on the Ridge at Dusk" presenta subito tutti gli elementi: una partitura orchestrale fatta di fiati obliqui, coro femminile e percussionismo fantasioso e invasivo apre il pezzo, prima di lasciar spazio alla melodia rilassata intonata da Longstreth e cambiar forma sullo sfondo. Basta ascoltare questo brano, buono ma non il migliore, per comprendere la forma concreta dell'impasto. Si comincia a saggiarne invece la consistenza e l'ottimo sapore con "Warholian Wigs": cristalli e tamburi in primo piano, fiati (in alternanza gravi o sbarazzini) in sovrapposizione, la linea melodica del canto che è un racconto dal sapore bjorkiano, interrotto con frequenza da un ripetuto giro di chitarra classica luccicosa. "I Will Truck", invece, aggiunge maracas e battiti di mani, i fiati assumono un tono più impertinente e la chitarra conduce la linea cardine: è il brano in cui la mistura degli elementi usati raggiunge il maggior grado di naturalezza, senza per questo dover sembrare coeso.
I beat, umani e digitali, sono invece il valore aggiunto di "Not Having Found", che pure presenta al suo interno una tenera vignetta pastorale di flauto. Forse il miglior brano in assoluto è però "Tour Along the Potomac": spadroneggiano le (perfette) percussioni in formazione allargata, il sax accompagna una delicatissima melodia da viaggio, con un tema da cinema in bianco e nero a inserirsi negli spazi vuoti a metà brano.

Nel vasto campionario degli strumenti utilizzati si segnalano in ultimo i violini tesi di "Time Birthed Spilled Blood", in cui il ruolo di principale è affidato a una voce femminile. Non resta che parlare delle variazioni a tema: il breve e dolce passaggio di "But in the Headlights", il brano meno prodotto, dove la sostanza è costituita da voce e fiati, e la parentesi onirica del duo "D. Henley's Dream" e "Gilt Gold Scabs", in cui le percussioni spariscono o quasi e la veste orchestrale fa prender corpo ai fantasmi.

Disco ostico e fascinoso, "The Getty Address" può vantare una forma personalissima e si propone come uno dei lavori più "nuovi" usciti quest'anno. In più, almeno a detta di chi scrive, riesce a tradurre le ottime idee in musica di livello. Resta una pecca, ovvero qualche brano che non pare riuscire a esprimere a pieno le sue potenzialità e il fatto che, invero, lo stesso potrebbe dirsi dell'intera formula musicale proposta (il che paradossalmente è un bene in chiave futura). Trattasi comunque di rimprovero che vien fatto a un disco sicuramente non perfetto, ma di qualità: di un peccato veniale, dunque, che in tutta onestà non mi sento neanche di rinfacciare più di tanto.

(14/06/2012)

  • Tracklist
  1. I Sit On The Ridge At Dusk
  2. But In The Headlights
  3. Warholian Wigs
  4. I Will Truck
  5. D. Henley's Dream
  6. Gilt Gold Scabs
  7. Ponds & Puddles
  8. Not Having Found
  9. Tour Along The Potomac
  10. Jolly Jolly Jolly Ego
  11. Time Birthed Spilled Blood
  12. Drilling Profitably
  13. Finche's Song At Oceanic Parking Lot
Dirty Projectors su OndaRock
Recensioni

DIRTY PROJECTORS

Lamp Lit Prose

(2018 - Domino)

L’art-pop sfuggente di David Longstreth è di nuovo giocoso ed estroverso

DIRTY PROJECTORS

Dirty Projectors

(2017 - Domino Records)
La discesa negli inferi sentimentali sposta l'asse sonoro di Longstreth verso l'R&B

DIRTY PROJECTORS

Swing Lo Magellan

(2012 - Domino)
La sfida dei Dirty Projectors al pop d'autore, tra raffinatezze in salsa agrodolce e beffarde liturgie ..

DIRTY PROJECTORS

Bitte Orca

(2009 - Domino)
I Dirty Projectors applicano i teoremi di Captain Beefheart al pop con risultati eccellenti

DIRTY PROJECTORS

Rise Above

(2007 - Dead Oceans)
L'amore impossibile di punk e orchestra, all'insegna della decostruzione

News
Dirty Projectors on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.