Vinicio Capossela

Ovunque Proteggi

2006 (Warner / Cgd) | songwriter

Raggiunto con "Canzoni a manovella" l'apice di una carriera che lo ha consacrato come miglior cantautore italiano della sua generazione, Vinicio Capossela era atteso al varco. I rischi di ingordigia da successo e di conseguenti cadute a precipizio erano altissimi. E lui, saggiamente, si è preso una lunga pausa. Ha acconsentito controvoglia a spezzare il silenzio con una raccolta ("L'indispensabile"), tanto per non far indispettire i discografici ("se proprio un'antologia deve uscire, meglio che sia da vivi...", disse in quell'occasione), riuscendo comunque a piazzare un gioiellino come la cover à-la Calexico di "Si è spento il sole", una vecchia hit di Celentano. E nel frattempo ha proseguito la sua ubriacante attività live in giro per piazze e teatri. C'era dunque una febbrile attesa attorno all'uscita di "Ovunque proteggi", primo album di inediti in sei anni. Un'attesa scandita dal tam tam dei forum e dei fan-club, ma anche dalla curiosità di una critica che aveva osannato in coro "Canzoni a manovella".

Per celebrare l'evento, il quarantenne italiano di Hannover ha voluto passare anche in cabina di produzione e si è circondato di un supercast, con musicisti come Mario Brunello (violoncello), Roy Paci (tromba), il newyorkese Marc Ribot (chitarre), Stefano Nanni (piano), Ares Tavolazzi (ex-Area) al contrabbasso e Gak Sato all'elettronica. Il circo di mastro Vinicio, dunque, riapre i battenti, e lo fa "Dalla parte di Spessotto" (niente a che vedere con terzini della Juve, bensì un inno all'infanzia vissuta da "loser"). Titolo bizzarro per un singolo che rinnova il motteggiare farsesco di "Canzoni a manovella", con un testo - tanto per cambiare - esilarante: si discetta "dell'acqua riusata nella vaschetta", di quelli "appena nati dalla parte di sotto... col grembiule senza il fiocco" e di quando si può restare "abbagliati dalla balena nella pancia della falena"... Capossela gigioneggia da par suo tra ritmi saltellanti e divertissement vari (e con più di un ammiccamento al Waits di "Singapore"). Sembra quasi un'altra "canzone a manovella", ma affiorano anche i primi foschi presagi ("L'oscurità/ come un gendarme già/mi afferra l'anima") di ciò che seguirà. All'euforico affresco futurista di inizio Novecento delle "Canzoni a manovella", succede infatti un viaggio oscuro e minaccioso, tra incubi e intemperie. "Gioia, salmi, naufragi, meduse e minotauri" - come recita il sito ufficiale - si succedono in un disco straripante, che si snoda come un rosario, attraverso le sue grottesche vicissitudini, fino alla invocazione finale della title track.

Fin dalla terminologia usata è evidente il contrasto tra la dimensione fisica, corporea (sangue, carne, teste, mascellate, ossa, cosce, budella, cervella...), e uno slancio mistico (anime, benedizioni, crocefissi, sudari, rosari...) inedito nel canzoniere caposseliano. Tante, comunque, le parole che - al solito - vivono solo del gusto onomatopeico del loro suono: sbocco, corchide, cubiti, fricassea, inchiostro, scannato, Zoquastro... Registrate a spasso per l'Italia (Scicli, Treviso, Scordia, Rubiera, Montebello, Calitri, Scandiano, Roma, Milano), le tredici tracce sono a loro volta un pellegrinaggio nello spazio-tempo, tra luoghi mitici (Troia, il Colosseo degli antichi romani) e reali (la Mosca post-socialista, l'Asia di "Lanterne Rosse"). Un percorso affannoso in cerca di requie e protezione, come traspare dal titolo stesso dell'album.

Si parte con "Non trattare", nenia arabeggiante che lambisce certo misticismo delirante alla Ferretti (la fonte è un salmo dalle Scritture), prima di sprofondare subito nelle fauci di quella "Brucia Troia" che Vinicio voleva come singolo perché "avrebbe spopolato nei programmi di dediche radiofoniche" (!) e che è invece uno spaventoso deliquio sul mito omerico, registrato nella Grotta Carsica di Ispinigoli in Sardegna, insieme a Ribot e a tre tenori sardi. Voce di carta vetrata, rumori, inserti chitarristici, campanacci di mamuthones e citazioni dall'Edipo Re di Pasolini allestiscono una pantomima tanto sconcertante quanto suggestiva. Altrettanto truculenta è la rievocazione dei rituali circensi romani di "Al Colosseo" (un omaggio all'"In The Colosseum" del maestro Waits?), con un altro recitato farneticante di Capossela, su un tappeto di trombette e rulli di tamburi alla "Ben Hur": "Chi ha taciuto sia mietuto al Colosseo, finché non arrivano i barbari, finché non arrivano i tartari...".

Tra le novità del disco, oltre a questa attitudine spoken word, c'è un uso più marcato dell'elettronica, portato in dote dal guru Gak Sato: ne è il saggio più eloquente "Moskavalza", techno-souvenir della metropoli russa, affogato in fiumi di vodka e giocato su un divertente pastiche di assonanze testuali. Non mancano, comunque, tuffi nel passato più "godereccio" di Capossela, quello che vive di cazzeggi cha-cha-cha come quello della "Medusa", delle baldorie ebbre da festa paesana di "L'uomo vivo" (con un testo, però, tutt'altro che innocuo) e di fastosi music-hall alla Broadway ("Nel blu"). 
E resta - oltre alla stella polare-Waits - il baffo del Conte più jazzy a far capolino con la sua orchestrina dixieland tra le note della nostalgica (e deliziosa) "Dove siamo rimasti a terra Nutless", una riflessione sul tempo e su come lo viviamo, tra inerzia e azione, che omaggia "C'era una volta in America" di Sergio Leone, citando il personaggio di Noodles: "Dov’è che siam restati soli Nutless/ dov’è che i muri si sono chiusi addosso/ muri che avevamo costruito nella sabbia e per la sabbia/ forse per avere ancora a tiro l'onda". Versi che richiamano la scena in cui Noodles, in riva al mare insieme a Max, dice all’amico di considerare una pazzia il suo voler rischiare per arricchirsi ancora.

Melodicamente meno ispirato di "Canzoni a manovella", "Ovunque proteggi" paga dazio soprattutto nelle ballate (il traditional messicano di "Pena da l'Alma", la pianistica "Lanterne rosse"), calando un po' alla distanza dopo l'avvio pirotecnico. Ma oltre alla classe pura della title track, Capossela si è tenuto un altro asso nella manica e se lo gioca alla penultima traccia, con "S.S. dei naufragati: climax drammatico dell'album, ispirato al "Moby Dick" di Melville e alla "Ballata del vecchio marinaio" di Coleridge (e già inciso in un disco della Banda Ionica). Una litania per violoncello, armonium, coro e theremin, che si leva in cielo dalla stiva di un vascello sommerso dai flutti, tra legni fradici e spiriti di morte.

In conclusione, che dire di un album così folle, disordinato, perfino sovraccarico di idee e di suoni? Che forse è il disco più coraggioso che Vinicio Capossela potesse fare dopo il botto di "Canzoni a manovella", che sarebbe stato più facile clonare all'infinito le varie "Come una rosa" e "Che cossè l'amor ", che i (pochi) passaggi a vuoto si possono perdonare di fronte a tanta creatività e intraprendenza. E poi, ammettiamolo, come si fa a non amare uno che ti dice di stare "dalla parte del porca vacca"?

(17/12/2006)



  • Tracklist
  1. Non trattare
  2. Brucia Troia
  3. Dalla parte di Spessotto
  4. Moskavalza
  5. Al Colosseo - Il rosario de La Carne
  6. L'uomo vivo (Inno alla Gioia)
  7. Medusa cha cha cha
  8. Nel blu
  9. Dove siamo rimasti a terra Nutless
  10. Pena da l'Alma
  11. Lanterne rosse
  12. S.S. dei naufragati
  13. Ovunque proteggi
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