Scende in campo l’armata Broken Social Scene. Il combo canadese, si sa, è un’orgia sonora espressione di almeno una quindicina di persone, polistrumentisti e quattro voci, Jason Collett, Leslie Feist, Emily Haines e Amy Millan.
Quest’ultima è la figura che probabilmente ha più storia e background pop alle spalle, infatti è membro stabile non solo dei Broken Social Scene, ma anche degli Stars, e in passato dei Sixteen Tons, ed è, dopo Feist, la seconda voce femminile del gruppo a cimentarsi con un cd solista: "Honey From The Tombs".
Tutto lascerebbe pensare a un lavoro fatto col "pilota automatico", visti anche i compagni di viaggio Kevin Drew (BSS), Brendan Canning e Jimmy Show degli altri "indieopper" Metric, una sorta di space-pop con melodie catchy e stranezze sonore retaggio dei suoi impegni a tempo pieno su elencati. Invece si va da tutt’altra parte, verso una ricerca di intimità, con una chitarra acustica e un’impronta chiaramente folk, a rinverdire i suoni (le storie no) della provincia americana. "Le storie no" perché Amy Millan lascia il suo retaggio e le sue storie pop nei versi, di difficoltà di integrazione nella società, come in "Skinny Boy", o di storie "andate a male" come "Losing You", o di amore, su tutte "Blue In Yr Eye", peraltro entrambe stranamente allegre a differenza del tema, ma del resto il country è questo…
La lezione di base, ovviamente, è quella del padrino Johnny Cash: fingerpicking o accordi aperti senza tanti fronzoli, "He Brings Out The Whisky In Me" ce la fa immaginare seduta in un saloon, scenario alla Blues Brothers, con una rete davanti, cappelli da cow-boy e fischi.
Qui è lì spunta qualche pattern elettronico (ma poca roba), come nella titolatissima "Skinny Boy", a colorare un po’ la cornice; però di base è un cd che scorre con note semplici, ballate e rare impennate ritmiche, e la voce della Millan che può sembrare "banale" ma, personalmente parlando, è una voce perfetta per quello che può riguardare il genere pop.
Un disco ruffiano forse, di questi tempi poi, però godibilissimo, che scorre tra canzoni poco complicate e facilissime da stamparsi in testa, "Baby I" o "Ruby II" sono dei tormentoni, e se si inizia a cantarle vi assicuro che non si finisce più.
Certo, può non essere una gran trovata andare sul country, però la Nostra con musiche "altre" lavora tutti i giorni, e una variazione sul tema credo possa esserle riconosciuta senza tanti processi alle intenzioni, soprattutto se è ben fatta e delicata come in questo caso.
Insomma, l’esperimento funziona più che bene, e ricorda, con le dovutissime proporzioni, la vacanza che si prese Springsteen dopo "The River" con "Nebraska", anche la cantante canadese dopo cd di eclettismo, fronzoli e eccessi di melodie, affronta il pop a modo suo, con una chitarra. E forse ha ragione a pensare che non serva tanto di più.
Amy Millan fa venire voglia di America, le sue canzoni sono malinconiche, da viaggio, per momenti in cui c’è solo da lasciarsi dietro un po’ tutto e guidare, magari una decappottabile. The bright side of the country, verrebbe da dire, parafrasando i Pink Floyd.
02/11/2006