Non Voglio Che Clara

Non Voglio Che Clara

2006 (Aiuola) | pop

Clara è una ragazza fragile, sensibile, dolce, da amare. Lontana dalle frivolezze di questi giorni, ancorata a sentimenti densi e spigolosi, con eleganza sottile conduce il nostro animo fuori da qui, verso paradisi perduti; noi siamo disposti a seguirla ovunque, magari anche fino in Brasile, come Cary Grant, certi di aver riscoperto quella passione che un tempo colorava le nostre fantasie, i nostri sogni più veri, il tutto avvolto da melodie e da parole che lasciano il segno, entrano nel cuore e non ti mollano più, accarezzando il lato più dolce del proprio io, senza compromessi e mezze misure, distanti dalla banalità di buona parte dell’attuale canzoniere italiano. A Belluno furono in quattro, circa due anni fa, a innamorarsi per primi di questa fanciulla, nelle stanze celebri dell‘Hotel Tivoli, dove si consumò un amore intenso, racchiuso in un pugno di canzoni dal sapore antico, nostalgico. Era solo un fugace (?) saggio della creatività del gruppo, dell’estro narrativo e melodico di Fabio De Min, voce, pianoforte e chitarra acustica.

L’idea di affiancare alla strumentazione classica del cantautorato italiano (piano, chitarra, basso, batteria) strumenti quali sitar, corno francese, vibrafono, mandolino, violino e violoncello ha sicuramente giovato alla produzione sonora, impreziosendo le delicate atmosfere con un’orchestrazione lussuosa, ma sempre attenta a non invadere impropriamente gli spazi, solitamente riempiti dalla voce di De Min e dai malinconici accordi di Stefano Scariot. Il primo minuto di "Un nome da signora" fornisce subito quello che sarà uno dei temi ricorrenti del disco: l’alternanza continua, mai scontata, del duo De Min-Scariot con l’impianto collettivo; un’alternanza saggia e ben organizzata, degna delle migliori produzioni passate del cantautorato classico italiano. Sembra di assistere a una rivisitazione dei lamenti soffusi di Lucio Battisti, prima che il brano evolva in una miracolosa sinfonia, con De Min a intonare speranze e interrogativi, estremamente toccanti; la chiusura è affidata a un fraseggio bucolico delle due chitarre che rimanda i nostri pensieri verso paesaggi di arcano splendore.

Il chissà? di "Ogni giorno di più" è la prosecuzione più introspettiva delle paure e delle questioni poste nel brano precedente, questa volta il soggetto rivolge con perplessa inquietudine a se stesso le angosce che lo impauriscono; in "L’oriundo", De Min comincia da solo, accompagnato dal suo pianoforte, introducendo una splendida metafora sportiva, una sorta di Nick Cave adolescenziale, più vicino alle atmosfere di "No more shall we part" che ai solenni soliloqui di "The Boatman’s Call". A spezzare la vena malinconica delle prime tracce del disco è la spensieratezza di "Troppi Calcoli", dove a regnare è l’allegria danzante degli scambi melodici della chitarra di Scariot con il resto dell’orchestrina; impossibile non collegare certe sonorità alle linee melodiche di "Una donna per amico": un brano che non sfigurerebbe minimamente nella scaletta di uno dei più celebri dischi di Battisti.

Che questo sia un lavoro dei giorni nostri lo dimostrano le ambiguità di "Porno", così come i tre minuti scarsi di "Questo lasciatelo dire", velati dalla voglia porca di un rapporto fradicio ma fortemente sincero. Le canzoni scorrono lente, senza mai cadere da quello status carico di passioni forti, neanche quando De Min cede il microfono a Syria, perfetta nell’interpretare il caldo evolversi di "Sottile", intervallato da accenni di sitar e colpi di gong. La chiusura di questo piccolo capolavoro del cantautorato italiano è affidata alle due vette artistiche del gruppo. La dimostrazione della maturazione artistica dei Non voglio che Clara è pienamente espressa in "L’avaro", dove la struttura melodica non ha nulla da invidiare a certe composizioni classiche della canzone italiana; l’inquietudine orchestrale abbraccia le malinconie che caratterizzano il cantato di De Min, formando un connubio irto di angoscia relazionale. "Cary Grant" ha tutte le potenzialità di diventare un classico della nostra canzone, l’unico pezzo del disco a poter fare breccia in un pubblico più vasto, rivelandosi il miglior potenziale singolo del lotto.

In conclusione, i Non voglio che Clara non hanno tradito le attese, hanno posto le basi per candidarsi come miglior gruppo italiano (e non solo) dell’anno corrente. Un lavoro vivamente consigliato a chi ama, senza mai rinnegare il proprio passato, la musica italiana, a chi vuole tuffarsi a braccia aperte e avvolgersi, tra lenzuola umide, a questa dolce fanciulla, contemplando la sua struggente bellezza e il suo italiano incanto.

(07/06/2006)

  • Tracklist
1. Un nome da signora
2. Ogni giorno in più
3. L'oriundo
4. Troppi calcoli
5. In un giorno come questo
6. Porno
7. Sottile
8. Questo lasciatelo dire
9. L'avaro
10. Cary Grant
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