OndaRock



  1. Meditation Park
  2. To Russia In White
  3. Life As Interference
  4. Plain
  5. Rannveig
  6. Blue Glass Highway
  7. Burunka Left
  8. Iceland
  9. Angel Of Night
  10. Dream Ner9 This Week: PDLV Piano



VACABOU

Vacabou
(All Saints) 2006
trip-hop

Un'altra piccola gemma nascosta, rimasta nei meandri della produzione discografica, viene scoperta e riproposta a un pubblico più ampio rispetto al passato. Il disco non è una vera e propria novità. E' uscito nel 2003 e distribuito in tutta Europa solo ora, attraverso la Ird, dopo la riedizione su All Saints. In seconda battuta si rischia di prendere un grosso abbaglio se lo si ascolta con l'orecchio sbagliato.
Il genere di riferimento è il trip-hop. E viene da chiedersi: che senso ha fare trip-hop ora, quando il genere rantola, alla fine dei suoi giorni? Ecco, in questo caso bisogna depurarsi da questi pensieri. Il disco parte da un sostrato trip-hop ma non si ferma qua, si allontana per strade trasversali e non si lascia dare una definizione univoca e si fa forte delle molteplici influenze che lo compongono. Le atmosfere sono oscure e ombrose, la voce è un soffio di vento tagliente, la musica sa di dolore e malinconia.

Un po' di storia di questo duo, sconosciuto ai più. L'autore della musiche è Juan Feliu, un compositore spagnolo, rimasto con il progetto "nel cassetto" perché non riusciva a trovare una persona che cantasse le sue canzoni, non essendo in possesso di una gran voce (almeno a detta sua). In un’intervista parla dei suoi primi passi con la musica, l'acquisto di un pc, la composizione frenetica, la voglia di esplorare nuovi orizzonti, la solitudine con cui si rinchiudeva nella cameretta per cesellare le sue lande sperdute.
Dopo qualche anno conosce Pascale Saravelli, la persona che fin da subito viene inquadrata come l'adatto completamento alla sua musica, la voce che s'incastra perfettamente con le composizioni da lui cesellate. La ragazza non ha mai avuto esperienze in campo musicale ma si aggrega, e iniziano a registrare i loro pezzi.

Sembra un’assurdità fare dei raffronti con le coppie uomo-donna di stampo sinuoso-melodico (Lamb, Portishead) visto che, come detto in principio, non c'è cifra stilistica con cui poter catalogare questo lavoro. Lo stesso Feliu dice: "La musica vive da sola, non siamo noi a crearla. Noi però la nutriamo con le nostre esperienze più diverse: viaggiare, leggere, vedere mostre fotografiche - questo particolare è un aspetto che mi sta molto a cuore, nel live curiamo molto le proiezioni di immagini appropriate". Ed ancora, questa affermazione molto importante: "Tutti gli aspetti della composizione sono importanti, e io sono un perfezionista assoluto; prima che io possa dichiararlo finito, un pezzo deve essere assolutamente privo di debolezze. Tuttavia, la cosa decisiva in una canzone è trovare il groove ; e non è facile, non sempre risiede nel ritmo, a volte è in un accordo di chitarra, in una tastiera. E' difficile trovarlo, ma è fondamentale".
Le parole di Feliu sono cruciali per riuscire a capire il senso della sua opera, per non fraintenderne le intenzioni. E il disco ha davvero ritmo e groove . Non lasciano scampo queste pennellate autunnali, quell'andamento notturno, velenoso, ottenebrante. Da non sottovalutare, poi, l'apporto della cantante, magistrale in diversi episodi, con un tono quasi sommesso, distaccato e in disparte.

"Meditation Park" è una canzoncina per una radio alle 3 di mattina e un po' di alcool in più, con una chitarra a strimpellare scema e scomposta, le voci si sovrappongono in un intreccio drogato. Le tastiere sono puntigliose, la percussione digitale è un letto di dolcezza.
"To Russia In White" è un mantra urbano e lento, una cantilena digitale e claudicante, un pop malato e infettato da una malattia meccanica.
Note dirette e dilatate, loop stellari zampettano ovunque e un tappeto di bisbigli finti, quando docili, quando scabrosi, aggiunge un qualcosa di inusuale.
"Life As Interference" è un digital-pop giocattoloso e spaziale, "Plain" è una canzone ad alto tasso creativo, con un piano, una batteria schizofrenica, crepitio elettronico e una voce maschile repressa. "Rannveig" seduce con i suoi archi sintetici e una drum-machine indecisa se essere portante o di sostegno, in "Blue Glass Highway" i due si cimentano in un folk-tronic-pop . Sorprendente e piacevole.

"Burunka Left" è straniante e mai doma, fra un momento di classic-pop-rock e attimi di sfrigolio digitale e marziano. Il tutto, con i secondi che scorrono, si scioglie in un silenzio rumoroso. La voce di Pascale è all'iceberg del disco. Un ibrido fra Beth Gibbons, Anneli Drecker, e chi altro? E' lei, senza paragoni ingombranti.
"Iceland" è birichina e amatoriale, una deliziosa sensazione home-made pervade per tutto il pezzo, le voci sono sdoppiate e il "groove" (come lo chiama Juan) è irresistibile. Fiati starnazzano, drone e percussioni metalliche li sostengono.
"Angels Of Night" è forse il pezzo simbolo del disco. Bleep colorati, una tastiera tintinnante, parole lontane/vicine, dolorose/piacevoli, un ritmo che fa fatica a prendere il largo e rimane impantanato in un mare di dolcezza e malinconia. Bellissimo, non si riesce a starne lontano.
Conclude l'ambient distesa e rilassante di "Dream Ner9 This Week: PDLV Piano". Una piccola suite per un mondo pacifico.

Questa opera non inventa, né ha presunzioni d'impartire una qualche lezione. E' soltanto composta da canzoni dalla bellezza intrinseca e intrisa di calore, amore e un battito che pare un cuore pulsante.