“Tori Kudo is kind of like a Japanese Jandek, or a Japanese Syd Barrett, or Charles Ives and the Shaggs and Beefheart and so on and so on all in one. Really fucking genius…please give it a listen!”
Così sul forum di K Records Arrington De Dionysio descrive Tori Kudo, mente dei Maher Shalal Hash Baz, tra i segreti meglio custoditi della musica indipendente giapponese, in verità oggetto di una piccola attenzione per “From A Summer To Another Summer (An Egypt To Another Egypt)" e “Blues Du Jou”, entrambi licenziati da Geographic, label personale di Stephen McRobbie dei Pastels. Strambi, geniali, fuori da ogni regola, con la mania delle tracklist chilometriche i Maher suonano una sorta di indie-folk-pop sghembo, dal retrogusto vagamente psichedelico, capace di accostare melodie e stonature ai limiti dell’atonalità.
Irresistibili i loro girotondi senza capo né coda, come pure le ironiche marcette al suono di chitarrine e trombone che svolazzano senza regola alcuna. "L’Autre Cap" è il nuovo capitolo di una discografia consistente, sia qualitativamente che quantitativamente, e nonostante non delinei decise novità rispetto ai passati lavori, costituisce l’ennesimo delirante tassello di una poetica dell’assurdo che ha veramente pochi precedenti.
Il punto è che pur non esibendo, di volta in volta, decise variazioni di registro, Kudo e compagnia si mantengono ben lontani dalla monotonia, in virtù di una creatività strabordante che si mostra nei pezzi compiuti, come in bozzetti amorfi raramente sopra i due minuti. Così, mentre simulacri di canzoni cercano disperatamente di darsi una struttura definita, sfarfallamenti irrispettosi tendenti al free-jazz si odono in sottofondo, a sbeffeggiare violentemente l’intelaiatura pop complessiva.
Grandi, sperando che quest’uscita per K Records rechi loro il lustro dovuto.
27/02/2007