Quarto album solista per il canadese Harris Newman, chitarrista di elevata qualità tecnica spesso inserito nel continuum storico di artisti come Leo Kottke e John Fahey, ma altresì dotato di capacità evolutive che, ripescando le tecniche più oniriche di Robbie Basho e inserendo una sensibilità post-psichedelica, lo consacrano insieme a Jack Rose tra i più importanti compositori per chitarra acustica dell’ultimo decennio.
All’ascoltatore di “Decorated” non rimane che l’incanto, non c’e spazio per i punti di vista. Ipnotico, oscuro, sognante, avvolge come una nebbia, svelando preziosismi sonori unici, una tecnica che non si avvale di overdub e lì dove la chitarra non è unica padrona regala gemme di incomparabile bellezza, come “Blues For Wilhelm”, che rimanda al progetto Triple Burner, o “Decorated”, che si apre con dolcezza per poi scatenarsi in una furiosa progressione sonora, simile a un orgasmo.
Dove Newman si rilassa – ”The Malarian Two-Step”, “Golden Valley As…” – le pause e le aperture melodiche si stagliano pure e cristalline, rievocando anche il suo conterraneo Bruce Cockburn.
Più complesse, ma sempre suggestive “We Return To Black Wolf Mountain” e “Anamnesis” dal fingerpicking ricco di ingegnose soluzioni armoniche.
Mentre l’album si apre in modo solare con l’evocativa “Our Cavalcade Of Sightless Riders”, il finale diventa teso e pulsante, prima regalandoci l’unico sprazzo elettrico – “Opera House Stomp”, dalla tessitura traboccante ed energica, un piccolo capolavoro che rende ancora più netta la maturità raggiunta da Newman – poi il finale apocalittico di “A Quarter To Call The Ambulance”, che sembra togliere il respiro. Tante emozioni che invitano a un riascolto più attento di un’opera di grande spessore.